Archivio Dicembre, 2005

Tenerezza

C’è un’immagine, in questo Natale 2005, che più di ogni altra mi trasmette tenerezza.
Ha le dimensioni di un poster ed è “spalmata” sulle vetrine di una nota catena di negozi per bambini, oltre che sulla parete della mia cameretta! Non ho proprio saputo resistere alla tentazione di entrare nel negozio fingendomi interessata agli articoli in vendita, con il solo scopo di impossessarmi di quella locandina.

Tutta la dolcezza e l’ingenuità del mondo è racchiusa in due occhi neri come il carbone, in un viso paffutello, in un ciuffetto di riccioli crespi che spunta vicino alle orecchie, in due piedini che si toccano in modo buffo.

La protagonista della collezione Autunno/Inverno 2005/06 della Benetton è una bimba che se ne sta seduta con le ginocchia all’infuori e una miriade di palline colorate sulla testa. A guardarla bene sembra completamente a suo agio, con la manina appoggiata sulla coscia e la panciotta all’infuori, in bella vista.
Mentre tutti si affannano alla ricerca del regalo giusto da comprare per le feste, lei se ne sta comoda comoda, con aria indifferente e pacioccona.
Sembra prendersi gioco delle nostre ansie, dello stress che ci accompagna ogni attimo, del ritmo vorticoso in cui siamo risucchiati. Il suo sguardo sereno e calmo sta lì per dirci di fermarci, di prenderci una pausa, di sederci e osservare quello che ci circonda. Semplicemente e con la testa piena di sogni. Come fa lei.

Ora una considerazione: siamo sicuri che stiamo parlando di una lei? E se l’adorabile esserino ritratto nel poster fosse un maschietto? Mah, in fondo il risultato non cambierebbe…

Aggiungi un commento Dicembre 18, 2005

Una ragazza speciale

Simona è speciale perché a soli 31 anni ha centrato obiettivi incredibili. E’ una pittrice di talento, una ballerina formidabile, una donna determinata e grintosa.

Il suo stile e il suo modo di essere sono realmente unici. Quando realizza un dipinto attinge alla sua esperienza personale, mette su tela le sue più intime emozioni.

Quando danza il suo corpo trasmette vibrazioni, suscita commozione e
stupore.

E’ bella Simona, con una cascata di riccioli castani e gli occhi che brillano. E’ bella anche se (o forse proprio perché) è senza braccia. Tutto quello che fa è merito dei suoi straordinari piedi.

Grazie a loro Simona scrive, disegna, balla, cucina, si trucca, ama, in poche parole vive, e lo fa in un modo del tutto naturale e spontaneo.

Ho scoperto la sua storia per caso, me l’ha raccontata mia madre con le lacrime agli occhi. Poi ho fatto una ricerca su Internet e sono entrata nel suo sito. Così ho potuto leggere la sua biografia, immergermi nei suoi pensieri, ammirare i suoi dipinti, appassionarmi alle sue scritture, curiosare nella gallery con tutte le sue foto.
Entrando nel suo mondo, su simonarte.com, si compie un viaggio di crescita interiore e di speranza. Si comprende quanto sia coraggioso e gioioso il percorso di vita di certe persone. E quanto sia futile e superficiale quello di altre.

Su Simona e tante storie come la sua, il nuovo libro di Candido Cannavò: E li chiamano disabili

Aggiungi un commento Dicembre 17, 2005

The heart is deceitful above all things

I am reading the J.T. Leroy book and I am shocked. Even though sometimes I feel sick for what I read, I can’t stop myself to go on.

It describes the wretched and tragic childhood of the author in a straight and harsh language. Jeremiah is four years old when the social workers take him off his foster family and leave him to his own mother, eighteen years old Sarah. The young woman is a desperate tossic who prostitutes herself for a living and changes boyfriends as frequently as her clothes.
Jeremiah is forced to live like an animal the most of the time, without being fed or looked after. His mother and her boyfriend whip him with belts, swear at him, keep saying to him that he has a devil inside.
Worst of all Sarah enjoys to dress him like a girl and allows her boyfriends and clients to abuse of him.
Jeremiah doesn’t understand what is the good way to follow, what is bad or not, he only aims for his mother ’s love.
The book can be tough and cruel now and then. Jeremiah describes all in details and you can’t believe that things like that actually happen. You suffer whit him, pray for him, hope that he will find a safe way out. You hate Sarah and her father (a preacher who forces his children to scrub their skin with scalding hot water and bleach and vigorously clean their genitals with a wire brush), you wish their miserable behaviours won’t ruin the life of Jeremiah for ever. You hatred the sordid and beat up Datsun where they live.

You are sad and touched when you go through the lines, but you are so involved that you can’t take the book apart. I haven’t finished it yet, i don’t know if there will be the light at the end of the tunnel for Jeremiah.
I don’t even know if I would recommend someone to read this book. But I know for sure that I won’t forget it for a long, long time.

Aggiungi un commento Dicembre 16, 2005

Dallo specchietto

Dal mio specchietto retrovisore, ogni giorno, posso entrare dentro la vita delle altre persone. E’ come se fossi dotata di un potere soprannaturale e riuscissi a spiare, senza essere vista, i loro movimenti.
Il mio sguardo indiscreto e ingordo si insinua nel loro abitacolo e li fotografa nei gesti più naturali e istintivi. Basta soffermarsi sull’ espressione della gente in macchina per comprenderne lo stato d’animo.
C’è la ragazza spavalda, con il chewing gum in bocca, tutta impettita e impaziente di ingranare la marcia. C’è la signora di mezz’età stanca, con le spalle curve e gli occhi persi nel vuoto; c’è la donna elegante, truccata di tutto punto, che non perde occasione per stendere sulle labbra un altro velo di rossetto.
C’è di tutto, e io mi diverto a interpretare quei volti sconosciuti, a dare significato a una smorfia, una risata, un’alzata di spalle.
I semafori rossi diventano la mia occasione per studiare le persone e inventare storie fantasiose sul loro conto. Con il tempo ho perfezionato la mia tecnica e ho imparato a deviare lo sguardo al momento giusto, a fingermi indifferente e distratta per non essere colta in fragrante.
Il massimo del divertimento è quando indosso gli occhiali da sole. Allora mi sento invulnerabile, protetta come non mai. Sotto la lente scura i miei occhi sono liberi di indugiare su particolari interessanti, di cercare indizi e trovare conferme.

Ieri dietro di me, in una pegeout blu, c’era una ragazza della mia età. Aveva l’auricolare all’orecchio e parlava animatamente con qualcuno al di là del filo. Sembrava serena, aveva il volto disteso e un sorriso che di tanto in tanto le riempiva la faccia.
Ho pensato che era al telefono con sua nonna, la quale la stava aspettando a casa e non vedeva l’ora di farsi raccontare la sua giornata…

Aggiungi un commento Dicembre 12, 2005

Non più bambina

Il magazine che curo è rivolto a ragazzine dagli 8 ai 12 anni. Sono le cosiddette preteen, in gergo giornalistico, cioè non ancora teenagers, adolescenti. Rappresentano una fascia di età al limite, una sorta di ibrido, perché è sbagliato considerarle ancora bambine, ma lo è ancora di più definirle ragazze.
Rivolgersi a loro nel modo più opportuno e richiamare il loro interesse non è semplice. Richiede cura, attenzione, conoscenza del loro mondo. Bisogna muoversi con delicatezza, imparare a destreggiarsi tra sentieri di burro, usare un inchiostro fatto di piume. Perché queste quasi adolescenti sono intelligenti, argute, molto ricettive.
Ma oggi non voglio parlare a tutte, voglio rivolgermi a una in particolare, che ha 12 anni e un nome che non conosco. La sua storia non può essere omologata a quella delle altre. Merita uno spazio a se stante. Leggo sul corriere.it: “Promessa sposa a 12 anni, tenta il suicidio. Musulmana, costretta dai genitori a seguire le regole religiose, si è tagliata le vene a scuola”.

Ho qualcosa da dirti e spero che tu possa leggere le mie parole. I tuoi compagni sono accorsi in tuo aiuto, ti hanno trovata nel bagno con i polsi sanguinanti e hanno pianto. Hanno gridato con il cuore in gola, disperatamente. I tuoi insegnanti, sgomenti, hanno chiamato l’ambulanza. Hai provocato una scossa profonda. L’Italia intera è rimasta senza parole, attonita, di fronte al tuo gesto. Io ho rabbrividito e provato compassione.

Sei così giovane e piena di talento! Hai un’anima sensibile e leggiadra. Ami i tuoi genitori, non vorresti mai deluderli. Sei fedele, vuoi rispettare i dettami della tua religione, non intendi abbandonare la comunità musulmana nella quale sei nata. Ma allo stesso tempo vivi in una società in cui le tue coetanee possono vedere la TV, giocare con le bambole, andare alle feste di compleanno. Possono vestirsi in libertà, mangiare ciò che desiderano, rivolgere la parola ai loro amici. Ce le hai lì davanti, tutti i giorni. E in fondo sono come te. Ma ai tuoi occhi sono diverse, perché non puoi frequentarle il pomeriggio, non puoi indossare i loro abiti e non ti è consentito partecipare alle loro feste. Mentre loro vivono le loro prime cotte con i batticuori e le fantasie innocenti della loro età, tu hai scoperto che dovrai sposarti con un bengalese come te, di 14 anni. I tuoi genitori te lo hanno comunicato senza troppi giri di parole.

Hai ragione a dire no. Anzi, tutte le ragioni del mondo. Il tuo messaggio è stato recepito. Il tuo gesto disperato ha sortito un effetto incredibile. Ora tutti conoscono la tua storia e partecipano della tua angoscia. Ma il modo che hai scelto per comunicare al mondo la tua sofferenza è profondamente sbagliato. In esso si riconosce tutta la fragilità e l’instabilità della tua giovane età. La paura ha preso il sopravvento sulla logica, l’immaturità ha prevalso sulla lucidità. Ma anche questo vuol dire essere preteen, a volte.

Adesso che il pericolo è passato e per fortuna sei salva, hai la possibilità di uscire dal tunnel. Tante persone sono pronte a darti una mano, a parlare con i tuoi, a far sì che i tuoi incubi si trasformino il prima possibile in sogni spensierati. L’adolescenza è alle porte. Vedrai che avrà tanto da offrirti e ti indicherà altre strade, altre forme di espressione, altri modi per far sapere quello che senti.

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Closer

Si potrebbe definire la storia di una menage a quattro.
La pellicola del 2004 di Mike Nichols scandaglia le relazioni sentimentali e sessuali di 2 coppie fuori dall’ordinario. Leggendo la trama o guardando i trailer del film si prefigurano percorsi intriganti e scenari accattivanti. Il leit motiv sembra essere una sorta di attrazione fatale che costringe i protagonisti a peccare, tradire, assecondare le proprie incoffessabili fantasie.

Ma anziché coinvolgere e suscitare curiosità, le vicende dei quattro protagonisti appaiono artefatte, prive di autenticità. Perché può succedere, anzi succede fin troppo spesso, che le persone tradiscano, si innamorino al di fuori delle loro relazioni di coppia, si incontrino di nascosto, ma che poi sentano l’esigenza irrefrenabile di svelare le loro malefatte e anzi sembrano compiacersi dell’infedeltà del proprio partner proprio no… Come a dire: “Cara, sei stata con lui vero? Ci hai fatto questo e quest’altro giusto? Scommetto che ti è piaciuto… Ah, a proposito, è stato più bravo di me”.

La ripetitività di questo tipo di dialoghi, sempre più morbosi e poco aderenti alla realtà, fa cadere in picchiata la qualità del film. Peccato, perché l’eccellente cast (Jude Law, Natalie Portman, Julia Roberts, Clive Owen), avrebbe potuto suscitare ben diverse emozioni e reazioni.

Forse il pubblico maschile avrà da ridire sulla mia recensione. Magari avrà trovato il lavoro di Nichols stuzzicante, malizioso e un pizzico irriverente. Ma da donna scaltra e tutt’altro che ingenua posso affermare che la sua percezione non è lucida. In realtà la sua prospettiva è distorta, completamente deviata dalla presenza straripante e ammaliante di Natalie Portman nei panni della spogliarellista Alice. Chiunque andrebbe nel pallone di fronte a cotanto spettacolo!

Infine, un discorso a parte merita la meravigliosa colonna sonora del film. “Blower’s Daughter” di Damien Rice è da applausi, anzi da Standing Ovation. Lei sì che appassiona, coinvolge e magnetizza. “I can take my eyes off you… I can take my eyes off you…” Non riesco a togliermela dalla testa.

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DV8 “Just For Show”

Il fascino dell’illusione. E’ tutto racchiuso in questo concetto lo spettacolo messo in scena dai DV8, compagnia di danza britannica diretta dal coreografo inglese Lloyd Newson.

L’illusione di credere che l’apparenza sia più importante della sostanza, che il mostrarsi valga più dell’ essere. Niente di nuovo, penserete voi, soprattutto in un ‘epoca, la nostra, intrisa di superficialità. Ma è il modo in cui il messaggio è veicolato a stupire ed emozionare. I ballerini sul palco sono attraversati da fasci di luce e proiezioni visive accattivanti.
Sono corpi che esprimono i loro sentimenti attraverso movimenti scomposti, convulsi, frenetici. Seguono una musica intensa, quasi psichedelica e si abbandonano alle loro sensazioni.

Il corpo è l’assoluto protagonista della scena. Un corpo perfetto, tonico, affusolato, in forma smagliante.

E le parole sopraggiungono, di tanto in tanto, solo per sottolineare che è indispensabile, vitale, avere un fisico scattante e armonico. Non c’ è spazio per la “cicciottella”, per quella troppo bassa o poco femminile. La donna deve indossare abiti Dior, camminare a testa alta, avere un portamento regale. Anche l’uomo non può sfuggire alle regole della bellezza a tutti i costi. Passi che sia stupido, un po’ folle e inebetito, ma al di fuori deve mostrare muscoli tesi, addominali scolpiti e glutei sodi. Deve essere colui che detta le regole del rapporto, il maschio dominante e conquistatore.

DV8 è un vero e proprio “teatro fisico”, perché i fisici si esibiscono sfacciatamente e gridano in maniera assordante . I corpi attraversati da luci e proiezioni virtuali diventano paesaggi mutevoli e variegati, ricchi di significati e carichi di fascino.

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Anonimo

Anonimo è un uomo che non conosco e che probabilmente non vuole farsi conoscere.

E’ alto all’incirca 1,70 cm, ha la barba incolta e i capelli scarmigliati. A giudicare dalle linee profonde che solcano la sua fronte e dai ciuffi grigi che gli spuntano sulla testa deve avere intorno ai 50 anni. O giù di lì.

Vive nel mio quartiere, lo incontro tutti i giorni, la mattina, la sera, anche la notte. Ogni volta sembra indaffaratissimo, in continuo spostamento, con il suo carico di bagagli al seguito. Non è più un ragazzo, mi dico, eppure non si ferma mai, va avanti con determinazione, incurante del freddo e del caldo, della pioggia e del sole.

La mattina presto, mentre sono in macchina diretta all’ufficio, lo cerco con lo sguardo. Ogni semaforo è l’occasione per voltarmi, guardarmi intorno e trovarlo. Se non lo vedo, un senso di inquietudine comincia a pervadermi. Mi sento profondamente turbata. Dov’è oggi?, mi domando, dove sono i suoi mille pacchi da trasportare avanti e indietro, ininterrottamente? Che abbia scelto di cambiare vita e di dire basta, di abbandonare i suoi “bagagli” una volta per tutte?

Spero di no. Mi auguro che quel barbone dal passo dinoccolato e incerto, che ha fatto del quartiere la sua dimora, non abbia gettato la spugna. E che non la getti mai.

Forse un giorno, prima di andare a lavoro, troverò il coraggio di accostare la macchina e chiedergli come si chiama. Per dare un nome a un volto così familiare, per conoscere la sua storia e trovare un titolo migliore a questo articolo.

Homeless

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Magdalene

Magdalene - Il film

Margaret è tenace e leale, ha forti valori e pensa che l’onestà vada perseguita sempre nella vita. Viene violentata da un suo cugino durante una festa.
Rose è fragile, insicura e generosa. Ha appena partorito un bambino splendido al di fuori del matrimonio.
Bernadette è vivace, intraprendente e adora flirtare con i ragazzi. Il suo è solo un gioco di sguardi innocente.

Margaret, Rose e Bernadette non si conoscono. I loro caratteri, come le loro storie personali, sono diverse. Ma a un certo punto le loro vicende si incrociano e finiscono per coincidere, quando vengono obbligate a entrare nell’atroce lavanderia cattolica delle “Magdalene”. Un convento ultra rigido, dove suore disumane hanno il compito di “correggere” le ragazze, di allontanarle dalla tentazione del sesso e di punirle per le loro “incursioni” precoci nell’universo maschile.
Un luogo dove la dignità umana viene calpestata, dove non esiste pietà o solidarietà, dove tantissime fanciulle innocenti vengono ridotte alla schiavitù e alla fame.

Peter Mullan

La pellicola di Peter Mullan, vincitrice al Festival di Venezia del 2002, lascia esterefatti. Principalmente per la consapevolezza che la sua opera non è il frutto di un’invenzione, ma di una lucida e critica ricostruzione della realtà. Le case irlandesi delle “Magdalene” hanno chiuso i battenti solo nel 1996. Appena 10 anni fa.

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Che bel faccione!

Jack Nicholson - ritratto

Il mio è stato amore a prima vista. Di quelli fatali, che ti lasciano di stucco. E che soprattutto ti fanno battere il cuore. Sia ben chiaro che non sto parlando di Jack Nicholson, nella foto qui sopra, ma del suo “autore”. O meglio, dell’autore dello scatto che lo ritrae in quest’ immagine. Si chiama Martin Schoeller, di lui so solo che è un fotografo tedesco, che si è trasferito negli Usa nel 1999 e che ha la passione per le “grandi teste“.

A quanto pare si diverte a fare primi piani, ma non primi piani qualsiasi, primi piani giganteschi, che non lasciano scampo al soggetto e fanno trapelare qualsiasi cosa: i suoi difetti e i suoi pregi , non solo fisici, ma anche dell’anima. Fino a 2 giorni fa non ne avevo mai sentito parlare, poi, sfogliando una rivista mi è saltata all’occhio la foto di Angelina Jolie, come non l’avevo mai vista prima…

Angelina Jolie

Che avesse due labbra stratosferiche me ne ero già accorta, certo, ma in questa posa, noto qualcos’ altro: la leggera asimmetria delle sopracciglia, l’accenno di borse sotto gli occhi (magnifici occhi di un colore verde-azzurro), la narice sinistra un po’ più chiusa della destra. Mi accorgo, in altre parole, che è umana. E quelle lievi rughe d’espressione vicino alle labbra, quel bagliore intenso nello sguardo, mi dicono che Angelina è una donna vera, malinconica, tenace, determinata. Verrebbe da dire che glielo si legge in faccia!

A Milano si tiene una mostra proprio su Martin Schoeller e i suoi primi piani, dove è possibile ammirare, in una lunga carrellata, 40 ritratti di personaggi noti e non. Per una volta non si tratta della celebrazione
del bello o dell’esaltazione della perfezione, ma di disarmante e impetuosa realtà.

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