Archivio Dicembre 12, 2005
Dal mio specchietto retrovisore, ogni giorno, posso entrare dentro la vita delle altre persone. E’ come se fossi dotata di un potere soprannaturale e riuscissi a spiare, senza essere vista, i loro movimenti.
Il mio sguardo indiscreto e ingordo si insinua nel loro abitacolo e li fotografa nei gesti più naturali e istintivi. Basta soffermarsi sull’ espressione della gente in macchina per comprenderne lo stato d’animo.
C’è la ragazza spavalda, con il chewing gum in bocca, tutta impettita e impaziente di ingranare la marcia. C’è la signora di mezz’età stanca, con le spalle curve e gli occhi persi nel vuoto; c’è la donna elegante, truccata di tutto punto, che non perde occasione per stendere sulle labbra un altro velo di rossetto.
C’è di tutto, e io mi diverto a interpretare quei volti sconosciuti, a dare significato a una smorfia, una risata, un’alzata di spalle.
I semafori rossi diventano la mia occasione per studiare le persone e inventare storie fantasiose sul loro conto. Con il tempo ho perfezionato la mia tecnica e ho imparato a deviare lo sguardo al momento giusto, a fingermi indifferente e distratta per non essere colta in fragrante.
Il massimo del divertimento è quando indosso gli occhiali da sole. Allora mi sento invulnerabile, protetta come non mai. Sotto la lente scura i miei occhi sono liberi di indugiare su particolari interessanti, di cercare indizi e trovare conferme.
Ieri dietro di me, in una pegeout blu, c’era una ragazza della mia età. Aveva l’auricolare all’orecchio e parlava animatamente con qualcuno al di là del filo. Sembrava serena, aveva il volto disteso e un sorriso che di tanto in tanto le riempiva la faccia.
Ho pensato che era al telefono con sua nonna, la quale la stava aspettando a casa e non vedeva l’ora di farsi raccontare la sua giornata…
Dicembre 12, 2005
Il magazine che curo è rivolto a ragazzine dagli 8 ai 12 anni. Sono le cosiddette preteen, in gergo giornalistico, cioè non ancora teenagers, adolescenti. Rappresentano una fascia di età al limite, una sorta di ibrido, perché è sbagliato considerarle ancora bambine, ma lo è ancora di più definirle ragazze.
Rivolgersi a loro nel modo più opportuno e richiamare il loro interesse non è semplice. Richiede cura, attenzione, conoscenza del loro mondo. Bisogna muoversi con delicatezza, imparare a destreggiarsi tra sentieri di burro, usare un inchiostro fatto di piume. Perché queste quasi adolescenti sono intelligenti, argute, molto ricettive.
Ma oggi non voglio parlare a tutte, voglio rivolgermi a una in particolare, che ha 12 anni e un nome che non conosco. La sua storia non può essere omologata a quella delle altre. Merita uno spazio a se stante. Leggo sul corriere.it: “Promessa sposa a 12 anni, tenta il suicidio. Musulmana, costretta dai genitori a seguire le regole religiose, si è tagliata le vene a scuola”.
Ho qualcosa da dirti e spero che tu possa leggere le mie parole. I tuoi compagni sono accorsi in tuo aiuto, ti hanno trovata nel bagno con i polsi sanguinanti e hanno pianto. Hanno gridato con il cuore in gola, disperatamente. I tuoi insegnanti, sgomenti, hanno chiamato l’ambulanza. Hai provocato una scossa profonda. L’Italia intera è rimasta senza parole, attonita, di fronte al tuo gesto. Io ho rabbrividito e provato compassione.
Sei così giovane e piena di talento! Hai un’anima sensibile e leggiadra. Ami i tuoi genitori, non vorresti mai deluderli. Sei fedele, vuoi rispettare i dettami della tua religione, non intendi abbandonare la comunità musulmana nella quale sei nata. Ma allo stesso tempo vivi in una società in cui le tue coetanee possono vedere la TV, giocare con le bambole, andare alle feste di compleanno. Possono vestirsi in libertà, mangiare ciò che desiderano, rivolgere la parola ai loro amici. Ce le hai lì davanti, tutti i giorni. E in fondo sono come te. Ma ai tuoi occhi sono diverse, perché non puoi frequentarle il pomeriggio, non puoi indossare i loro abiti e non ti è consentito partecipare alle loro feste. Mentre loro vivono le loro prime cotte con i batticuori e le fantasie innocenti della loro età, tu hai scoperto che dovrai sposarti con un bengalese come te, di 14 anni. I tuoi genitori te lo hanno comunicato senza troppi giri di parole.
Hai ragione a dire no. Anzi, tutte le ragioni del mondo. Il tuo messaggio è stato recepito. Il tuo gesto disperato ha sortito un effetto incredibile. Ora tutti conoscono la tua storia e partecipano della tua angoscia. Ma il modo che hai scelto per comunicare al mondo la tua sofferenza è profondamente sbagliato. In esso si riconosce tutta la fragilità e l’instabilità della tua giovane età. La paura ha preso il sopravvento sulla logica, l’immaturità ha prevalso sulla lucidità. Ma anche questo vuol dire essere preteen, a volte.
Adesso che il pericolo è passato e per fortuna sei salva, hai la possibilità di uscire dal tunnel. Tante persone sono pronte a darti una mano, a parlare con i tuoi, a far sì che i tuoi incubi si trasformino il prima possibile in sogni spensierati. L’adolescenza è alle porte. Vedrai che avrà tanto da offrirti e ti indicherà altre strade, altre forme di espressione, altri modi per far sapere quello che senti.
Dicembre 12, 2005
Si potrebbe definire la storia di una menage a quattro.
La pellicola del 2004 di Mike Nichols scandaglia le relazioni sentimentali e sessuali di 2 coppie fuori dall’ordinario. Leggendo la trama o guardando i trailer del film si prefigurano percorsi intriganti e scenari accattivanti. Il leit motiv sembra essere una sorta di attrazione fatale che costringe i protagonisti a peccare, tradire, assecondare le proprie incoffessabili fantasie.
Ma anziché coinvolgere e suscitare curiosità, le vicende dei quattro protagonisti appaiono artefatte, prive di autenticità. Perché può succedere, anzi succede fin troppo spesso, che le persone tradiscano, si innamorino al di fuori delle loro relazioni di coppia, si incontrino di nascosto, ma che poi sentano l’esigenza irrefrenabile di svelare le loro malefatte e anzi sembrano compiacersi dell’infedeltà del proprio partner proprio no… Come a dire: “Cara, sei stata con lui vero? Ci hai fatto questo e quest’altro giusto? Scommetto che ti è piaciuto… Ah, a proposito, è stato più bravo di me”.
La ripetitività di questo tipo di dialoghi, sempre più morbosi e poco aderenti alla realtà, fa cadere in picchiata la qualità del film. Peccato, perché l’eccellente cast (Jude Law, Natalie Portman, Julia Roberts, Clive Owen), avrebbe potuto suscitare ben diverse emozioni e reazioni.
Forse il pubblico maschile avrà da ridire sulla mia recensione. Magari avrà trovato il lavoro di Nichols stuzzicante, malizioso e un pizzico irriverente. Ma da donna scaltra e tutt’altro che ingenua posso affermare che la sua percezione non è lucida. In realtà la sua prospettiva è distorta, completamente deviata dalla presenza straripante e ammaliante di Natalie Portman nei panni della spogliarellista Alice. Chiunque andrebbe nel pallone di fronte a cotanto spettacolo!
Infine, un discorso a parte merita la meravigliosa colonna sonora del film. “Blower’s Daughter” di Damien Rice è da applausi, anzi da Standing Ovation. Lei sì che appassiona, coinvolge e magnetizza. “I can take my eyes off you… I can take my eyes off you…” Non riesco a togliermela dalla testa.
Dicembre 12, 2005
Il fascino dell’illusione. E’ tutto racchiuso in questo concetto lo spettacolo messo in scena dai DV8, compagnia di danza britannica diretta dal coreografo inglese Lloyd Newson.
L’illusione di credere che l’apparenza sia più importante della sostanza, che il mostrarsi valga più dell’ essere. Niente di nuovo, penserete voi, soprattutto in un ‘epoca, la nostra, intrisa di superficialità. Ma è il modo in cui il messaggio è veicolato a stupire ed emozionare. I ballerini sul palco sono attraversati da fasci di luce e proiezioni visive accattivanti.
Sono corpi che esprimono i loro sentimenti attraverso movimenti scomposti, convulsi, frenetici. Seguono una musica intensa, quasi psichedelica e si abbandonano alle loro sensazioni.
Il corpo è l’assoluto protagonista della scena. Un corpo perfetto, tonico, affusolato, in forma smagliante.
E le parole sopraggiungono, di tanto in tanto, solo per sottolineare che è indispensabile, vitale, avere un fisico scattante e armonico. Non c’ è spazio per la “cicciottella”, per quella troppo bassa o poco femminile. La donna deve indossare abiti Dior, camminare a testa alta, avere un portamento regale. Anche l’uomo non può sfuggire alle regole della bellezza a tutti i costi. Passi che sia stupido, un po’ folle e inebetito, ma al di fuori deve mostrare muscoli tesi, addominali scolpiti e glutei sodi. Deve essere colui che detta le regole del rapporto, il maschio dominante e conquistatore.
DV8 è un vero e proprio “teatro fisico”, perché i fisici si esibiscono sfacciatamente e gridano in maniera assordante . I corpi attraversati da luci e proiezioni virtuali diventano paesaggi mutevoli e variegati, ricchi di significati e carichi di fascino.
Dicembre 12, 2005
Anonimo è un uomo che non conosco e che probabilmente non vuole farsi conoscere.
E’ alto all’incirca 1,70 cm, ha la barba incolta e i capelli scarmigliati. A giudicare dalle linee profonde che solcano la sua fronte e dai ciuffi grigi che gli spuntano sulla testa deve avere intorno ai 50 anni. O giù di lì.
Vive nel mio quartiere, lo incontro tutti i giorni, la mattina, la sera, anche la notte. Ogni volta sembra indaffaratissimo, in continuo spostamento, con il suo carico di bagagli al seguito. Non è più un ragazzo, mi dico, eppure non si ferma mai, va avanti con determinazione, incurante del freddo e del caldo, della pioggia e del sole.
La mattina presto, mentre sono in macchina diretta all’ufficio, lo cerco con lo sguardo. Ogni semaforo è l’occasione per voltarmi, guardarmi intorno e trovarlo. Se non lo vedo, un senso di inquietudine comincia a pervadermi. Mi sento profondamente turbata. Dov’è oggi?, mi domando, dove sono i suoi mille pacchi da trasportare avanti e indietro, ininterrottamente? Che abbia scelto di cambiare vita e di dire basta, di abbandonare i suoi “bagagli” una volta per tutte?
Spero di no. Mi auguro che quel barbone dal passo dinoccolato e incerto, che ha fatto del quartiere la sua dimora, non abbia gettato la spugna. E che non la getti mai.
Forse un giorno, prima di andare a lavoro, troverò il coraggio di accostare la macchina e chiedergli come si chiama. Per dare un nome a un volto così familiare, per conoscere la sua storia e trovare un titolo migliore a questo articolo.
Dicembre 12, 2005

Margaret è tenace e leale, ha forti valori e pensa che l’onestà vada perseguita sempre nella vita. Viene violentata da un suo cugino durante una festa.
Rose è fragile, insicura e generosa. Ha appena partorito un bambino splendido al di fuori del matrimonio.
Bernadette è vivace, intraprendente e adora flirtare con i ragazzi. Il suo è solo un gioco di sguardi innocente.
Margaret, Rose e Bernadette non si conoscono. I loro caratteri, come le loro storie personali, sono diverse. Ma a un certo punto le loro vicende si incrociano e finiscono per coincidere, quando vengono obbligate a entrare nell’atroce lavanderia cattolica delle “Magdalene”. Un convento ultra rigido, dove suore disumane hanno il compito di “correggere” le ragazze, di allontanarle dalla tentazione del sesso e di punirle per le loro “incursioni” precoci nell’universo maschile.
Un luogo dove la dignità umana viene calpestata, dove non esiste pietà o solidarietà, dove tantissime fanciulle innocenti vengono ridotte alla schiavitù e alla fame.

La pellicola di Peter Mullan, vincitrice al Festival di Venezia del 2002, lascia esterefatti. Principalmente per la consapevolezza che la sua opera non è il frutto di un’invenzione, ma di una lucida e critica ricostruzione della realtà. Le case irlandesi delle “Magdalene” hanno chiuso i battenti solo nel 1996. Appena 10 anni fa.
Dicembre 12, 2005

Il mio è stato amore a prima vista. Di quelli fatali, che ti lasciano di stucco. E che soprattutto ti fanno battere il cuore. Sia ben chiaro che non sto parlando di Jack Nicholson, nella foto qui sopra, ma del suo “autore”. O meglio, dell’autore dello scatto che lo ritrae in quest’ immagine. Si chiama Martin Schoeller, di lui so solo che è un fotografo tedesco, che si è trasferito negli Usa nel 1999 e che ha la passione per le “grandi teste“.
A quanto pare si diverte a fare primi piani, ma non primi piani qualsiasi, primi piani giganteschi, che non lasciano scampo al soggetto e fanno trapelare qualsiasi cosa: i suoi difetti e i suoi pregi , non solo fisici, ma anche dell’anima. Fino a 2 giorni fa non ne avevo mai sentito parlare, poi, sfogliando una rivista mi è saltata all’occhio la foto di Angelina Jolie, come non l’avevo mai vista prima…

Che avesse due labbra stratosferiche me ne ero già accorta, certo, ma in questa posa, noto qualcos’ altro: la leggera asimmetria delle sopracciglia, l’accenno di borse sotto gli occhi (magnifici occhi di un colore verde-azzurro), la narice sinistra un po’ più chiusa della destra. Mi accorgo, in altre parole, che è umana. E quelle lievi rughe d’espressione vicino alle labbra, quel bagliore intenso nello sguardo, mi dicono che Angelina è una donna vera, malinconica, tenace, determinata. Verrebbe da dire che glielo si legge in faccia!
A Milano si tiene una mostra proprio su Martin Schoeller e i suoi primi piani, dove è possibile ammirare, in una lunga carrellata, 40 ritratti di personaggi noti e non. Per una volta non si tratta della celebrazione
del bello o dell’esaltazione della perfezione, ma di disarmante e impetuosa realtà.
Dicembre 12, 2005

Fruscianti e corposi, tintinnanti e metallici, sgualciti o immacolati, appena usciti dalle casse di uno sportello bancario. Soldi. Bramati, occhieggiati, desiderati con ardore ma allo stesso tempo odiati, condannati. Sono loro i veri protagonisti della nostra epoca, passione e rovina della società moderna. Tutte le nostre azioni quotidiane, le nostre aspirazioni, sono misurate in base al denaro: a quanto ne guadagneremo, a quanto ne dovremo spendere, a quanto ne meritavamo, a quanto non ne abbiamo…
Il lavoro che scegliamo o che siamo costretti ad accettare è il mezzo per ottenerlo, l’unico che abbiamo a disposizione. Non c’è altra scelta, se vogliamo sopravvivere. Chi lavorerebbe dalla mattina alla sera, quasi tutti i giorni, per quasi tutta la vita, se in cambio non avesse soldi? Nessuno al mondo. A meno che pazzo da manicomio o santo votato alla sofferenza terrena.
Ad ogni fatica e sacrificio corrisponde una forma di ricompensa. Quando un bambino fa i capricci perché non vuole portare a termine i compiti l’arma che il genitore ha a disposizione per convincerlo è quella di offrirgli un premio. Dopo il dovere il piacere. È matematico. Ma se la nostra forma di ricompensa non fosse il denaro? Se lavorassimo per ottenere qualcosa di diverso, meno effimero e materiale? Mettiamo che non esistesse il tanto agognato cash, che il sistema della compravendita si basasse sulla qualità delle azioni compiute, sulla moralità dimostrata, sul buon operato di ognuno di noi. Chi fa il bravo può aspirare a premi, riconoscimenti e soddisfazioni varie. Chi fa il cattivo no. Punto.
Si tratta di una società ideale, e io me la immagino così: l’attività che facciamo determina la nostra buona o cattiva sorte. Le persone che lavorano in pasticcerie, bar, forni, alimentari, pizzerie e ristoranti che vendono delizie per il palato sono quelle che avranno in cambio dosi di coccole, affetto e amore nella vita. Più riusciranno a produrre cibi sani e gustosi e più la loro esistenza sarà ricca di tenerezza e calore umano. All’opposto coloro che punteranno su prodotti contaminati, carichi di conservanti e coloranti, non sufficientemente controllati igienicamente, guadagneranno solo avidità d’animo, grettezza di sentimenti, freddezza e indifferenza.
Le persone coinvolte in esercizi commerciali legati al divertimento, come scuole di ballo, locali notturni, luna park, sale da gioco ecc. riceveranno come ricompensa una quotidianità fatta di sorrisi, vivacità, risate, lacrime di gioia. Ma se gli stessi si comporteranno in modo irresponsabile, non curando l’affidabilità delle proprie strutture o trascurando la preparazione degli addetti ai lavori quando torneranno a casa vedranno solo sofferenza, tristezza, volti angosciati e martoriati. Il gioco di fare il furbo non varrebbe assolutamente la candela, perché il prezzo da pagare sarebbe la propria esistenza. Gli insegnati, gli educatori e tutti coloro che hanno a che fare con i bambini e la loro formazione conosceranno nella vita persone straordinarie, intelligenti, colte e preparate. Le loro relazioni sociali saranno appaganti, profonde, affascinanti, dense di significato. A meno che non siano maestri svogliati, privi di pazienza e sensibilità, o arroganti e dittatoriali. In questo caso avranno a che fare, al di fuori della sfera scolastica, con gente ignorante, incivile, senza scrupoli. Riceveranno umiliazioni, saranno derisi da individui rozzi e prepotenti, pieni di rabbia e animosità. Le persone che si dedicano all’arte dello scrivere, della grafica, della comunicazione in generale, e lo fanno con passione, dedizione e atteggiamento propositivo, potranno godere dell’ammirazione altrui, saranno lodati, acclamati, adorati. Ma quelli che useranno le parole o le immagini per manipolare gli altri, per diffondere messaggi tendenziosi, per ricattare o diffamare, verranno perseguitati, condannati da tribunali implacabili, guardati con sdegno e odiati dalla massa. Chi si dedica alla vendita dei libri, li cataloga con attenzione e premura, li preserva dal tempo e la polvere, e li custodisce gelosamente, come fossero oggetti preziosi, vivrà nella tolleranza reciproca, nel rispetto, nell’accettazione e integrazione. Viaggerà e conoscerà nuovi mondi e culture, si arricchirà l’anima e il cuore, stringerà amicizie sincere. Chi si preoccuperà solamente di rincarare i prezzi e aumentare le vendite, presenterà fondi di magazzino e scarti come opere d’arte o ingannerà il turista inesperto, finirà in un ghetto, sarà isolato, etichettato come “diverso”, emarginato.
In queste condizioni il lavoro avrebbe una connotazione diversa, sarebbe socialmente utile ed educativo. Si renderebbe di più, si agirebbe con coscienza e umiltà. Il lavoratore cercherebbe di dare il massimo per avere in cambio una vita felice, ricca di amore, serenità e pace interiore. Nessuno ci guadagnerebbe a essere scorretto, perché gli si ritorcerebbe contro giorno dopo giorno, e la sua esistenza diventerebbe un inferno di dolore e desolazione.
Non come adesso, che chi fa più denaro, non importa con quali mezzi e finalità, ha tutti i privilegi e i lussi immaginabili. Non come adesso, che i più onesti e sensibili soccombono ai più corrotti e spregiudicati uomini di potere.
Dicembre 12, 2005

“La mia pelle oggi è distrutta, si è riempita di macchie rosse… Non ci voleva proprio”.
“Dài, non esagerare, con un po’ di cipria non si vedrà più niente”.
“Non voglio sfigurare, ho un appuntamento importante!”.
Quante volte, ogni giorno, migliaia di donne si ritrovano ad affrontare questo tipo di conversazione? Gli sceneggiatori di “Sex And The City” hanno guadagnato una fortuna arricchendo il copione della serie TV più “pepata” d’America con dialoghi di questo tipo… Nessuno si sorprende più del resto: viviamo nell’epoca dell’immagine, dell’apparire a tutti i costi e problemi quali invecchiamento cutaneo e borse sotto gli occhi risultano una delle maggiori cause di depressione e malessere sociale.
Niente di nuovo, fin qui. Ma se provassimo a rileggere quello scambio di battute iniziali assumendo un punto di vista diverso? Supponiamo che a parlare non siano due amiche in vena di confidenze, ma due “maschi” ben piazzati, dalla stazza importante e la mascella prominente. In questo caso lo stupore ci sarebbe eccome.
Quando si pensa al trucco, al make-up per correggere imperfezioni e ridare tono ad un incarnato pallido l’associazione mentale con la donna scatta automaticamente. L’idea dell’uomo alle prese con fard, fondotinta e correttori fa un effetto strano, se non addirittura ripugnante. Passino gli addominali scolpiti e lisci come il velluto, i pettorali morbidi e setosi, le gambe glabre e perfettamente modellate, ma il trucco no! Il troppo è troppo! Eppure le tendenze degli ultimi anni parlano chiaro: il mercato dei prodotti di bellezza rivolti all’universo maschile è in costante espansione. Si va dalle creme colorate per il viso, ai gel fondotinta fino a veri e propri beauty kit studiati per l’uomo metropolitano, urban chic. Il più spregiudicato, finora, è stato Jean Paul Gaultier, che ha messo in commercio una linea di rossetti only for men: uno rosé, uno trasparente e uno marrone. Al di là delle provocazioni e degli eccessi legati al mondo dello spettacolo, che sono sempre esistite, l’uomo si fa sempre più esigente in fatto di estetica e cura personale, arrivando a spendere cifre consistenti in profumeria o erboristeria.
Proviamo per un momento ad abbandonare i nostri pregiudizi e a considerare gli aspetti positivi del fenomeno. Condividendo le gioie e i dolori del camouflage donne e uomini potrebbero scambiarsi trucchi e accessori di bellezza, consigliarsi a vicenda, aiutarsi con pennelli e spugnette. Tante incomprensioni e battibecchi del tipo “Sbrigati, sei sempre l’ultima, quanto tempo ti ci vuole per metterti il ‘cerone’?” sarebbero risparmiati. La spesa in prodotti cosmetici verrebbe equamente distribuita e il marito o convivente di turno finirebbe per considerare l’esborso di soldi per il make-up necessario e inevitabile. La vita di coppia ne trarrebbe giovamento e ne uscirebbe rafforzata, rinvigorita. Tutto è bene quel che finisce bene, Happy End.
Ora torniamo coi piedi per terra e lasciamo le favole ad Andersen e Collodi. Il quadretto di un lui davanti allo specchio intento a incipriarsi il naso mentre lei si toglie le sopracciglia non ha nulla di esaltante, anzi. E’ una prospettiva inquietante, figlia di una società in crisi, dove i modelli maschili da seguire sono Costantino e Raz Degan.
Eppure nella mente e nei cuori di tutti noi c’è un uomo, che grazie ad un sapiente make-up, ma non solo, è riuscito ad affascinare milioni di persone in tutto il mondo. Un signore né bello, né ricco, ma con una forza comunicativa straripante. Un uomo che non aveva bisogno di parole per esprimere i suoi sentimenti e che bastava guardare negli occhi per comprendere a fondo. Un uomo che si chiamava Charlie Chaplin. I suoi occhi neri, carichi di trucco, non significavano esibizionismo, ma arte.
“Quel modo di vestire mi aiuta ad esprimere la mia concezione dell’uomo medio , dell’uomo comune, la mia concezione di quasi tutti gli uomini, di me stesso. La bombetta troppo piccola rappresenta lo sforzo accanito per poter apparire dignitoso. I baffi esprimono vanità. La giacca abbottonata stretta, il bastoncino e tutto il comportamento del vagabondo rilevano il desiderio di assumere un aria galante , ardita, disinvolta. Cerco di affrontare coraggiosamente il mondo, di andare avanti a forza di bluff: e di questo ne sono consapevole. Così consapevole che riesco a ridere di me stesso e anche a commiserarmi un po’”.
Ridere di se stessi, ecco quello che gli uomini di oggi dovrebbero imparare a fare di più. In fondo, come ha scritto una volta l’attrice messicana Salma Hayek, “La bellezza è nell’occhio di chi guarda. Ciò che troviamo bello dice molto di noi, di chi siamo e dei nostri limiti.”
Dicembre 12, 2005
Perché il libro di Margaret Mazzantini mi è rimasto così impresso? Perché è riuscito a farmi immedesimare e a farmi commuovere? Eppure non si tratta di un capolavoro della letteratura o del miglior libro che abbia mai letto.
Racconta una storia drammatica, estremamente dolorosa. Racconta di un uomo, affermato dottore, marito e padre, che perde la testa per una donna, disperata, povera, sola, che si guadagna da vivere sulla strada.
Il loro amore è inspiegabile, privo di senso. La loro passione, da fisica, si trasforma in viscerale bisogno di far parte l’uno della vita dell’altra.
Il chirurgo rispettato, con una moglie attraente e determinata, esce dal suo mondo ovattato ed entra in quello derelitto, vacillante, di una donna problematica, non bella, dal passato infame.
Il loro primo incontro è burrascoso, violento, sgarbato. Anche il secondo e il terzo. Va avanti in modo del tutto selvaggio, veemente. E lui le lascia dei soldi ogni volta. Poi, a poco a poco, il rapporto cambia e diventa intimo, intenso, sincero. Lui sembra non poter fare a meno di lei, e addirittura è disposto a cambiare vita per quella donna fragile, sfortunata, malinconica. Ma il destino riserva a tutte e due uno scherzo terribile.
Anni dopo, questa appassionante storia d’amore riaffiora nella mente di lui. E per la prima volta decide di parlarne, con sincerità. Il suo pubblico però, non può ascoltarlo. E’ disteso su un letto di ospedale, senza conoscenza, in lotta tra la vita e la morte. E’ il corpo di sua figlia adolescente, caduta dal motorino, entrata in coma.

La versione cinematografica, con Sergio Castellitto e una strepitosa Penelope Cruz, è riuscita a rendere il dramma profondo di una donna straordinaria, ma non la sofferenza palpabile e lancinante di un padre che rischia di perdere sua figlia.
Dicembre 12, 2005
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