Archivio Marzo, 2006

Che stramba l’accoppiata de “L’imbalsamatore“.
Peppino il nano incube e Valerio il gigante succube. Il primo ha una fisicità ridicola, il secondo un corpo perfetto. L’uno è l’antitesi dell’altro. Eppure tra questi due opposti si instaura una relazione ambigua, nasce un’attrazione inspiegabile.
Peppino è autorevole, prepotente, ficcante. E’ grande di personalità. Valerio è fragile, indeciso, malleabile. E’ minuscolo di carattere.
Quando si incontrano, per caso, in uno zoo, la loro chiacchierata lascia il segno. I due capiscono che il loro destino può cambiare, in meglio, con un’impennata inaspettata.
Peppino propone a Valerio di abbandonare il suo lavoro precario di cuoco per aiutarlo nella sua attività di imbalsamatore, con la promessa di un lauto guadagno. Il giovane sulle prime è scosso, titubante, ma fortemente tentato. Sente che potrebbe essere l’occasione giusta per crescere e carpire i segreti di un mestiere affascinante.
Così ha inizio la loro collaborazione-relazione. In uno studio dall’atmosfera inquietante e le tinte fosche Peppino e Valerio lavorano e diventano amici. La sera escono insieme, si divertono, rinsaldano la loro complicità.
E’ una donna a spezzare l’armonia e a scuotere il loro equilibrio. Valerio si innamora di Deborah e la fa entrare nella sua vita in maniera prepotente. Le serate non sono più a due, ma a tre, e non si capisce chi è di troppo.
Peppino è geloso, dà fuori di testa, rivela la sua possessività, diventa violento (già lo era, date le sue collusioni col mondo mafioso).
Il regista Matteo Garrone usa tutti gli strumenti che ha a disposizione per trasmettere un senso di disagio, equivocità e squallore: le ambientazioni desolanti, le atmosfere infide, le allusioni scandalose. Ogni scelta compiuta dai protagonisti ha in sé un velo di corruzione e squallore.
L’intero profilo delle loro vite è avvilente, così come la risoluzione finale della vicenda. Cupa e spiccatamente noir.
Un moto di inquietudine mi ha accompagnato per tutta la durata del film. Un fastidio e un’incredulità sincera nei riguardi di un legame disturbato, che non riuscivo a giustificare.
Vuol dire che il cinema è riuscito nel suo intento quando è in grado di far nascere quesiti, lasciare perplessi, tracciare percorsi inesplorati, istillare dubbi.
Sono mesi che ho visto “l’Imbalsamatore” e continuo a sentirmi spiazzata. Caspita.
Marzo 31, 2006

Yesterday I took the train at 7.30 a.m. from Roma Termini to reach Bologna.
My company displays its publishing products in the Children’s Book Fair every year.
I was excited to go there and see the Fair with my own eyes. Last year I didn’t go and I could only admire the pictures taken by my collegues.
Some coworkers of mine spent several days at the Fair, sleeping in comfortable miniflats rented by our President.
Not me. I was the only one, along with a graphic named Marina, to go there for just a few hours and come back home. Bad luck…
The trip was quite stressful and my feet at the end of the day were toast!
Our visit was fast and furious. We hadn’t enough time to see everything. We skipped many stands and missed a lot of interesting events. We just rushed from one point to another, trying to catch as many details as we could.
We didn’t know people nor had the chance to introduce ouselves to anyone.
We enjoyed the experience yet.
There were a lot of illustrators and writers looking for new contacts. There were editors and artists. There was creativity. There was art.
Many young people displayed their beautiful works and I had the certainty to be sorrounded by talented and skillful man and women.
It was a hectic day, very busy and too short. It was an explosion of lights and colours as only the children’s world can be.
Marzo 30, 2006

…avevo appena 4 anni e la faccia “impunita”. Non è che me la ricordi con esattezza, sono le foto di allora a testimoniarlo in maniera inequivocabile. Frangetta folta, pancia all’infuori, sguardo da guappo. Una tipa buffa.
Molti stentano a credere che quella bimba dall’aspetto comico fossi io.
Io stessa faccio fatica a convincermene. Soprattutto quando mi sono ritrovata “me stessa” di fronte, in un filmato di 24 anni fa uscito allo scoperto senza preavviso.
Un giorno mio padre arriva a casa, trafelato, con un CD sospetto tra le mani, e sghignazzando ci dice: “Guardatelo! E’ una sorpresa…”. Io e mia madre, curiose come squali, non ce lo siamo fatto ripetere e, inserito il dischetto nel lettore, abbiamo atteso con spasmodica trepidazione la rivelazione.
Sullo schermo tutto tremolante spunta fuori una scena da rimanerci stecchiti: i miei genitori, da giovani. Poi, uno dopo l’altro sfilano davanti l’occhio della telecamera anche i miei zii, le loro ragazze (oggi mogli), i miei nonni (oggi lassù, nel cielo). Le loro voci da ragazzi, rotte dalle risate, sono così diverse da quelle a cui sono abituata.
Che colpo! Le immagini scorrono nebulose, approssimate, ma ogni persona inquadrata spicca, cattura il mio sguardo, ruba la mia attenzione.
E’ una festante combriccola riunitasi per il 1° maggio del 1982, alle porte di Roma. Sono tutti intorno alla tavola, dopo mangiato, a conversare amabilmente.
Fisso quei volti con meraviglia, mi concentro sui particolari: i capelli di uno, gli occhiali dell’altra, i vestiti di quello, la parlata di quell’altra. Tutti così familiari, ma nello stesso tempo estranei, in un ritratto approssimato di tanti anni fa.
Me lo sento, dal modo in cui mio padre mi guarda a un certo punto, che il bello però deve ancora venire.
Il pezzo forte irrompe nell’inquadratura dopo qualche minuto.
Sbuffa e guarda impertinente l’obiettivo. Ha un ciglio impettito. Sono io, cicciotta, a 4 anni. Mi muovo, saltello, canticchio una filastrocca tra i denti, mi faccio gli affari miei.
Scoppio a ridere, basita. La sensazione che ho addosso, rivedendomi, è di infinita tenerezza e simpatia. Di fronte a me c’è una ragazzina vivace e sveglia, con un’espressione furbetta. Una che ancora non sa nulla di quello che le riserverà la vita. Che non si preoccupa di un brutto voto, di un chilo in più o di un rimprovero. Una che se la spassa, un giorno di festa, in mezzo a un “branco” di adulti rumorosi.
Avere davanti agli occhi il proprio passato, che scorre come un film, è sbalorditivo. Ti emoziona come ammirare l’album di famiglia, elevato all’ennesima potenza.
Marzo 29, 2006

Troppo spesso ho sentito parlare di questo libro per continuare a ignorarlo.
Spunta fuori nei blog letterari, nelle chiacchiere tra amici, nelle postazioni migliori delle più rinomate librerie. Tra l’altro, quando da un romanzo viene tratto un film di discreto successo, finisci per risultare “strana” se non lo leggi.
Me l’aspettavo così: ironico, tagliente, frizzante e diretto.
Non me l’aspettavo così: amaro, sofferente, disilluso e triste.
Sì, perché accanto alle battute argute e alle situazioni divertenti, convivono i malumori del protagonista, le sue insicurezze, la sua cupa rassegnazione.
Rob Fleming vive di musica (gestisce un negozio di dischi a Londra) e per la musica (il suo passatempo preferito è stilare classifiche e hit parade legate a qualsivoglia circostanza: le 5 migliori canzoni per il primo appuntamento, le 5 best song da suonare al proprio funerale ecc…).
La musica lo rende felice, lo elettrizza, lo destabilizza. L’amore lo paralizza.
Eccolo che ha compiuto il giro di boa dei 30 anni e si ritrova single, dopo essere stato mollato per l’ennesima volta.
La sua poco brillante carriera amorosa è costellata da disavventure e “batoste” che lo hanno scalfito.
Ma la colpa delle sue numerose debacles è unicamente sua. Ne è consapevole. Sa di essere immaturo, svogliato, povero in canna, demotivato. Inutile negarlo.
Come potrebbe una donna fidarsi di un tipo totalmente irresponsabile, istintivo ed egoista?
Rob Fleming non fa che rimuginare sulla sua condizione, autocompatirsi, deridersi. Si butta in faccia il marcio, lo ingoia addirittura.
Mantenendo però una nota caustica e mordace, col sorriso sulle labbra e un linguaggio fresco, dirompente.
Il suo piangersi addosso è spiazzante, ricco di humour, solleticante.
Il bello di “Alta fedeltà” è che quando si ride, non si ride mai fino in fondo. C’è sempre una vena di malinconia.
Quando si riflette sull’incoerenza e sulla instabilità dei rapporti, non si arriva mai a versare una lacrima.
Hornby sa cogliere il succo della vita, il suo retrogusto aspro, la sua nota stonata. Ma per fortuna sa anche come porvi rimedio: tanta buona musica e uno spirito che si mantiene leggero.
Marzo 27, 2006
Individua qual è il tuo tempo speciale, dove e perché, segnatelo sul diario e poi costruiscigli intorno un recinto di filo spinato.
- Louise Doughty -
Marzo 27, 2006

Ci sono giorni che ho un solo desiderio, pressante: rintanarmi nella mia stanza.
Chiudere a chiave la porta, accendere la radio, aprire un libro, o un giornale, scrivere qualche riga e basta.
Nella mia camera, da sola con me stessa. Per rigenerarmi, riposare la mente, dar sollievo al corpo.
Il tempo vola, quando non mi muovo dalla mia stanza. Là fuori caos, dentro pace. Passano le ore, ma non me ne accorgo.
Ma ad un certo punto squilla sempre il telefono - è per me. Oppure bussano alla porta - è pronto da mangiare. La tentazione di non rispondere è forte. Quella di imprecare e rifiutarmi di uscire ancora di più. Ma è un impulso sfuggente, che mi abbandona in un attimo.
Così giro la chiave, apro la porta, esco dalla mia camera ed entro nel mondo. In fondo si sta bene anche lì: le chiacchiere gioviali, le passeggiate al centro, il cinema, il ristorante, l’amore.
Il bello è sapersi regolare, trovare il tempo per sé, per ricaricarsi, e il tempo per tutto il resto, per vivere.
Gli hikikomori questo equilibrio non l’hanno trovato, o cercato. Sono malati. Il loro mondo è la loro stanza. Non ci trascorrono solo ore, ma mesi, anni.
L’hikikomori (appartarsi, rannicchiarsi in se stessi, isolarsi) è una patologia, un ritiro sociale. Ne soffrono giovani ed adolescenti giapponesi, prevalentemente maschi, che si rinchiudono nella loro stanza per periodi lunghissimi, in un isolamento che esprime un disagio profondo, una crisi acuta.
Rifiutano la scuola, il lavoro, la società. Mangiano ciò che i genitori lasciano loro sull’uscio, non hanno alcun rapporto con altre persone, hanno seri problemi di adattamento.
Si dice che siano mezzo milione i ragazzi affetti da questo disturbo psicologico. Soggetti particolarmente sensibili, che non si sentono all’altezza delle aspettative esterne, non accettano le regole, non sono capaci di reagire e che finiscono col gettare la spugna.
La vita fuori è dura, crudele, amara e loro la eliminano, soppiantandola con quella virtuale: il computer, le chat, il cellulare.
La mia camera, oggi, è invasa dalla luce. E’ una splendida giornata di primavera. Apro la finestra, il sole scalda. L’aria è limpida e fresca. Non vedo l’ora di respirarla a pieni polmoni.
Sono quasi le 15.00 di domenica, è tempo di uscire. Che bello.
Marzo 26, 2006

Sarebbe più corretto dire “La bambina delle balene“. Perché nel film di Niki Caro è una moretta di 8 anni (o giù di lì) a tenere banco.
Si chiama Pai, abbreviazione di Paikea, la dea delle balene che sapeva cavalcare i giganti buoni del mare.
Pai vive con i nonni in un suggestivo villaggio, in Nuova Zelanda. Sua madre è morta subito dopo averla messa alla luce, insieme col fratellino gemello. Suo padre, sconvolto dal dolore, ha scelto di cambiare vita, di girare il mondo. Il suo cuore non aveva retto a tre colpi durissimi:
1) sua moglie che non c’era più
2) suo figlio maschio che non era sopravvissuto
3) suo padre, che si sarebbe sempre rifiutato di accettare Pai come l’erede al trono designata dalla tradizione, in quanto femmina.
Ma tra la bambina e suo nonno nasce presto un rapporto speciale.
La piccola lo venera, lo ammira al punto da volerne assorbire gli insegnamenti, la saggezza, la forza.
Lui ha una corazza pesante dalla quale è difficile far filtrare i sentimenti. Era da tempo che aspettava un maschio per trasmettergli gli antichi valori della sua popolazione. Solo un ragazzo avrebbe potuto prendere in mano le sorti del villaggio e tramandarne la cultura, le usanze, i costumi alle generazioni future.
Pai si sente in colpa. Suo nonno ha ragione ad avercela con lei. Scusa i suoi comportamenti burberi, la sua ritrosia, la sua apparente freddezza.
Tanto lui la tiene a distanza quanto lei desidera stargli vicino. Tanto lui l’allontana e la ferisce, quanto lei cerca di conquistare la sua approvazione. Tanto lui si sforza di renderla invisibile, quanto lei salta fuori prepotentemente.
Sembra Pai l’adulta e il nonno un ragazzino capriccioso. Lei è matura e lucida in maniera sconfinata, come l’oceano che la circonda. Ama la sua gente, le sue origini, le balene da cui proviene.
Con poesia e delicatezza la regista racconta il grandioso legame che unisce nonno e nipote. Lo scruta in profondità, lo innalza e lo fa piombare giù, fino in fondo al mare.
Saranno proprio gli abissi celesti a segnare il punto di svolta nel loro complicato rapporto. Saranno le balene che scivolano sull’acqua, con una bambina di 8 anni a cavalcioni, capace di salvarle e condurle al sicuro.
Il nonno aprirà gli occhi, alla fine.
Lei continuerà a tenerli spalancati.
Marzo 25, 2006

C’è un tipo, tale Francesco Consiglio che, aguzzando l’ingegno e spremendosi ben bene le meningi, ha ideato un sistema di autopromozione del tutto innovativo.
Avendo annusato il fiorente business della vendita on-line ha deciso di entrare a far parte dell’universo ebay con una proposta sui generis. Il bene che generosamente ha offerto al popolo della Rete non è un accessorio firmato o un pezzo d’antiquariato, ma se stesso. La sua arte al servizio dei bisognosi.
Questo il suo appello: “Adottate uno scrittore squattrinato“. Spiega: “Con soli 5 euro mi permetterete di stare per un’ora davanti al computer a scrivere romanzi, poesie, canzoni… “.
Basta inviargli pochi danari, qualche pagina che racconta la nostre vicende personali e lui, zac, ci restituisce la memoria particolareggiata della nostra vita, una biografia ufficiale d’alto valore (almeno per noi). Sarà carica di pathos e fascinazione, stilisticamente adeguata, narrativamente accattivante. Un’opera di forte impatto, che ci permetterà di essere ricordati, riconosciuti e considerati.
Una pensata originale, la sua. Una manovra di marketing astuta.
Scorrendo le pagine del suo sito però, salta subito all’occhio qualche nota stonata.
Innanzitutto la sua foto… Facendo opera di self-promotion, avrebbe dovuto curare anche la parte relativa all’immagine (L’elefante docet!). Possibile che non abbia trovato una fotografia migliore di quella spiattellata nella homepage? Almeno la moglie avrebbe potuto elargire qualche consiglio …
Poi, dalle sue parole emerge una fastidiosa boria. “Adottando un artista gli permetterete di scrivere senza doversi occupare di piccole invadenze quotidiane. La letteratura ne trarrà giovamento…“. Che spocchia!
E ancora: “Cosa ci guadagnate? Nell’immediato nulla, ma quando sarò ricco e famoso mi ricorderò di voi. Il mondo ha bisogno di artisti, che ne dite?”
Che i grandi scrittori sono quelli che non si autoincensano, che si mettono in dubbio anche quando hanno venduto libri a palate, che aprono bene gli occhi e le orecchie per ascoltare, e imparare.
Marzo 23, 2006

Basta poco, a volte, per accendersi dentro. Una parola sussurrata, un profumo familiare, uno sguardo all’insù.
Come quell’arcobaleno spuntato in mezzo al cielo qualche giorno fa. Ero in macchina, diretta all’ufficio, e i miei occhi sono stati trafitti. Senza alcun preavviso un fascio di luce imponente ha sovrastato il grigiore circostante.
E’ apparso di fronte a me, inaspettato, ostentando con fierezza le sue linee armoniose.
Uno degli spettacoli naturali più semplici, ma allo stesso tempo più sublimi, che chiede solo di essere ammirato.
Così, per un attimo, ho messo da parte i pensieri del tran-tran quotidiano (scadenze da rispettare, progetti da realizzare, impegni da portare a termine) e mi sono persa in quella visione, come imbambolata.
Ho spento la radio per cancellare ogni distrazione, ho assaporato in pieno quell’atmosfera soave, ho sorriso.
E’ stata un’emozione fugace, che ha lasciato in me una scia di sensazioni liete.
Adesso, dopo un giorno, non voglio che quel soffio caldo si riduca a tiepido anelito e chiamo le parole affinché mi aiutino .
Loro sopraggiungono in mio soccorso, puntuali. Mi consentono di bloccare il ricordo nella memoria e goderne ancora, più a lungo. Di conservarlo intatto, riviverlo nella sua forma originaria, salvarlo dalla dimenticanza.
Domani, tra un mese o tra un anno, quando leggerò queste righe, non avrò davanti agli occhi una foto sbiadita di quell’arcobaleno, ma un’ immagine nitida, coi contorni definiti e i dettagli vivi.
Nuvole, fasci colorati, luce, silenzio…
Marzo 22, 2006

Un pensiero comincia a insinuarsi in me, di striscio ma pungente: le vacanze estive.
Da quando è sopraggiunta la primavera (ieri), la mia testa si è catapultata avanti nel tempo, a mo’ di missile, e non fa che figurarsi itinerari di viaggio e destinazioni turistiche.
Tra breve - mi dico - toccherà organizzarci con il piano-fiere, fra pochi giorni arriveranno Pasqua, il 25 Aprile, il 1 Maggio e poi, in un battito di ciglia, la bella stagione.
Bisogna muoversi alla svelta, giocare d’anticipo, trovare l’occasione della vita…
Faccio mia la saggia osservazione di Cristina, dirimpettaia di scrivania, “Mi piacerebbe visitare posti incantevoli ma senza spendere una cifra assurda” e mi scervello per individuare la meta giusta, la soluzione perfetta.
Scartate le opzioni ostello, autostop improvvisato e interrail, per oltrepassato limite di età, mi solletica l’idea del viaggio on the road, con macchina affittata, piantina alla mano e puntata al B&B di turno.
Poi, mentre traccio piroette stellari con la fantasia, mi ritrovo a leggere un articolo sulle vacanze alternative, il Couch Surfing e un singolare scambio di divani.
Migliaia di giovani di tutto il mondo, desiderosi di viaggiare senza sborsare quantità esorbitanti di quattrini, hanno avuto una trovata ingegnosa: mettere a disposizione il loro divano per ospitare gente.
In cambio avranno la possibilità di socializzare con persone di altre nazionalità, ricevere un piccolo aiuto nelle beghe domestiche e, soprattutto, saranno a loro volta ospitati sui divani altrui.
I cacciatori di sofà sono un folto gruppo, sparpagliato ed eterogeneo. La loro comunità è nata in Rete, su www.couchsurfing.com e prolifica col passaparola.
Prima ci si conosce on-line, si fa amicizia, poi ci si scambiano gli indirizzi e ci si dà appuntamento sui rispettivi divani.
E’ un sistema di aiuto reciproco, di volemose bene, di peace and love del secondo millennio. Promette esperienze indimenticabili, crescita culturale, arricchimento interiore.
E’ senza dubbio un modo per ammortizzare le spese di viaggio.
Al confronto, gli avventurieri con lo zaino in spalla e i campeggiatori dallo spirito vagabondo sembrano démodé.
Sbirciando su couchsurfing.com si trovano testimonianze di surfer euforici, statistiche di offerte, esempi di come passare di divano in divano nella massima sicurezza.
Un vantaggio molte volte sventolato è la comodità di conoscere luoghi lontani avvalendosi della guida dei tuoi anfitrioni. Chi ti ospita è lieto di introdurti ai suoi amici, farti assaggiare i piatti tipici del suo paese, farti entrare nella sua realtà.
Quando ho scorto l’Italia nella classifica dei Top 10 Couch Surfing Countries , all’ottavo posto, sono rimasta sbigottita.
Siamo davvero così “avanti”? Ci sono veramente ragazzi, qui da noi, che scelgono una vacanza del genere?
Ma non eravamo il popolo dei mammoni, viziati e “ultracomodini”?
Non siamo quelli dell’albergo con parcheggio riservato, colazione in camera e sonnellino pomeridiano?
Dormire su un divano scalcagnato, con le gambe accartocciate e la schiena incrinata, con il rischio di rimetterci la pelle, sarebbe per me una punizione infernale, altro che esperienza paradisiaca.
Giocare a mosca cieca con degli “amici virtuali” non fa al caso mio.
Preferisco la tradizionale”faticaccia in macchina”: paesaggi che scorrono dal finestrino, km che scivolano via, cambi alla guida, soste in hotel due stelle.
Formula classica, che più classica non si può.
Marzo 21, 2006
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