L’enfant Da vedere…

Match Point

16 Gennaio, 2006

Non mi è piaciuto e non posso credere alle mie orecchie quando sento parlare di capolavoro…

L’inizio promette bene, affascina persino. Le riflessioni a voce alta del protagonista, decantatore della fortuna, dell’impatto determinante che ha sulla vita di ognuno, convincono e impressionano. La metafora della pallina da tennis che colpisce il nastro e, a seconda di quale parte del campo cadrà, determinerà la vittoria o la sconfitta del giocatore, è realmente incisiva. Fa prefigurare un intreccio articolato, delle dinamiche accattivanti.
L’illusione dura poco, svanisce dopo una decina di minuti, quando la storia comincia a dispiegarsi.
Eccola in breve: giovane belloccio amante dell’arte e della ricchezza, entra nell’alta società grazie a un incontro fortuito. Non gli par vero di poter andare all’opera, di essere invitato a party esclusivi, di frequentare i circoli “che contano”. Il matrimonio con la sorella dell’amico, rampollo miliardario, è una mossa quasi scontata, garanzia di successo e privilegi. Ma la passione è un’altra cosa… Non si può certo trovare nella mogliettina buone maniere e papino-dipendente, ma nell’attrice dannata, amante del bicchiere e della sregolatezza sì. Con lei il sesso è stellare, un turbine di sensazioni stimolanti e brividi sulla pelle. E vale la pena correre il rischio di essere colti in flagrante. Almeno finché la biondona se ne sta da una parte, brava e zitta. Quando la “pecorella” mansueta comincia ad alzare la voce la sua presenza (ed esistenza) non è più tanto gradita. Di colpo diventa un intralcio, un peso sul groppone, un pericolo da allontanare con forza. E si è disposti a tutto pur di metterla a tacere…

Ora, chi trova qualche spunto originale in questo intreccio alzi la mano, (o meglio muova il mouse, digiti sulla tastiera e mi spieghi come fa). E’ banale la scalata al successo di lui, banale la relazione che porta avanti, banale (e un po’ ridicola) la conclusione liberatoria. Non era banale l’idea di partenza, ma ahimé, troppo poco per promuovere il film.

Se devo dirla proprio tutta non mi è piaciuta nemmeno la voce doppiata di Scarlett Johansonn, troppo forzata e sopra le righe. E anche la sua proverbiale bellezza sembrava averla abbandonata, lasciandola spenta, quasi appassita.

Probabilmente i miei occhi erano troppo stanchi ieri per percepire la “grandezza” di questa pellicola e dei suoi protagonisti.

Sei nella categoria: Cinema

4 Commenti Aggiungi il tuo

  • 1. 3ImaginaryBoys  |  17 Gennaio, 2006 alle 17:40

    Anche io ho sentito pareri discordanti sulla pellicola.
    Molti l’ammirano da subito (complice forse quel “Woody Allen” scritto sulla locandina che fa tanto intellettualoide?!?), altri l’apprezzano in un secondo tempo (merito di un finale spiazzante, ho sentito dire), altri ancora la condannano sul nascere…
    Ti farò saper non appena mi degnerò di andare al cinema.

    Ciao.

  • 2. Francesca  |  17 Gennaio, 2006 alle 18:00

    Sono curiosa di sentire cosa ne pensi.
    Cerca di guardarlo con la mente sgombra, il più possibile.
    Non pensare a quello che si è detto e non detto, lasciati guidare dalle tue sensazioni.
    Poi ne riparliamo!

  • 3. 3ImaginaryBoys  |  18 Gennaio, 2006 alle 10:39

    Comunque la Johansonn resta unica in “Lost in Translation”, al di là del film…non credi?

  • 4. Francesca  |  18 Gennaio, 2006 alle 12:35

    E’ vero, era la prima volta che la vedevo, e mi aveva impressionata.
    Affascinante, intrigante, seducente. Indimenticabile.

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