Di violenza ce n’è eccome nel film di Cronenberg. E non è per niente sottintesa, velata, subodorata.
Dal secondo tempo in poi è spiattellata addosso senza troppi convenevoli…
Se l’intento del regista canadese era quello di presentare un caso di doppia personalità, di mostrare come la natura umana sia capace di tutto e del contrario di tutto, allora l’obiettivo è stato centrato in pieno.
Ma a mio parere la parabola del protagonista è stata eccessivamente esasperata. Nel bene e nel male.
Tom Stall (Viggo Mortensen) all’inizio appare non solo come un bravo padre di famiglia, un onesto lavoratore e un marito premuroso, ma come l’uomo perfetto, il “più buono del mondo”, a detta della sua bellissima moglie. E’ un esempio di rettitudine, dedizione ai cari, attaccamento alla comunità in cui vive.
Poi, svelato il mistero legato al suo passato, si trasforma in un micidiale e spietato assassino, privo di sentimenti e pietà.
La sua missione diventa la vendetta: cieca, acerrima, senza esclusione di colpi.
In altri termini, prima ci innamoriamo di Dottor Jekill, subito dopo, detestiamo il Mister Hide che è diventato.
Avrei preferito di gran lunga un’analisi più complessa e sofferta della psicologia di Tom. Una descrizione del conflitto interiore da lui vissuto, una spiegazione di come il ricorso alla violenza, a volte, sembri l’unica strada possibile, ma non per questo indolore.
Anziché vedere un Viggo-Terminator che fa fuori tutti, avrei voluto partecipare al dramma di un uomo imperfetto e beffato dalla sorte. Avrei voluto immedesimarmi, comprendere le sue reazioni, perdonare i suoi sbagli.
Ma come si fa a essere indulgente nei confronti del giustiziere della notte?
Dicembre 31, 2005
Ormai è diventato un appuntamento fisso. Non per me (sono fuori target!) ma per la mia adorata mamma.
Ore 19.50, dal lunedì al venerdì, Rai 1. Amadeus annuncia il gioco finale del suo quiz “L’eredità“, e lei comincia a trepidare, in fervida attesa. La sua sfida personale sta per avere inizio, e guai a chi osi distrarla o disturbarla durante quei 10 minuti di “passione”.
Mi capita di osservarla di sottecchi mentre si arrovella alla ricerca della parola magica, dell’associazione esatta che conduce alla vittoria.
Per chi non avesse idea di cosa stia parlando, “la ghigliottina“, la prova conclusiva del programma, consiste nel cercare di indovinare il termine che mette in relazione una serie di parole apparentemente prive di legame tra loro. Per esempio, se dico: caldo, cucina, elemento, rosso e inferno, la parola che le accomuna è fuoco (perché è caldo, rosso, serve a cucinare, è uno dei quattro elementi della natura ed è presente negli inferi).
Mia madre, dopo aver prontamente azzeccato la risposta in più di una puntata, si reputa una campionessa. La sua sete di vittoria è incontenibile e la sua soddisfazione è tanto maggiore quanto più il finalista da Amadeus arranca e fallisce miseramente. Lei dovrebbe gareggiare per il montepremi, lei si meriterebbe la gloria. Perché ormai non sbaglia un colpo e quelle rare volte che fa un passo falso è solo perché la parola da individuare era veramente “troppo difficile!”.
E’ uno spasso sbirciare l’espressione concentrata del suo viso mentre elabora mentalmente le varie alternative possibili. E ancor più quando le si accende la lampadina, il volto le si illumina e si lascia scappare un concitato “lo so, lo so!”.
Quando rientro a casa da lavoro e mi saluta frettolosamente, capisco che deve dirmi qualcosa. E’ impaziente di aggiornarmi sul suo risultato: “Oggi ho indovinato dopo solo 2 indizi, e lui ha sbagliato!”. Quanta soddisfazione trapela dal suo sorriso aperto, quanto palese compiacimento!
Devo ammettere che il suo entusiasmo mi ha incuriosito e più di una volta l’ho raggiunta davanti al televisore per mettermi alla prova. Ma non posso negare che mi ha battuta su tutta la linea! Mentre io osservo dubbiosa lo schermo, con l’aria spaesata e lo sguardo nel vuoto, lei è reattiva, scaltra, veloce. Io timidamente suggerisco una parola, lei ribatte con vivacità e ne propone 2,3,4, fino a che il verdetto viene emesso.
Anche se questo sua insolita mania mi fa sorridere e talvolta mi induce a prenderla bonariamente in giro, è un piacere immenso vederla così coinvolta, combattiva e tenace.
Se è questo l’effetto che fa, allora posso sbilanciarmi e intonare un canto che suona più o meno così: Grazie Amadeus, che ci fai vivere e sognare ancora… grazie Amadeus…
Dicembre 31, 2005