
Sonia e Bruno sono giovani, poveri e innamorati. Da poco sono diventati anche genitori.
Vivono il loro rapporto in modo giocoso, adolescenziale, tra dispetti, rincorse al parco e risate spensierate.
Ma di pensieri ce ne dovrebbero avere eccome, essendo disoccupati, con un bambino da mantenere e senza nessuno (genitori, parenti o amici) intenzionato ad aiutarli.
C’è una profonda differenza tra i due: Sonia è diventata madre ed è euforica. Bruno è diventato padre ed è indifferente. Lei coccola e accudisce amorevolmente il suo bambino, lui lo guarda da lontano, tenendolo a distanza.
Bruno ha un “pallino”: i soldi. Se li procura con attività illegali, piccoli furti, affari sporchi. Una volta guadagnati li sperpera, perché è incapace di gestirli e amministrarli con giudizio. Per racimolare un gruzzolo cospicuo è disposto addirittura a vendere il figlioletto, noncurante delle conseguenze. “Tanto ne faremo un altro“, dice a Sonia, per convincerla della bontà del suo gesto.
La telecamera segue le vicende dei due ragazzi da vicino, si muove insieme a loro. La realtà che traspare è arida, desolata, espressione di un disagio sociale acuto. Non c’è musica di sottofondo ad addolcire il profilo amaro di quelle vite, non c’è nessun artificio registico ad attenuare lo squallore dei gesti, la miseria delle intenzioni.
Il quadro dipinto dai fratelli Dardenne è privo di orpelli e abbellimenti, parla in modo crudo di degradazione sociale, di esistenze ai margini.
Bruno non vuole un lavoro da fattorino, gli sta bene borseggiare; Sonia non chiede un uomo realizzato al suo fianco, gli basta il calore di un amore sincero. Almeno finché gli eventi non precipitano, lasciando solo un senso di vuoto e paura.
Ma dalle ceneri a volte è possibile costruire il proprio riscatto, a poco a poco. Che gli errori e le scelleratezze del passato, possano aprire la strada a un cambiamento sostanziale? Che un recupero sociale sia in fondo possibile? Il film non lo dichiara apertamente, ma alla fine lo fa intuire e accende una speranza…
Gennaio 15, 2006

Qualche mese fa, insieme con un mio collega della redazione, ho intervistato Andrea Mariano, il tastierista dei Negramaro. Per telefono era sembrato estremamente posato, riflessivo, asciutto. Noi lì a “stuzzicarlo” con domande personali, taglienti, e lui che manteneva un atteggiamento del tutto professionale, misurato. Un ragazzo educato e conciso, non proprio l’interlocutore ideale per i giornalisti voraci e a caccia d scoop.
Quando l’ho visto scatenarsi e dimensarsi sul palco venerdì scorso, durante il concerto che i Negramaro hanno tenuto a Roma, sono rimasta di sasso. Non avrei mai immaginato una tale trasformazione. Quanto al telefono risultava calmo e composto, tanto sullo stage è apparso esuberante e su di giri. E non era certo l’unico, tutta la band ha mostrato carisma, temperamento e una passione straripante.
Dagli spalti si avvertiva in pieno la loro grinta esplosiva, l’adrenalina dirompente che arrivava fin sopra l’anello più alto del palazzetto.
I Negramaro riescono ad emozionare a 360°, con note, strofe, movenze, espressioni.
Sono giovani, ma hanno tanto da dire. Peccato che molte delle loro parole siano rimaste inascoltate per colpa di un’acustica totalmente inadeguata. La splendida voce del frontman, Giuliano Sangiorgi, risultava ovattata, sovrastata dalla musica; i suoi commenti indecifrabili, i testi delle canzoni difficilmente comprensibili. Chi conosceva a memoria il repertorio del gruppo ha potuto tirare a indovinare, ma chi era meno ferrato si è dovuto accontentare della sua immaginazione.
Possibile che il Palalottomatica sia l’unica struttura romana, di grandi dimensioni, adibita ai concerti? La sua funzione primaria è quella di palazzetto sportivo, la sua architettura non è studiata per esaltare i suoni, la sua natura non rende giustizia alla bellezza della musica, agli artisti, e soprattutto al pubblico pagante.
Non mi stupisce che i grandi cantanti internazionali scelgano altre location per esibirsi, vedi Milano e Firenze.
A noi romani non resta che aspettare la bella stagione per goderci le esibizioni live all’aperto, nelle grandi piazze o negli stadi. Tutta un’altra storia lì.
Gennaio 15, 2006