Leggo sul corriere.it:
“Per accedere al suo pc o aprire la porta di casa, gli basta soltanto un cenno della mano. Tutto merito del chip che si è fatto impiantare sottopelle: più piccolo di un chicco di riso, dura una vita“.

La chiamano nuova frontiera della tecnologia, si tratta del sistema Rfid, ed è già moda tra i giovani americani… Consiste nel farsi bucare la pelle e infilarci dentro un congegno di silicio.
In fondo il rischio di rimanere intossicati è nulla in confronto alla comodità di accendere il computer con una semplice alzata di mano…
Per non parlare poi della possibilità di entrare dentro casa senza fare uso di un’antiquatissima chiave!
E’ quasi come nel film “Minority Report”, quando a Tom Cruise bastava spalancare gli occhi e zac! la sua identità era svelata. Non manca tanto per raggiungere quei livelli di perfezione.
Per ora dobbiamo accontentarci e sforzarci di tirare su una mano!
A volte mi sembra che anziché portarci avanti, il progresso ci trascini indietro, all’epoca dei primati, quando il cervello dell’uomo ancora non si era ben sviluppato…
Per non credere ai vostri occhi, visitate questo sito http://tagged.kaos.gen.nz/
Gennaio 9, 2006
Ieri sera, verso le nove e trenta, ero al volante della mia macchina, diretta a casa.
Sono abituata a muovermi in auto da sola, a rientrare anche tardi; mi rilassa guidare senza l’angoscia del traffico e del caos diurno. Ma non dimentico mai di bloccare le portiere dall’interno, di nascondere la borsa sotto il sedile, di tenere il cellulare (carico) a portata di mano e di evitare di accostarmi troppo alle altre macchine quando incontro semafori rossi.
Paranoica? Forse, ma con tutto quello che si sente in giro preferisco prendere le mie piccole precauzioni.
Finora, è da quasi 10 anni che ho la patente, non mi è mai capitato nulla di strano (a parte un Capodanno di tre anni fa, quando un tizio ubriaco si era piazzato in mezzo alla strada e aveva deciso di avventarsi sulle auto che passavano, compresa la mia).
Anche ieri, in realtà, non è accaduto niente di eclatante, ma qualcosa, o meglio, qualcuno, mi ha indotto a riflettere.
Dal ciglio della strada è apparso un uomo di mezz’età, quasi sicuramente extracomunitario, che sventolava un cartone e teneva il pollice alzato, in segno di autostop. La sua richiesta era urlata, vistosa, per nulla mascherata. Si dimenava, sollevava le braccia con enfasi, cercava di attrarre l’attenzione in modo appariscente.

Senza pensarci due volte ho spinto il piede sull’acceleratore e l’ho superato. Come me hanno fatto le auto che mi precedevano e quelle che mi seguivano.
Non mi sarei fermata per nulla al mondo, ne sono sicura. A meno che, forse, a chiedere l’autostop fosse stata una donna.
Non c’è stata indifferenza nel mio gesto, nemmeno freddezza, solo paura.
La società in cui viviamo ci costringe a stare allerta, a guardarci continuamente alle spalle, a non fidarci degli sconosciuti, tanto più se di sesso opposto e di nazionalità diversa dalla nostra.
Non mi sento in colpa, ma ho il cuore pieno di tristezza. Per la consapevolezza che non ci potrà mai essere solidarietà, comprensione e aiuto reciproco finché ci sarà timore, sospetto e sfiducia.
Voi che avreste fatto?
Gennaio 9, 2006