Le conseguenze dell’amore

Non me l’aspettavo. Quando ho proposto al mio ragazzo di rimanere a casa a guardare “Le conseguenze dell’amore” l’ho fatto con leggerezza, senza immaginare lontanamente quanto ci avrebbe colpito quella visione.
Chissà dove, su Internet, avevo trovato un commento positivo sulla pellicola di Paolo Sorrentino, che mi aveva messo la pulce nell’orecchio. Dovevo assolutamente togliermela.
L’atmosfera che avvolge il protagonista, Titta di Girolamo, è ambigua, cupa, dalle tinte fosche. Anche l’esistenza che conduce è nebbiosa e impenetrabile.
Vive in un anonimo albergo della Svizzera, lontano dagli affetti, e trascorre le sue giornate in un’imbarazzante solitudine. Seduto sulla poltrona della hall, getta lo sguardo fuori dalla finestra e osserva con amarezza il mondo esterno, così malinconico e distante.
Parla a stento, fuma di continuo, sospira e pensa. Non fa altro che pensare Titta di Gerolamo. Alla sua condizione disperata, al suo buffo nome, alla sua ex moglie lontana, al suo migliore amico che non sente e vede da anni, alla dose di eroina che deve iniettarsi una volta alla settimana per rimanere a galla.
Le immagini si susseguono in un ritmo lento, cadenzato, com’è il ritmo della riflessione, della meditazione. E il silenzio, condizione essenziale per pensare, è l’elemento fondante e caratterizzante della personalità di Titta.
La regia di Sorrentino offre prospettive inusuali, di forte impatto, che trascinano lo spettatore nella dimensione sofferta del protagonista. Così fa la colonna sonora, graffiante, incisiva e pungente come la realtà con cui è costretto a fare i conti.
Solo una donna, come accade quasi sempre nella vita, può mettere tutto in discussione e creare uno sconquasso in questa routine incolore e uguale a se stessa.
Una donna, o meglio, una ragazza, è infatti l’unico motivo della reazione di Titta, il quale sceglierà a un certo punto di rischiare, di svelare il suo segreto e modificare il suo triste destino.
Ma le conseguenze di questo amore (per giunta mai consumato), saranno la causa della sua fine. Non solo dell’amore, ma anche del protagonista.
5 commenti Gennaio 10, 2006