Archivio Dicembre 12, 2005
Si è parlato tanto delle casalinghe disperate in onda su RaiDue che farlo adesso sembra superfluo o tardivo. Ma la mia intendo dirla comunque. Ho aspettato a pronunciarmi perché volevo guardare più puntate possibile, in modo da farmi un’idea più precisa. Ora, alla fine della prima stagione, quell’idea ce l’ho: Desperate Housewives mi piace, eccome se mi piace. Lo trovo irreale, a tratti surreale, divertente, assurdo, brillante.
Le belle protagoniste della serie sono splendide fuori ma “ammaccate” dentro. Hanno una personalità complessa, ambivalente e complicata. Sanno quello che è giusto in teoria, ma agiscono sempre nel modo sbagliato. Hanno tanti scheletri nell’armadio, ma vanno avanti indifferenti, spavalde.
La mia preferita? Senz’altro Bree la rossa più “sballata” sulla faccia della terra. O meglio, di Wisteria Lane.
Dicembre 12, 2005

E’ uno di quegli argomenti che più mi coinvolge. Provoca in me un sussulto, un moto di rabbia che non riesco a controllare. Quando incontro un gruppetto di ragazzini, dai 13 anni in su, che si esprimono con linguaggio greve e sboccato, che si divertono a deridere e infastidire i coetanei diversi da loro, mi verrebbe voglia di cantargliene quattro. Le forme di sopraffazione che il branco mette in atto sui più deboli e indifesi sono di vario genere, tutte deprecabili. Capita che 6 individui ne accerchino 1, lo provochino in tutti i modi, lo insultino, lo malmenino senza ragione. Solo perché non vuole far parte della loro comitiva, o perché ha una ragazza carina e desiderabile, o magari perché ha abbastanza soldi da permettersi un motorino, un look alla moda. Tante volte è la pura e semplice gelosia che spinge alla violenza.
Non riesco a non condannare certi comportamenti, non riesco ad analizzare la questione con imparzialità. Mi metto dalla parte del più debole, della vittima di questi ingiustificati attacchi. Anche perché, quasi sempre, si tratta di una persona corretta, particolarmente brillante e di successo, sensibile e intelligente. Che non alzerebbe mai le mani per risolvere un problema. Ma userebbe le parole, la logica.
Non c’è niente da fare, il cocktail di ignoranza, strafottenza, vigliaccheria e violenza non ha mai portato a nulla di buono.
Dicembre 12, 2005

Oliver Twist è la storia di un bambino che definire sfortunato è un eufemismo. Già dalla nascita capisce di non essere particolarmente simpatico alla dea bendata, trovandosi abbandonato in un orfanotrofio. Gli anni passano e le sofferenze che è costretto a scontare crescono. All’interno dell’istituto è sottoposto a maltrattamenti verbali e fisici (dovendo lavorare come uno schiavo, senza guadagnare nulla se non un pasto misero). Ma anche fuori la sorte gli è avversa: viene venduto da un padrone ad un altro, senza trovare nessuna famiglia pronta ad accoglierlo amorevolmente. Che scelta gli resta se non quella della fuga? La sua meta è Londra e il suo salvatore è un bambino poco più grande di lui che lo raccoglie dalla strada e lo introduce al suo “capo”. La nuova sistemazione è confortevole, il vecchio che lo ospita di buon cuore, gli altri bambini che vivono in quella casa simpatici. Peccato però che a volte, dietro l’apparenza, si nasconde una realtà terribile. E questa realtà in cui si è ritrovata è un covo di ladri, criminali, delinquenti patentati. Oliver non è come loro e soprattutto non vuole diventare come loro. I suoi occhi lo gridano al mondo. Ma il mondo sembra sordo, inconsapevole, indifferente.
Quando tutto sembra perduto e il destino del povero bambino irrimediabilmente segnato, una luce si accende, e scalda il cuore di un nobiluomo, impietosito dallo sguardo di Oliver, intenerito dalla sua disarmante bellezza d’animo. Con premura, dolcezza e dedizione lo strappa dalle grinfie di quella cricchia di malviventi nel quale era capitato, e gli offre una casa, un’educazione, una vita che finalmente vale la pena di essere vissuta.
E il bimbo gliene è grato, profondamente. Il suo cuore non riesce tuttavia a dimenticare chi, tempo prima, lo aveva salvato dalla strada offrendogli un pasto caldo, quel vecchio truffatore disperato e misero finito in carcere, diventato pazzo, rimasto solo come un cane. L’ultima scena del film è forse la più toccante: Oliver abbraccia quell’uomo negletto, cerca di infondergli speranza, lo avvolge con il suo calore immenso.
Dicembre 12, 2005
Posts successivi