Archivio Dicembre, 2005
Di violenza ce n’è eccome nel film di Cronenberg. E non è per niente sottintesa, velata, subodorata.
Dal secondo tempo in poi è spiattellata addosso senza troppi convenevoli…
Se l’intento del regista canadese era quello di presentare un caso di doppia personalità, di mostrare come la natura umana sia capace di tutto e del contrario di tutto, allora l’obiettivo è stato centrato in pieno.
Ma a mio parere la parabola del protagonista è stata eccessivamente esasperata. Nel bene e nel male.
Tom Stall (Viggo Mortensen) all’inizio appare non solo come un bravo padre di famiglia, un onesto lavoratore e un marito premuroso, ma come l’uomo perfetto, il “più buono del mondo”, a detta della sua bellissima moglie. E’ un esempio di rettitudine, dedizione ai cari, attaccamento alla comunità in cui vive.
Poi, svelato il mistero legato al suo passato, si trasforma in un micidiale e spietato assassino, privo di sentimenti e pietà.
La sua missione diventa la vendetta: cieca, acerrima, senza esclusione di colpi.
In altri termini, prima ci innamoriamo di Dottor Jekill, subito dopo, detestiamo il Mister Hide che è diventato.
Avrei preferito di gran lunga un’analisi più complessa e sofferta della psicologia di Tom. Una descrizione del conflitto interiore da lui vissuto, una spiegazione di come il ricorso alla violenza, a volte, sembri l’unica strada possibile, ma non per questo indolore.
Anziché vedere un Viggo-Terminator che fa fuori tutti, avrei voluto partecipare al dramma di un uomo imperfetto e beffato dalla sorte. Avrei voluto immedesimarmi, comprendere le sue reazioni, perdonare i suoi sbagli.
Ma come si fa a essere indulgente nei confronti del giustiziere della notte?
Dicembre 31, 2005
Ormai è diventato un appuntamento fisso. Non per me (sono fuori target!) ma per la mia adorata mamma.
Ore 19.50, dal lunedì al venerdì, Rai 1. Amadeus annuncia il gioco finale del suo quiz “L’eredità“, e lei comincia a trepidare, in fervida attesa. La sua sfida personale sta per avere inizio, e guai a chi osi distrarla o disturbarla durante quei 10 minuti di “passione”.
Mi capita di osservarla di sottecchi mentre si arrovella alla ricerca della parola magica, dell’associazione esatta che conduce alla vittoria.
Per chi non avesse idea di cosa stia parlando, “la ghigliottina“, la prova conclusiva del programma, consiste nel cercare di indovinare il termine che mette in relazione una serie di parole apparentemente prive di legame tra loro. Per esempio, se dico: caldo, cucina, elemento, rosso e inferno, la parola che le accomuna è fuoco (perché è caldo, rosso, serve a cucinare, è uno dei quattro elementi della natura ed è presente negli inferi).
Mia madre, dopo aver prontamente azzeccato la risposta in più di una puntata, si reputa una campionessa. La sua sete di vittoria è incontenibile e la sua soddisfazione è tanto maggiore quanto più il finalista da Amadeus arranca e fallisce miseramente. Lei dovrebbe gareggiare per il montepremi, lei si meriterebbe la gloria. Perché ormai non sbaglia un colpo e quelle rare volte che fa un passo falso è solo perché la parola da individuare era veramente “troppo difficile!”.
E’ uno spasso sbirciare l’espressione concentrata del suo viso mentre elabora mentalmente le varie alternative possibili. E ancor più quando le si accende la lampadina, il volto le si illumina e si lascia scappare un concitato “lo so, lo so!”.
Quando rientro a casa da lavoro e mi saluta frettolosamente, capisco che deve dirmi qualcosa. E’ impaziente di aggiornarmi sul suo risultato: “Oggi ho indovinato dopo solo 2 indizi, e lui ha sbagliato!”. Quanta soddisfazione trapela dal suo sorriso aperto, quanto palese compiacimento!
Devo ammettere che il suo entusiasmo mi ha incuriosito e più di una volta l’ho raggiunta davanti al televisore per mettermi alla prova. Ma non posso negare che mi ha battuta su tutta la linea! Mentre io osservo dubbiosa lo schermo, con l’aria spaesata e lo sguardo nel vuoto, lei è reattiva, scaltra, veloce. Io timidamente suggerisco una parola, lei ribatte con vivacità e ne propone 2,3,4, fino a che il verdetto viene emesso.
Anche se questo sua insolita mania mi fa sorridere e talvolta mi induce a prenderla bonariamente in giro, è un piacere immenso vederla così coinvolta, combattiva e tenace.
Se è questo l’effetto che fa, allora posso sbilanciarmi e intonare un canto che suona più o meno così: Grazie Amadeus, che ci fai vivere e sognare ancora… grazie Amadeus…
Dicembre 31, 2005
Al circo o durante gli spettacoli acrobatici, sono le attrazioni più
richieste. Quando si esibiscono, il pubblico le osserva incredulo e non si spiega come possano attorcigliarsi in quel modo e rimanere ferme in pose così improbabili.
La gamba sinistra poggiata sulla spalla destra, un piede che spunta oltre la testa, le braccia che si allungano inverosimilmente dietro la schiena. Ogni gesto è eseguito con naturalezza, sfoderando un sorriso smagliante.
Sembrano snodate le ragazzine a molla d’Oriente, fatte non di carne e ossa, ma di una sostanza evanescente.
Quelle con più talento hanno sei o sette anni. Il fisico, dicono, da giovanissime, se sottoposto a esercizi continui e specifici, è particolarmente flessibile.
Le contorsioniste più famose del mondo sono nate in Mongolia. Qui esistono almeno 10 scuole Ulan-Bator, che addestrano a questo tipo di disciplina da decenni.
Tantissimi genitori pagano la retta nella speranza che le figlie riescano a entrare nei circhi e nelle compagnie internazionali. Per sfuggire alla povertà dilagante del loro paese e per assicurarsi un futuro migliore.
Le scuole insegnano una disciplina severa, mirano a modellare i corpi e solo le bambine più volenterose e dotate, sono in grado di trasformarsi in gomma e divenire malleabili come la creta.
Raggiungere certi livelli di elasticità richiede uno sforzo inaudito, una forza di volontà ammirabile e tante tante lacrime versate. Mentre le
insegnanti le tirano con forza e le allungano senza sosta, loro si disperano, lanciano un urlo, implorano pietà. Ma resistono.
La tenacia e la capacità di sacrificio delle donne, a quanto pare, si sviluppa già in tenera età.
Dicembre 29, 2005
Intenso, originale, sferzante, duro come la roccia e allo stesso tempo delicato.
Un film che già nel titolo, “Crash“, rivela le sue intenzioni: descrivere un universo di scontri: sociali, culturali, ideologici.
Paul Haggis offre una trasposizione lucida e disincantata della Los Angeles di oggi, una città multiforme, ricca di sfaccettature e di realtà contrastanti che convivono in modo problematico.
Tante vite si sfiorano e si incrociano durante i 113 minuti della pellicola.
Esistenze diverse, quasi contrapposte, ma che si scoprono profondamente simili quando le guardiamo con la lente d’ingrandimento, al di sotto della superficie.
Tutti i personaggi presentati: i 2 giovani neri ladruncoli, la casalinga benestante con il marito procuratore, il regista televisivo e la moglie, il detective della polizia, l’iraniano proprietario di un 24 hours, il fabbro latinoamericano ecc.. sono contemporaneamente buoni e cattivi, forti e deboli, vincitori e vinti.
Il merito più grande della sceneggiatura è la sua capacità di mettere a nudo i protagonisti, di mostrarli senza veli, di farci affezionare a loro prima, e di farceli detestare un minuto dopo. Perché la natura umana è ambivalente, sempre. Può trasformarsi in un istante, abbandonarsi all’istinto o aggrapparsi alla logica. Tutto dipende dal cambio di prospettive, dal concatenarsi dei fatti, dalla condizione contingente nella quale si trova.
Una scena principalmente rispecchia questa dicotomia presente nell’individuo. Quella in cui Matt Dillon, poliziotto razzista e arrogante, rischia la propria vita per salvare quella di una donna di colore intrappolata in un’auto in procinto di esplodere, la stessa donna che la sera precedente aveva deliberatamente umiliato e denigrato.
E’ questa la natura umana: perversa e generosa insieme, sprezzante e intollerante a volte, eroica e coraggiosa altre.
In una parola sola: imprevedibile.
Dicembre 28, 2005
La piccola Chiyo ha solo 9 anni quando i genitori la vendono. Il suo destino non è quello di lavorare in un villaggio di pescatori come la sua famiglia, ma di diventare una geisha.
Il suo ingresso nell’okiya (la casa di geishe a lei assegnata) è traumatico.
Non solo è costretta a lavorare duramente tutti i giorni, ma deve subire le angherie della perfida Hatsumomo.
Chiyo non comprende quel mondo, si ribella, cerca la fuga in diverse
occasioni. Solo l’incontro fortuito con un uomo affascinante e generoso, il “direttore commerciale”, riesce a farle cambiare idea e atteggiamento. Da quell’istante in poi, il suo unico obiettivo sarà quello di studiare con dedizione e passione per trasformarsi in una splendida geisha. In cuor suo spera un giorno di conquistare il cuore di quell’uomo elegante e misterioso, che senza nemmeno rendersene conto l’ha presa per mano indicandole la via della felicità.
Con il passare degli anni Chiyo diventa Sayuri, la geisha più desiderata
dell’hanamachi, quella con più grazia e talento. La sua formidabile ascesa è però irrimediabilmente frenata dallo scoppio della guerra. Tutto muta irreversibilmente: il paesaggio e le persone. Le case delle geishe vengono distrutte, le ragazze e le loro protettrici sono costrette a fuggire e a cambiare radicalmente vita. Così fa anche Chiyo.
La pellicola di Rob Marshall, tratta dal romanzo best seller di Arthur
Golden “Memoirs of a Geisha” ha tanti pregi, ma anche qualche pecca.
Tra le qualità c’è sicuramente quella di aver raggruppato un cast di ottimo
livello, di aver fatto rivivere le affascinanti atmosfere e le magiche
suggestioni che circondano le geishe. La fotografia, i paesaggi
naturalistici e la scenografia tolgono il fiato, così come i costumi,
preziosi e seducenti.
I punti deboli del film sono dovuti alla mancanza di approfondimento e alla superficialità di alcuni momenti cruciali: la gavetta da schiava di Chiyo, la sua “prima volta” da geisha, lo scoppio della guerra, il suo bruciante conflitto interiore. La trama sembra eccessivamente banalizzata, soprattutto nel finale.
Ma nel complesso il film mi è piaciuto. In modo diverso dal libro, che ho letto tutto d’un fiato un anno fa a Canterbury.
La meravigliosa immagine di Sayuri in bilico su sandali spaventosamente alti, mentre volteggia a ritmo di musica durante il suo debutto da geisha, è una di quelle che trafiggono il cuore e regalano emozioni difficili da dimenticare.
Dicembre 27, 2005
Questo Natale, come ogni Natale da oltre 10 anni, l’ho trascorso a casa mia.
Mia madre è la predestinata del 25 dicembre. A lei tocca organizzare il pranzo a base di agnello e patate arrosto. Ormai è diventata una consuetudine a cui non può sfuggire. E non deve nemmeno preoccuparsi di invitare i suoi ospiti, dato che tutti se lo aspettano in anticipo e si tengono liberi per l’occasione.
A volte penso alla rivoluzione che accadrebbe se mia madre si tirasse indietro… aiuto!!!
Chi ci tiene di più a conservare la tradizione del Natale intatta e immutata negli anni è mio padre. E’ lui che preferisce accogliere tra le mura domestiche la spensierata baraonda festiva, piuttosto che fare l’ospite altrove. Mia madre invece lascerebbe volentieri il nido per farsi servire e riverire un po’, tanto per cambiare.
Il pranzo è sempre un successo. I sacrifici e le fatiche di mamma in cucina sono ampiamente ripagati. E’ una bella soddisfazione vedere le bocche che si leccano i baffi e i palati deliziati. L’allegra combriccola riunita, che comprende ben tre generazioni, è universalmente accontentata.
Il momento del banchetto continua a mantenere un carattere “sacro” a casa mia. Nessuno oserebbe mai alzarsi da tavola prima del dovuto, saltare una portata o accelerare i tempi della grande abbuffata. Tutti rimangono seduti composti, di fronte ai loro piatti straripanti e, con il sorriso sulle labbra, alternano morsi voraci a risate e battute di spirito.
E’ dopo la mangiata che le cose cambiano. Ricordo quando, anni fa, si continuava a chiacchierare amabilmente e a godere della compagnia reciproca. Si giocava con entusiasmo, si dialogava con interesse, si rimaneva insieme per ore e ore.
Oggi invece scatta la sindrome da telefonino. Il cellulare assurge a ruolo primario e diventa il protagonista assoluto del pomeriggio. I ragazzi si separano e danno il via alla sequenza interminabile di sms-mms-squilletti- telefonate di auguri. Poi inizia la gara a mostrare l’immagine più simpatica salvata nella Gallery, la sfida alla suoneria più attuale, la ricerca dell’ultimo video scaricato. C’è chi si mette gli auricolari alle orecchie e ascolta la sua compilation di mp3, chi si cimenta in un gioco di strategia, chi ha deciso di impostare nuove e accattivanti funzioni tramite bluetooth, onde radio o wireless.
Tutto d’un tratto l’allegro vociferare del pranzo si trasforma in un battito forsennato di tasti e in uno scambio di osservazioni del tipo “Guarda che figata” oppure “Ce l’hai questo?” o ancora “Questa me l’ha inviata una mia amica“.
E nessuno fa una piega. Tutti sono più che avvezzi a tali dinamiche. Non mi sorprende la domanda di mio cugino ventunenne verso l’ora di cena : “Senti ce l’hai Internet? Dovrei controllare la posta…”. In fondo ha resistito fino a quest’ora…
Non rimango stupita nemmeno quando lo “becco” in camera mia a chattare su MSN! Beh, un salutino ai suoi amici che vuoi che sia…
Non mi meraviglio, però sospiro e mi allontano. Torno in salone e cerco con lo sguardo mia nonna. La trovo seduta su una poltrona, silenziosa, che si guarda intorno spaesata.
Dicembre 26, 2005
Last year I savoured the wonderful experience of Christmas in New York. I spent three months in US, and I could enjoy the marvellous festive holiday atmosphere.
The way Americans celebrate Christmas is unbelievable. All the main streets in Manahattan are full of huge and colourful decorations. All the window’s shops are overlaid with ornaments and patterns. Even the windows of private houses are embellished with wonderful features that remind the Nativity. The Christmas trees that you can see here and there are stunning, with many lights and festive gadgets. Whenever you are, you can feel the warmth of holiday.
Last year didn’t snow during Christmas. It was a pity, because the white flakes would have added an even more magical touch to the city.
In my own town, Rome, you hardly can live the same sensations in Christmas. It’s rare to see a big and shining tree in the street and ornaments in the windows of people’s house. There are just sporadic and poor decorations which have not a deep impact on me.
When I walk to the city centre in Christmas time, I am neither touched nor moved. My mind flyes off, to the Rockefeller tree: tremendous, bright and dazzling…
Dicembre 25, 2005
… il sabato sera vanno in discoteca e a fine serata (dopo circa 4 ore di ballo scatenato e cocktail ingurgitati a go-go) non hanno nemmeno un capello fuoriposto.
…cenano in ristoranti esclusivi indossando il capo più trendy dell’ultima collezione dello stilista più in voga del momento.
…si presentano all’ aperitivo nel locale più chic della città, con bermuda o shorts senza calze sotto (nonostante sia gennaio inoltrato), sfoggiando una pelle abbronzata e liscia come la seta.
…hanno un viso di porcellana e un make-up impeccabile, che non dà mai segni di cedimento, nemmeno se la temperatura esterna è quasi africana.
…si muovono con eleganza e classe, in qualsiasi situazione e anche se hanno ai piedi sandali dai tacchi ultravertiginosi.
… hanno due occhi da cerbiatta, con ciglia folte e lunghe e che si illuminano ogni volta che sorridono.
…non hanno mai le occhiaie, né di mattina all’alba, né a tarda notte.
Poi invece ci sono quelle che il 24 dicembre si incontrano nel centro commerciale più sfigato della città per scambiarsi gli auguri e i regali di Natale. E indossano i capi provenienti dalla boutique cinese di fronte casa… E non hanno fatto in tempo a depilarsi, o a rifarsi le sopracciglia, o a tagliarsi le unghie dei piedi…
E chiacchierano del più e del meno, ridono di gusto, si scambiano confidenze, si lamentano dei soldi che non bastano mai. E soprattutto si chiedono come fanno quelle altre lì a essere così!
Indovinate di quale gruppo fa parte la sottoscritta?
Ringraziamenti: Ale, la nostra chiacchierata di oggi pomeriggio mi ha dato lo spunto per questo post. Come avrai notato l’argomento mi stuzzicava!
Dicembre 24, 2005
Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde.
Dicembre 24, 2005
Il corpo può amare ciò che la mente disprezza?
- Margaret Mazzantini-
Dicembre 24, 2005
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