Hikikomori, vivere in una stanza
26 Marzo, 2006

Ci sono giorni che ho un solo desiderio, pressante: rintanarmi nella mia stanza.
Chiudere a chiave la porta, accendere la radio, aprire un libro, o un giornale, scrivere qualche riga e basta.
Nella mia camera, da sola con me stessa. Per rigenerarmi, riposare la mente, dar sollievo al corpo.
Il tempo vola, quando non mi muovo dalla mia stanza. Là fuori caos, dentro pace. Passano le ore, ma non me ne accorgo.
Ma ad un certo punto squilla sempre il telefono - è per me. Oppure bussano alla porta - è pronto da mangiare. La tentazione di non rispondere è forte. Quella di imprecare e rifiutarmi di uscire ancora di più. Ma è un impulso sfuggente, che mi abbandona in un attimo.
Così giro la chiave, apro la porta, esco dalla mia camera ed entro nel mondo. In fondo si sta bene anche lì: le chiacchiere gioviali, le passeggiate al centro, il cinema, il ristorante, l’amore.
Il bello è sapersi regolare, trovare il tempo per sé, per ricaricarsi, e il tempo per tutto il resto, per vivere.
Gli hikikomori questo equilibrio non l’hanno trovato, o cercato. Sono malati. Il loro mondo è la loro stanza. Non ci trascorrono solo ore, ma mesi, anni.
L’hikikomori (appartarsi, rannicchiarsi in se stessi, isolarsi) è una patologia, un ritiro sociale. Ne soffrono giovani ed adolescenti giapponesi, prevalentemente maschi, che si rinchiudono nella loro stanza per periodi lunghissimi, in un isolamento che esprime un disagio profondo, una crisi acuta.
Rifiutano la scuola, il lavoro, la società. Mangiano ciò che i genitori lasciano loro sull’uscio, non hanno alcun rapporto con altre persone, hanno seri problemi di adattamento.
Si dice che siano mezzo milione i ragazzi affetti da questo disturbo psicologico. Soggetti particolarmente sensibili, che non si sentono all’altezza delle aspettative esterne, non accettano le regole, non sono capaci di reagire e che finiscono col gettare la spugna.
La vita fuori è dura, crudele, amara e loro la eliminano, soppiantandola con quella virtuale: il computer, le chat, il cellulare.
La mia camera, oggi, è invasa dalla luce. E’ una splendida giornata di primavera. Apro la finestra, il sole scalda. L’aria è limpida e fresca. Non vedo l’ora di respirarla a pieni polmoni.
Sono quasi le 15.00 di domenica, è tempo di uscire. Che bello.
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1 Commento Aggiungi il tuo
1. LuKa | 28 Marzo, 2006 alle 00:19
il caso degli hikikomori non lo conoscevo e, nella sua evidente gravità, l’ho trovato affascinante; perchè, anche se mosso da una debolezza interiore apparentemente insensata e superabile, nasconde una motivazione rigida e metodica.
purtroppo, quando si cade nell’autolesionismo, ogni discorso esteriore perde di significato, perchè il problema assume la connotazione di piaga sociale.
il giappone non è nuovo a fenomeni di questo tipo: forse per il crescente sviluppo industriale e tecnologico che crea stati di alienazione non indifferenti, si segnalano diversi casi di violenze efferate, così come di suicidi di massa di adolescenti, due esempi di comportamenti estremi e condannabili, a patto che si riesca a capire le radici delle ragioni che muovono questi atti.
se aggiungiamo il fatto che l’arcipelago nipponico è anche patria di alcune strani usi e costumi, nonchè di perversioni di vario genere, è chiaro come sia necessario uno studio, se non formativo almeno di analisi, sulla psicologia delle nuove generazioni.
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