Archivio Marzo, 2006

Walk the line - Quando l’amore brucia l’anima

Mea culpa: forse dovrei evitare di parlare del film sulla vita di Johnny Cash, considerato il fatto che fino a ieri non avevo la più pallida idea di chi fosse, Johnny Cash.

Ma il regista James Mangold mi ha dato l’opportunità di conoscerlo, di scoprire che è stato una leggenda della musica country americana e, aspetto fondamentale, di riscattarmi dalla mia ignoranza. Durante lo scorrere della pellicola ho persino capito che “Walk The Line” è il titolo di una delle più famose canzoni di Cash…

Una citazione sul mio blog mi sembra d’obbligo.

Sono stati diversi fattori a incuriosirmi e a indurmi a vedere il film: la candidatura all’oscar dei due protagonisti, Joaquin Phoenix e Reese Whiterspoon, le voci che parlavano di un prodotto ben fatto, fedele alla realtà e in più, l’indimenticabile ricordo di “Ray“, con cui qualcuno l’aveva paragonato.

C’è tanta, bella musica in “Walk The Line“.
C’è la vicenda di un uomo che cresce conservando nel petto un dolore mai sopito (per la morte del fratello) e un’ostilità profonda (verso il padre). C’è una donna che cattura la sua anima e lo libera dai suoi fantasmi; c’è la droga che lo spedisce all’inferno; c’è la sua rinascita e un colore nero che lo accompagna nelle sue esibizioni. Ma soprattutto c’è la sua inarrestabile ascesa professionale, c’è un cantante che imbraccia la chitarra puntandola in avanti e al microfono racconta la sua vita. Con la voce profonda e potente, con lo sguardo malizioso e sfrontato.

I due attori protagonisti hanno dovuto allenare le corde vocali per interpretare la parte. Hanno cantato sul serio e bene, occhi negli occhi, hanno espresso seduzione e passione a ritmo di folk.

Durante le battute finali ho cominciato a fare il tifo per John e a sperare che June accettasse la sua proposta di matrimonio.
Sapevo che era una storia vera e il lieto fine avrebbe significato moltissimo.

C’è stato, lei ha detto sì e, a giudicare dalle cronache di quegli anni, sono veramente vissuti felici e contenti. La favola è diventata realtà, per una volta.

Aggiungi un commento Marzo 19, 2006

Buona festa, papà

Quando ero piccola la scuola ci pensava al posto mio.
Erano le maestre a organizzare il mio regalo per te. Loro ci mettevano l’idea e i mezzi per realizzarlo, io la fantasia e le mie manine.
E giù con il pongo, i colori, le parole in rima…
I disegni e le poesie riscuotevano sempre un gran successo.
Di fronte alle mie creazioni non dicevi molto, ma i tuoi occhi commossi e lucidi erano il ringraziamento più sincero che potevo desiderare.

Finito l’asilo e il ciclo delle elementari ho cominciato a ricordarmene e occuparmene da sola, magari con l’aiutino qua e là di mamma.
Sono passata ai biglietti d’auguri pronti, alle varie statuette simil-oscar con scritto “Sei il miglior papà del pianeta“, agli orsacchiotti di peluche.
E tu, sempre senza parole, a dimostrarmi la tua gioia con un sorriso imbarazzato e un abbraccio forte.

Gli anni delle superiori e dell’università mi hanno indotto a pensare a un regalo più personalizzato, qualcosa che piacesse a te e basta, non preconfezionato per tutti i papà del mondo. Un accessorio della tua squadra del cuore, una cornice con la nosta foto, un vassoio pieno di bignè di San Giuseppe.
La tua reazione è sempre stata “all’altezza”. Mai un segno di indifferenza o di scarsa partecipazione nel tuo volto. Ogni volta ti sei mostrato stupito ed emozionato.

Oggi, appena sveglia, avevo intenzione di andare in pasticceria e di farti trovare qualche dolcetto sulla tavola. Poi ci ho riflettuto su e ho pensato che quest’anno avevo la possibilità di festeggiarti in un modo nuovo… grazie al mio blog.

Allora è nata questa dedica per te. Che non è strappalacrime o zuccherosa, ma spontanea.
E’ qui, visibile a chiunque, a rivelare che troverò sempre una maniera speciale per festeggiare il mio papà. Che ci tengo troppo a vedere i tuoi occhi commossi e il tuo viso arrossato.
E non contano gli anni che avanzano (di entrambi), né il fatto che le nostre vite cambiano. Tu rimani il mio papà, sempre. E io ci sarò, sempre, per dirti che ti voglio bene.

1 commento Marzo 19, 2006

Sogni

Perché non ricordo i miei sogni più belli?

Riaffiorano alla mente solo quelli mesti.
Nei periodi di stress o preoccupazione, quando qualche incubo fa capolino nella mia testa e, con freddo cinismo, mi guasta il riposo, allora anche il risveglio è compromesso. La mattina sento addosso la stessa sgradevole sensazione avvertita sotto le coperte e il disagio rimane vivo, per tutta la giornata.

La mia attività celebrale notturna sembra più vispa nei momenti cupi, quando qualche cruccio mi tormenta.
Se le giornate scorrono via serene, la serata scivola via senza sussulti e la memoria diventa impermeabile.
Perché non riesco a sguazzare nella gioia e nell’euforia anche dopo aver spento la luce della mia abat-jour?
Pensate a quanto sarebbe corroborante per lo spirito prolungare le soddisfazioni diurne fino e oltre la notte. Saremmo il doppio felici. O meglio, senza esagerare, 8 ore più felici.

Il mio curriculum onirico è deludente. Scarseggia in fantasia e originalità. Esibisce un nugolo di vagheggiamenti legati a situazioni spiacevoli, di ricordi rielaborati in versione malinconica, di episodi grigi che annaspano a venire allo scoperto.

Una magra consolazione è che anche agli altri non sembra andare tanto meglio.
Oggi, una mia collega, ci ha rivelato un suo sogno particolarmente ricorrente: la perdita dei denti.
Secondo le nostre lontane reminescenze, ha un significato funesto. Ha a che vedere con la morte di qualcuno, con un presagio sinistro, con la perdita degli stimoli sessuali e della capacità di dare e ricevere amore.
Denti che traballano, cadono senza preavviso, che si spezzano o schizzano fuori dalla bocca uno dopo l’altro. Scene da accapponare la pelle.

Mai che si rammentino verdi prati in fiore o numeri fortunati da giocare al lotto…

Aggiungi un commento Marzo 17, 2006

Basta shopping!

Questa è la storia di Judith Levine, una donna americana che ha fatto una scelta controcorrente: voltare le spalle alla società ultracapitalistica e consumistica in cui è cresciuta.
Per un anno intero ha deciso di non comprare e di non spendere (fatta eccezione per i beni di assoluta necessità come il cibo o i medicinali).

Ha detto basta alle spese per il make-up, per il cinema, per il bar, per l’estetista, per la palestra, per il ristorante, per il taxi e così via. Ha declinato inviti in pub e discoteche, ha saltato eventi e manifestazioni, si è negata persino un panino dal Mc Donald’s.

Ha fatto un voto di rinuncia e per non cadere in tentazione ha distrutto le principali attentatrici ai suoi buoni propositi: le carte di credito.

Dodici mesi di fatica, di abnegazione totale, di cura intensiva dal male più diffuso nell’Occidente da 30 anni a questa parte: lo shopping.

Siamo agli antipodi delle squilibrate protagoniste dei libri di Sophie Kinsella, che comprano tutto quello che passa loro sotto il naso, senza porsi alcun limite, nemmeno di decenza.

Judith, dopo aver raggiunto l’overdose da acquisto, ha percorso la strada della disintossicazione. E il suo cammino è stato irto di ostacoli e difficoltà.
Ha rischiato di perdere le sue amicizie, di alienarsi dal mondo circostante, di essere discriminata e derisa.
Ha dovuto lottare contro gli innati impulsi di concedersi almeno uno sfizio ogni tanto, di farsi un regalino per un successo ottenuto, di meritarsi una premio-pausa qua e là.

Proprio come un fumatore che decide di rinnegare le sigarette o un obeso che inizia un regime alimentare corretto, anche lei ha affrontato momenti bui, di depressione e profondo sconforto.

Ma rispetto a loro aveva un vantaggio inestimabile: una scadenza.

Quando stringeva i denti e lottava contro l’impulso di mettere le mani nel portafogli, era solo uno il pensiero che le dava sollievo: la fatidica data sul calendario sarebbe prima o poi arrivata, i giorni che le restavano prima di aver vinto la sua scommessa sarebbero trascorsi.

Il fatto che il suo sacrificio fosse a termine era, sono certa, la sua più grande consolazione e lo stimolo a continuare nella sua titanica impresa.

Un anno era il risultato da raggiungere per dimostrare a se stessa e agli altri che in fondo, era possibile vivere senza lo shopping, pur se, in fondo in fondo, era davvero terribile.

Me la immagino, Judith, il trecentosessantaseiesimo giorno, di fronte al centro commerciale più grande del mondo, con in tasca tutti i risparmi dei mesi passati…

3 commenti Marzo 15, 2006

Minacce

Di violenza carnale. Di botte da orbi. Di ferite sanguinarie. Di morte.

Sono quelle a cui ricorre un ex marito imbufalito per terrorizzare la donna con cui ha condiviso 13 anni di matrimonio. Da quando lei ha deciso di uscire da un inferno di gelosia e violenza, lui ha scelto di usare le minacce, per riconquistarla.

In breve tempo le imprecazioni telefoniche sono diventate agguati rabbiosi, gli assalti verbali si sono trasformati in aggressioni fisiche.

Calci, pugni, schiaffi, tutto per rivendicare il diritto a un amore finito, che non c’è più, che si è esaurito proprio a causa di una follia sbocciata pian piano e poi esplosa con indicibile irruenza.

L’ultimo attacco risale a pochi giorni fa. Lui, come tante altre volte in passato, le telefona ricoprendola di insulti e intimidazioni, lei, spaventata, non si fida a tornare a casa e chiede aiuto ai carabinieri.

L’appuntato di turno non si persuade e si appella alla legge: “Rischi una denuncia per procurato allarme se ti accompagniamo a casa e non troviamo nessun molestatore ad aspettarti” (sic!)
Lei esterefatta si dirige verso la sua abitazione, ma prima chiede a un’amica di fermarsi a dormire da lei, perché non si sa mai.
La voce profetica che dall’interno la allerta e le suggerisce di mantenere alta la guardia, non l’abbandona nemmeno per un minuto.

Appena varcato l’uscio del suo appartamento ecco che spunta fuori l’ex dal dente avvelenato. Strattona l’amica con forza, tira fuori un coltello e glielo pianta alla gola, per farla stare zitta. Intanto sferra una quantità abbondante di calci, testate e malrovesci alla sua ex, la minaccia di morte, con la bava alla bocca le ripete che la sua vita non ha più senso da quando si sono separati.

Poi l’altra ragazza, sfruttando un attimo di distrazione, riesce a raggiungere il cellulare che ha in tasca e a fare una telefonata salvifica, costringendo l’uomo alla fuga.

Al pronto soccorso la prognosi è cinque giorni di osservazione, troppo pochi per sporgere una denuncia penale, ce ne vogliono almeno venti.

Anche il tentativo di telefonare il giorno dopo al telefono rosa si mostra vano. Sempre occupato, tutto il pomeriggio.
Ma come? “L’operatrice che risponde alle Vostre chiamate telefoniche, Vi ascolterà e Vi indirizzerà alla Consulenza più idonea a risolvere i Vostri problemi.” dov’è finita? E il “Siamo qui per ascoltarti” che campeggia sul sito ufficiale?

Sarà stata una sfortunata eccezione…

Aggiungi un commento Marzo 14, 2006

Sul blog di Palomar

Riporto un testo che mi ha colpito e al quale sono approdata per caso.
L’autore è un tale Palomar, che nel suo blog ha tracciato un decalogo intriso di saggezza, dolcezza e candore.

Decalogo per bambine che diventeranno adolescenti
-Tocca la stoffa, non badare al marchio
-Se due bambini giocano alla guerra è per essere salvati da un tuo sguardo
-E’ più difficile ottenere una vittoria di squadra che un successo da sola
-La biancheria intima della disney non ti salverà dalla paura del buio o dalla malinconia della pioggia
-Non reprimere il tuo desiderio di essere abbracciata solo perché adesso sai tutto
-Impara a svitare le lampadine e a cambiare le pile
-Fatti un torto e poi perdonati
-Santifica le emozioni, le feste, tanto, ci saranno sempre
-Metti in imbarazzo un adulto
-Tocca con i piedi anche le pareti verticali

Ne consiglierei la consultazione non solo alle bambine, ma anche alle ragazze e a quelle (o quelli) più maturi.

Aggiungi un commento Marzo 13, 2006

La nuova sigla dei Simpson!

L’avete vista? Quella fatta con gli esseri umani?
Ecco il link:
http://multimedia.repubblica.it/home/152176

Godetevela e poi ditemi che ne pensate. Io la trovo fantastica. Riproduce fedelmente quella del cartoon!
Quei furbetti dei creatori hanno avuto proprio una bella pensata.

1 commento Marzo 12, 2006

Melog


E’ un programma radiofonico, ma parla solo e sempre di televisione, quindi ha tutto il diritto di “alloggiare” nella categoria TV.

Va in onda dal lunedì al venerdì alle 8.30 su Radio24. Dura una mezz’oretta. Proprio quella che impiego a raggiungere l’ufficio in macchina.

Lo conduce, mirabilmente, un giornalista e autore radiotelevisivo dalla lingua lunga e sapiente: Gianluca Nicoletti.

Scandaglia senza pietà il grande marasma televisivo offrendo spiegazioni sociologiche e originali spunti di riflessione.

Si nutre delle impressioni degli ascoltatori, costruisce la sua impalcatura partendo dai contributi spontanei della gente.
Offre un’ analisi della realtà mediatica lucida, arguta e mai banale.

L’eloquio di Nicoletti, pur con la erre moscia e un po’ gracchiante, come ammette lui stesso, è ipnotizzante. La sua presenza nel panorama dell’etere è necessaria, irresistibilmente vispa, graffiante e ironica.

Ascoltare Melog la mattina basta a farsi un’idea di tutto quello che passa dal tubo catodico. Niente chiacchiere da parrucchiera o gossip spicciolo, quei 30 minuti di radio regalano prospettive inedite, punti di vista inaspettati e sfoghi condivisibili.

I bersagli preferiti di Nicoletti sono la banalità, la mancanza di valori, la bassezza dei fini che caratterizza la maggior parte degli show televisivi. Ma non c’è spazio solo per accuse e ramanzine da prof arrogante, c’è pure il tentativo di comprendere e spiegare.
Ogni tanto ci scappa anche qualche recensione positiva. Basta saperla riconoscere.

PS. La sigla del programma è stratosferica e azzeccatissima. Descrive certe little boxes tutte uguali, che calamitizzano e appiattiscono la diversità:

Little boxes on the hillside,
Little boxes made of ticky tacky
Little boxes on the hillside,
Little boxes all the same,
There’s a green one and a pink one
And a blue one and a yellow one
And they’re all made out of ticky tacky
And they all look just the same.

- Malvina Reynolds -

2 commenti Marzo 12, 2006

I romanzi

Un grande romanzo può contenere tutti gli altri tipi di scrittura: bello come una poesia, ricco di verità toccanti come la biografia di un personaggio storico e con tutta la verve drammatica della più avvincente pièce teatrale. Ecco perché credo che i romanzi siano la vetta, il vero e proprio Himalaya della letteratura.
- Louise Doughty -

Aggiungi un commento Marzo 12, 2006

Sulla scrittura

L’arte della scrittura è l’arte di dare alla sedia della tua scrivania l’esatta forma del tuo fondoschiena
- Kingsley Amis -

Aggiungi un commento Marzo 12, 2006

Posts successivi Posts precedenti


Calendario

Marzo 2006
L M M G V S D
« Feb   Apr »
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Posts per mese

Posts per categoria