Archivio Marzo 19, 2006

Walk the line - Quando l’amore brucia l’anima

Mea culpa: forse dovrei evitare di parlare del film sulla vita di Johnny Cash, considerato il fatto che fino a ieri non avevo la più pallida idea di chi fosse, Johnny Cash.

Ma il regista James Mangold mi ha dato l’opportunità di conoscerlo, di scoprire che è stato una leggenda della musica country americana e, aspetto fondamentale, di riscattarmi dalla mia ignoranza. Durante lo scorrere della pellicola ho persino capito che “Walk The Line” è il titolo di una delle più famose canzoni di Cash…

Una citazione sul mio blog mi sembra d’obbligo.

Sono stati diversi fattori a incuriosirmi e a indurmi a vedere il film: la candidatura all’oscar dei due protagonisti, Joaquin Phoenix e Reese Whiterspoon, le voci che parlavano di un prodotto ben fatto, fedele alla realtà e in più, l’indimenticabile ricordo di “Ray“, con cui qualcuno l’aveva paragonato.

C’è tanta, bella musica in “Walk The Line“.
C’è la vicenda di un uomo che cresce conservando nel petto un dolore mai sopito (per la morte del fratello) e un’ostilità profonda (verso il padre). C’è una donna che cattura la sua anima e lo libera dai suoi fantasmi; c’è la droga che lo spedisce all’inferno; c’è la sua rinascita e un colore nero che lo accompagna nelle sue esibizioni. Ma soprattutto c’è la sua inarrestabile ascesa professionale, c’è un cantante che imbraccia la chitarra puntandola in avanti e al microfono racconta la sua vita. Con la voce profonda e potente, con lo sguardo malizioso e sfrontato.

I due attori protagonisti hanno dovuto allenare le corde vocali per interpretare la parte. Hanno cantato sul serio e bene, occhi negli occhi, hanno espresso seduzione e passione a ritmo di folk.

Durante le battute finali ho cominciato a fare il tifo per John e a sperare che June accettasse la sua proposta di matrimonio.
Sapevo che era una storia vera e il lieto fine avrebbe significato moltissimo.

C’è stato, lei ha detto sì e, a giudicare dalle cronache di quegli anni, sono veramente vissuti felici e contenti. La favola è diventata realtà, per una volta.

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Buona festa, papà

Quando ero piccola la scuola ci pensava al posto mio.
Erano le maestre a organizzare il mio regalo per te. Loro ci mettevano l’idea e i mezzi per realizzarlo, io la fantasia e le mie manine.
E giù con il pongo, i colori, le parole in rima…
I disegni e le poesie riscuotevano sempre un gran successo.
Di fronte alle mie creazioni non dicevi molto, ma i tuoi occhi commossi e lucidi erano il ringraziamento più sincero che potevo desiderare.

Finito l’asilo e il ciclo delle elementari ho cominciato a ricordarmene e occuparmene da sola, magari con l’aiutino qua e là di mamma.
Sono passata ai biglietti d’auguri pronti, alle varie statuette simil-oscar con scritto “Sei il miglior papà del pianeta“, agli orsacchiotti di peluche.
E tu, sempre senza parole, a dimostrarmi la tua gioia con un sorriso imbarazzato e un abbraccio forte.

Gli anni delle superiori e dell’università mi hanno indotto a pensare a un regalo più personalizzato, qualcosa che piacesse a te e basta, non preconfezionato per tutti i papà del mondo. Un accessorio della tua squadra del cuore, una cornice con la nosta foto, un vassoio pieno di bignè di San Giuseppe.
La tua reazione è sempre stata “all’altezza”. Mai un segno di indifferenza o di scarsa partecipazione nel tuo volto. Ogni volta ti sei mostrato stupito ed emozionato.

Oggi, appena sveglia, avevo intenzione di andare in pasticceria e di farti trovare qualche dolcetto sulla tavola. Poi ci ho riflettuto su e ho pensato che quest’anno avevo la possibilità di festeggiarti in un modo nuovo… grazie al mio blog.

Allora è nata questa dedica per te. Che non è strappalacrime o zuccherosa, ma spontanea.
E’ qui, visibile a chiunque, a rivelare che troverò sempre una maniera speciale per festeggiare il mio papà. Che ci tengo troppo a vedere i tuoi occhi commossi e il tuo viso arrossato.
E non contano gli anni che avanzano (di entrambi), né il fatto che le nostre vite cambiano. Tu rimani il mio papà, sempre. E io ci sarò, sempre, per dirti che ti voglio bene.

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