Archivio Gennaio, 2006
La domanda è: “Qual è il tuo sogno nel cassetto?“. Diretta, concisa, immediata come lo sparo di un proiettile.
La risposta deve essere una sola, la più sincera possibile.
Avanti, le opzioni tra cui scegliere sono infinite: se siete tipi materialisti “Diventare ricco!” o “Fare carriera!” calzeranno a pennello, se invece avete l’indole romantica “Trovare l’amore della mia vita”, e “Sposarmi e costruire una famiglia” vi si addirà perfettamente.
Chi ha l’anima idealista può provare con “Vivere in un mondo senza guerre” o, ancora più altisonante “Che gli ultimi diventino i primi”.
Ma sono certa che la maggioranza di voi in mente ha una risposta differente. La verità è che non può confessarla, perché non si tratta di un desiderio di cui andar fieri… “Diventare famoso, essere riconosciuto per strada, finire sotto la luce dei riflettori, attirare l’attenzione”.
Una pura esigenza di vanità, narcisismo, esibizionismo all’ennesima potenza.
Niente è più gratificante, per certe persone, che ottenere il plauso della gente, il consenso generale, la riconoscibilità.
Chuck Lamb è una di queste. Quarantasette anni, programmatore informatico dell’Ohio, sposato con 6 figli, ha un chiodo martellante in testa: diventare qualcuno, essere notato, lasciare un segno indelebile nella storia.
La sua è più che una speranza, è un’esigenza, una necessità primaria da soddisfare e, pur di riuscirci, è disposto a servirsi di qualunque mezzo a sua disposizione.
E il “mezzo”che ha scelto, è esattamente quello che sto usando io in questo momento, insieme a migliaia di altre persone in tutto il mondo: il blog. Per l’esattezza questo blog: www.deadbodyguy.com



Chi di voi mastica l’inglese avrà già intuito dalla scelta del nome che Mister Lamb non si dedica all’uncinetto o al ricamo, ma ad una materia più fosca e cupa, che ha a che fare con la morte. La sua morte.
Il suo sito non è altro che una carrellata di foto macabre, che lo ritraggono in pose da morto: caduto dalla rampa delle scale, schiacciato sotto la serranda del garage, elettrizzato dentro la vasca da bagno ecc… Tutte scene di decesso casalingo, insolite ma non completamente inverosimili. Un po’ come nel film “Final Destination”, quando la morte si abbatteva sui protagonisti nelle situazioni e nei momenti più impensabili.
Con la collaborazione della moglie, trasformatasi in fotografa e coreografa per l’occasione, Lamb ha deciso di proporre al mondo la sua immagine da morto, dato che quella da vivo non gli aveva portato granché fortuna.
Gli scatti hanno un sapore surreale, tragicomico nella maggioranza dei casi, ma hanno destato un vivo interesse. Da quando, il 5 dicembre, sono stati diffusi su Internet, la sua “faccia cadaverica” ha cominciato a rimanere impressa nella mente di molti. E il suo sogno nel cassetto si è avverato. Il sito ha ricevuto 300.000 visite nelle prime tre settimane. Nel giro di due ore, 2.000 contatti solo dalla Spagna. Poi sono venuti gli articoli sui quotidiani, le apparizioni alle TV, le partecipazioni alle trasmissioni radiofoniche e persino i premi.
Il modo che ha scelto per farsi pubblicità non ha precedenti e se da un lato lascia perplessi e fa storcere il naso, dall’altro genera stupore e meraviglia. Non si può negare che sia originale e divertente.
Chuck Lamb non ha mai nascosto quale fosse il suo intento, ha lanciato chiaro e forte il suo appello: “Guardatemi, vi prego, non staccatemi gli occhi di dosso, non vi pare che abbia una bella cera?”.
Molto più apprezzabile lui delle tante Lecciso in circolazione…
Gennaio 18, 2006

Non mi è piaciuto e non posso credere alle mie orecchie quando sento parlare di capolavoro…
L’inizio promette bene, affascina persino. Le riflessioni a voce alta del protagonista, decantatore della fortuna, dell’impatto determinante che ha sulla vita di ognuno, convincono e impressionano. La metafora della pallina da tennis che colpisce il nastro e, a seconda di quale parte del campo cadrà, determinerà la vittoria o la sconfitta del giocatore, è realmente incisiva. Fa prefigurare un intreccio articolato, delle dinamiche accattivanti.
L’illusione dura poco, svanisce dopo una decina di minuti, quando la storia comincia a dispiegarsi.
Eccola in breve: giovane belloccio amante dell’arte e della ricchezza, entra nell’alta società grazie a un incontro fortuito. Non gli par vero di poter andare all’opera, di essere invitato a party esclusivi, di frequentare i circoli “che contano”. Il matrimonio con la sorella dell’amico, rampollo miliardario, è una mossa quasi scontata, garanzia di successo e privilegi. Ma la passione è un’altra cosa… Non si può certo trovare nella mogliettina buone maniere e papino-dipendente, ma nell’attrice dannata, amante del bicchiere e della sregolatezza sì. Con lei il sesso è stellare, un turbine di sensazioni stimolanti e brividi sulla pelle. E vale la pena correre il rischio di essere colti in flagrante. Almeno finché la biondona se ne sta da una parte, brava e zitta. Quando la “pecorella” mansueta comincia ad alzare la voce la sua presenza (ed esistenza) non è più tanto gradita. Di colpo diventa un intralcio, un peso sul groppone, un pericolo da allontanare con forza. E si è disposti a tutto pur di metterla a tacere…
Ora, chi trova qualche spunto originale in questo intreccio alzi la mano, (o meglio muova il mouse, digiti sulla tastiera e mi spieghi come fa). E’ banale la scalata al successo di lui, banale la relazione che porta avanti, banale (e un po’ ridicola) la conclusione liberatoria. Non era banale l’idea di partenza, ma ahimé, troppo poco per promuovere il film.
Se devo dirla proprio tutta non mi è piaciuta nemmeno la voce doppiata di Scarlett Johansonn, troppo forzata e sopra le righe. E anche la sua proverbiale bellezza sembrava averla abbandonata, lasciandola spenta, quasi appassita.
Probabilmente i miei occhi erano troppo stanchi ieri per percepire la “grandezza” di questa pellicola e dei suoi protagonisti.
Gennaio 16, 2006

Sonia e Bruno sono giovani, poveri e innamorati. Da poco sono diventati anche genitori.
Vivono il loro rapporto in modo giocoso, adolescenziale, tra dispetti, rincorse al parco e risate spensierate.
Ma di pensieri ce ne dovrebbero avere eccome, essendo disoccupati, con un bambino da mantenere e senza nessuno (genitori, parenti o amici) intenzionato ad aiutarli.
C’è una profonda differenza tra i due: Sonia è diventata madre ed è euforica. Bruno è diventato padre ed è indifferente. Lei coccola e accudisce amorevolmente il suo bambino, lui lo guarda da lontano, tenendolo a distanza.
Bruno ha un “pallino”: i soldi. Se li procura con attività illegali, piccoli furti, affari sporchi. Una volta guadagnati li sperpera, perché è incapace di gestirli e amministrarli con giudizio. Per racimolare un gruzzolo cospicuo è disposto addirittura a vendere il figlioletto, noncurante delle conseguenze. “Tanto ne faremo un altro“, dice a Sonia, per convincerla della bontà del suo gesto.
La telecamera segue le vicende dei due ragazzi da vicino, si muove insieme a loro. La realtà che traspare è arida, desolata, espressione di un disagio sociale acuto. Non c’è musica di sottofondo ad addolcire il profilo amaro di quelle vite, non c’è nessun artificio registico ad attenuare lo squallore dei gesti, la miseria delle intenzioni.
Il quadro dipinto dai fratelli Dardenne è privo di orpelli e abbellimenti, parla in modo crudo di degradazione sociale, di esistenze ai margini.
Bruno non vuole un lavoro da fattorino, gli sta bene borseggiare; Sonia non chiede un uomo realizzato al suo fianco, gli basta il calore di un amore sincero. Almeno finché gli eventi non precipitano, lasciando solo un senso di vuoto e paura.
Ma dalle ceneri a volte è possibile costruire il proprio riscatto, a poco a poco. Che gli errori e le scelleratezze del passato, possano aprire la strada a un cambiamento sostanziale? Che un recupero sociale sia in fondo possibile? Il film non lo dichiara apertamente, ma alla fine lo fa intuire e accende una speranza…
Gennaio 15, 2006

Qualche mese fa, insieme con un mio collega della redazione, ho intervistato Andrea Mariano, il tastierista dei Negramaro. Per telefono era sembrato estremamente posato, riflessivo, asciutto. Noi lì a “stuzzicarlo” con domande personali, taglienti, e lui che manteneva un atteggiamento del tutto professionale, misurato. Un ragazzo educato e conciso, non proprio l’interlocutore ideale per i giornalisti voraci e a caccia d scoop.
Quando l’ho visto scatenarsi e dimensarsi sul palco venerdì scorso, durante il concerto che i Negramaro hanno tenuto a Roma, sono rimasta di sasso. Non avrei mai immaginato una tale trasformazione. Quanto al telefono risultava calmo e composto, tanto sullo stage è apparso esuberante e su di giri. E non era certo l’unico, tutta la band ha mostrato carisma, temperamento e una passione straripante.
Dagli spalti si avvertiva in pieno la loro grinta esplosiva, l’adrenalina dirompente che arrivava fin sopra l’anello più alto del palazzetto.
I Negramaro riescono ad emozionare a 360°, con note, strofe, movenze, espressioni.
Sono giovani, ma hanno tanto da dire. Peccato che molte delle loro parole siano rimaste inascoltate per colpa di un’acustica totalmente inadeguata. La splendida voce del frontman, Giuliano Sangiorgi, risultava ovattata, sovrastata dalla musica; i suoi commenti indecifrabili, i testi delle canzoni difficilmente comprensibili. Chi conosceva a memoria il repertorio del gruppo ha potuto tirare a indovinare, ma chi era meno ferrato si è dovuto accontentare della sua immaginazione.
Possibile che il Palalottomatica sia l’unica struttura romana, di grandi dimensioni, adibita ai concerti? La sua funzione primaria è quella di palazzetto sportivo, la sua architettura non è studiata per esaltare i suoni, la sua natura non rende giustizia alla bellezza della musica, agli artisti, e soprattutto al pubblico pagante.
Non mi stupisce che i grandi cantanti internazionali scelgano altre location per esibirsi, vedi Milano e Firenze.
A noi romani non resta che aspettare la bella stagione per goderci le esibizioni live all’aperto, nelle grandi piazze o negli stadi. Tutta un’altra storia lì.
Gennaio 15, 2006
Ossia quella meno conosciuta, che non parla dell’impero Microsoft, della rivoluzione nel campo dell’informatica da lui apportata, dell’industria miliardaria che ha messo su.
L’altra faccia, meno extraterrestre e più umana. Quella che gli fa dormire sonni tranquilli la notte, che gli rinvigorisce lo spirito e che inorgoglisce immensamente sua moglie Melinda.
Questa faccia ha un nome, anzi due, per la precisione. Si chiama “Bill & Melinda Gates Foundation” e, grazie ai suoi investimenti, ha già contribuito, dopo appena sei anni, a salvare almeno 700 mila vite nei Paesi poveri.

Bill e consorte ci si sono buttati anima e corpo, mettendo in gioco un terzo del loro patrimonio e cercando di smuovere quante più coscienze possibili.
Il loro obiettivo è indurre anche gli altri potenti del pianeta a fare la loro parte, a mettersi le mani in tasca e partecipare a una causa infinitamente giusta e importante.
Perché le emergenze sanitarie del Terzo mondo non si contano, crescono a dismisura, sterminano migliaia di persone innocenti, lacerano esistenze e speranze.
Quando Bill e Melinda viaggiano, ultimamente, si dirigono in baraccopoli, abitazioni di fortuna, capanne, ospedali. Visitano l’India, l’Africa, il Bangladesh, per incontrare donne malate, bambini sofferenti, uomini allo stremo delle forze. Vogliono conoscere le loro storie, infondere un po’ di coraggio e soprattutto dare qualche consiglio pratico: come rispettare le più basilari norme igieniche, abituarsi a usare il preservativo, imparare a riconoscere e curare le malattie più comuni ecc.. I coniugi Gates hanno bisogno di toccare con mano, di entrare in contatto con gli ultimi della terra. Loro che invece sono i primi.
Non è scontato che un ultramilionario lo faccia . Non tutti i super ricchi lo fanno o hanno mai pensato di farlo. Alcuni, forse la maggior parte, non guardano oltre la punta del loro naso.
Anticipo quello che la maggioranza di voi starà pensando: “E’ una mossa studiata, per farsi bella pubblicità, per vendere ai media un’immagine di sé da gran benefattore, da imprenditore generoso e caritatevole“. Forse. Ma in ogni caso tira fuori un sacco di quattrini.
E fare pubblicità a certe cause, dar loro visibilià, parlarne ad alta voce, è ammirabile. Punto e basta.
Gennaio 12, 2006
Se gli esseri umani non elimineranno le armi nucleari, le armi nucleari elimineranno gli esseri umani.
- Seiko Ikeda (superstite di Hiroshima) -
Gennaio 12, 2006

Non me l’aspettavo. Quando ho proposto al mio ragazzo di rimanere a casa a guardare “Le conseguenze dell’amore” l’ho fatto con leggerezza, senza immaginare lontanamente quanto ci avrebbe colpito quella visione.
Chissà dove, su Internet, avevo trovato un commento positivo sulla pellicola di Paolo Sorrentino, che mi aveva messo la pulce nell’orecchio. Dovevo assolutamente togliermela.
L’atmosfera che avvolge il protagonista, Titta di Girolamo, è ambigua, cupa, dalle tinte fosche. Anche l’esistenza che conduce è nebbiosa e impenetrabile.
Vive in un anonimo albergo della Svizzera, lontano dagli affetti, e trascorre le sue giornate in un’imbarazzante solitudine. Seduto sulla poltrona della hall, getta lo sguardo fuori dalla finestra e osserva con amarezza il mondo esterno, così malinconico e distante.
Parla a stento, fuma di continuo, sospira e pensa. Non fa altro che pensare Titta di Gerolamo. Alla sua condizione disperata, al suo buffo nome, alla sua ex moglie lontana, al suo migliore amico che non sente e vede da anni, alla dose di eroina che deve iniettarsi una volta alla settimana per rimanere a galla.
Le immagini si susseguono in un ritmo lento, cadenzato, com’è il ritmo della riflessione, della meditazione. E il silenzio, condizione essenziale per pensare, è l’elemento fondante e caratterizzante della personalità di Titta.
La regia di Sorrentino offre prospettive inusuali, di forte impatto, che trascinano lo spettatore nella dimensione sofferta del protagonista. Così fa la colonna sonora, graffiante, incisiva e pungente come la realtà con cui è costretto a fare i conti.
Solo una donna, come accade quasi sempre nella vita, può mettere tutto in discussione e creare uno sconquasso in questa routine incolore e uguale a se stessa.
Una donna, o meglio, una ragazza, è infatti l’unico motivo della reazione di Titta, il quale sceglierà a un certo punto di rischiare, di svelare il suo segreto e modificare il suo triste destino.
Ma le conseguenze di questo amore (per giunta mai consumato), saranno la causa della sua fine. Non solo dell’amore, ma anche del protagonista.
Gennaio 10, 2006
Leggo sul corriere.it:
“Per accedere al suo pc o aprire la porta di casa, gli basta soltanto un cenno della mano. Tutto merito del chip che si è fatto impiantare sottopelle: più piccolo di un chicco di riso, dura una vita“.

La chiamano nuova frontiera della tecnologia, si tratta del sistema Rfid, ed è già moda tra i giovani americani… Consiste nel farsi bucare la pelle e infilarci dentro un congegno di silicio.
In fondo il rischio di rimanere intossicati è nulla in confronto alla comodità di accendere il computer con una semplice alzata di mano…
Per non parlare poi della possibilità di entrare dentro casa senza fare uso di un’antiquatissima chiave!
E’ quasi come nel film “Minority Report”, quando a Tom Cruise bastava spalancare gli occhi e zac! la sua identità era svelata. Non manca tanto per raggiungere quei livelli di perfezione.
Per ora dobbiamo accontentarci e sforzarci di tirare su una mano!
A volte mi sembra che anziché portarci avanti, il progresso ci trascini indietro, all’epoca dei primati, quando il cervello dell’uomo ancora non si era ben sviluppato…
Per non credere ai vostri occhi, visitate questo sito http://tagged.kaos.gen.nz/
Gennaio 9, 2006
Ieri sera, verso le nove e trenta, ero al volante della mia macchina, diretta a casa.
Sono abituata a muovermi in auto da sola, a rientrare anche tardi; mi rilassa guidare senza l’angoscia del traffico e del caos diurno. Ma non dimentico mai di bloccare le portiere dall’interno, di nascondere la borsa sotto il sedile, di tenere il cellulare (carico) a portata di mano e di evitare di accostarmi troppo alle altre macchine quando incontro semafori rossi.
Paranoica? Forse, ma con tutto quello che si sente in giro preferisco prendere le mie piccole precauzioni.
Finora, è da quasi 10 anni che ho la patente, non mi è mai capitato nulla di strano (a parte un Capodanno di tre anni fa, quando un tizio ubriaco si era piazzato in mezzo alla strada e aveva deciso di avventarsi sulle auto che passavano, compresa la mia).
Anche ieri, in realtà, non è accaduto niente di eclatante, ma qualcosa, o meglio, qualcuno, mi ha indotto a riflettere.
Dal ciglio della strada è apparso un uomo di mezz’età, quasi sicuramente extracomunitario, che sventolava un cartone e teneva il pollice alzato, in segno di autostop. La sua richiesta era urlata, vistosa, per nulla mascherata. Si dimenava, sollevava le braccia con enfasi, cercava di attrarre l’attenzione in modo appariscente.

Senza pensarci due volte ho spinto il piede sull’acceleratore e l’ho superato. Come me hanno fatto le auto che mi precedevano e quelle che mi seguivano.
Non mi sarei fermata per nulla al mondo, ne sono sicura. A meno che, forse, a chiedere l’autostop fosse stata una donna.
Non c’è stata indifferenza nel mio gesto, nemmeno freddezza, solo paura.
La società in cui viviamo ci costringe a stare allerta, a guardarci continuamente alle spalle, a non fidarci degli sconosciuti, tanto più se di sesso opposto e di nazionalità diversa dalla nostra.
Non mi sento in colpa, ma ho il cuore pieno di tristezza. Per la consapevolezza che non ci potrà mai essere solidarietà, comprensione e aiuto reciproco finché ci sarà timore, sospetto e sfiducia.
Voi che avreste fatto?
Gennaio 9, 2006

Che fosse una pellicola diversa dalle altre lo avevo capito ancora prima di andare al cinema, quando ho tristemente riscontrato che in tutta Roma veniva trasmesso solamente in 2 sale. Bhe, mi sono detta, sarà certamente interessante…
Già dai titoli di testa si intuisce che il film di Park Chan-wook supera di gran lunga gli standard a cui siamo abituati. L’inchiostro che traccia rose rosse sullo schermo e si trasforma in sangue, al ritmo di una musica suadente, ti trascina in un attimo nel vivo della storia.
Una storia vibrante e folle, dove Lee Young-ae illumina la scena con il suo sguardo sofferto, l’espressione torba, la personalità complessa.
La bellissima attrice coreana veste i panni di Geum-ja, una ragazza che a 19 anni finisce in carcere ingiustamente, con l’accusa di aver rapito e ucciso un bambino. La sua missione, scontata la condanna di 13 anni, è quella di trovare il vero assassino e vendicarsi.
Lei, che nelle quattro mura del carcere era sembrata docile e gentile, sempre disponibile ad aiutare le sue compagne in difficoltà, a rivolgere un sorriso pieno di speranza alle più bisognose, ha in mente un piano diabolico.
L’ambivalenza della sua natura diventa l’elemento più accattivante del film. I suoi lineamenti delicati e la sua pelle bianca come il latte contrastano con il nero della sua anima e il rosso sangue che colora le sue palpebre.
Geum-ja è consapevole di non poter tornare indietro, che la sua vita è irrimediabilmente compromessa. Sa che è impossibile recuperare l’innocenza del passato e che non c’è speranza di redenzione. Sente di non poter più donare amore, nemmeno alla sua bambina, l’essere più prezioso che ha e per la quale ha sacrificato, senza ripensamenti, la sua giovinezza.
Lady Vendetta passa dalla crudeltà più cinica all’ironia più disarmante, dalla violenza fisica alla purezza e il candore dei sentimenti.
C’è una ragione, motivatissima, che spinge la protagonista a essere quello che è, a comportarsi in modo spietato.
Si sente in colpa, vuole punire colui che le ha fatto imboccare la via del peccato e sfogare tutta la sua rabbia, senza pietà.
Alla fine la vendetta sarà compiuta, con l’aiuto di un esercito di alleati fedeli. Persone rancorose, ferite, umiliate nel profondo, come lei. Insieme troveranno la forza di compiere l’indicibile.
E dopo verrà la neve, a pulire le loro anime, a purificare i loro cuori, a indicare, forse, che espiazione c’è stata.
Uscita dalla sala mi sono sentita turbata ma soddisfatta.
Mi rimarranno impressi i penetranti primi piani di Lee Young-ae, la sua eleganza nel tagliare la torta e servirla ai genitori dopo l’assassinio, il toccante dialogo in inglese con la figlia, la bambina che cammina a piedi scalzi sulla neve, la faccia affondata in quello strano dolce tutto bianco.
Gennaio 8, 2006
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