Archivio Marzo, 2006

Notte prima degli esami

Non c’è nulla da fare, quando una canzone ti entra nel cuore, è difficile che possa sgattaiolarsene fuori. Anche se è legata a un tempo lontano, che non c’è più. Ogni volta che l’ascolti scatta qualcosa, e ti ritrovi a cantarla a squarciagola, con un’energia e una passione incontenibile.

Notte prima degli esami” è la mia canzone speciale perché è stata presente in tanti momenti importanti della mia crescita: le gite con la scuola, le prime uscite con le amiche, i primissimi concerti, le feste di compleanno, le cocenti delusioni amorose.
Quelle inconfondibili note al pianoforte, malinconiche e commoventi, erano il mio appiglio consolatorio, il mio dolce tepore.

Date tali premesse, era scontato che sarei andata a vedere il film che, furbescamente, ha posto il brano di Venditti come suo emblema: Notte prima degli esami, appunto.
Fausto Brizzi ha capito che, come me, ce n’erano altri cento, mille, 1 milione. Tutti affezionati a un ricordo e a una dimensione nostalgica di un’età indimenticabile e spensierata.

E allora, osservare questo variegato gruppo di ragazzi alle prese con l’esame di maturità, mentre in sottofondo sfilavano, una dopo l’altra, le hit di Raf, Europe e Rettore, è stato più che piacevole. E’ stato come viaggiare indietro nel tempo, e ritrovare colori, immagini, atmosfere, sensazioni.

Non che la mia, di maturità, sia stata per alcun verso simile a quella raccontata dalla pellicola. Niente nottate trascorse a rincorrere la persona amata o a scovare le tracce dei temi in anticipo. Quel fatidico periodo ha significato esclusivamente studio forsennato, sonno agitato, speranze di clamorosi successi e timore di umilianti capitolazioni.

Ma le vicende di questi diciottenni romani, spregiudicati, incoscienti e spontanei, mi hanno intenerito e solleticato il cuore. Mi hanno addirittura spinto a non soffermarmi troppo sulle frequenti sbavature registiche, come l’infarcimento di luoghi comuni, le forzature di alcuni ruoli, le caratterizzazioni eccessive dei personaggi.

Giorgio Faletti nei panni del professore carogna è stato formidabile, soprattutto quando ha abbassato le difese per rivelare il suo passato hippy e le notti brave a Woodstock . I camei di Costa, Brigliadori, Er Cipolla sono risultati ben studiati e pertinenti. I ragazzi protagonisti, pur se vistosamente più avanti con gli anni di quanto volessero far credere, hanno saputo esprimere tutta la freschezza, l’ingenuità e l’inconsapevole comicità che caratterizza i diciottenni di ieri, oggi e domani.

E nella scena finale, quella che richiede più pathos e sentimento, il pianoforte e la voce di Venditti sono diventati i protagonisti assoluti. Il mio senso critico si è così sgretolato senza rimedio, e ho cominciato a gongolare, a sorridere, a canticchiare.

1 commento Marzo 11, 2006

Su mani e piedi

Guardare il telegiornale è diventato da tempo un esercizio per stomaci forti e fisici corazzati. Riuscire a digerire la valanga di violenza-tragicità-disperazione-ingiustizia che ci circonda è un’impresa ardua.

Potrei soffermarmi su decine di notizie che raccontano la follia umana e il degrado dei nostri giorni. Ma oggi, a stupirmi, è stata una storia talmente inverosimile da sembrare figlia di un libro di fantascienza o di favole.

La fiaba dei 5 fratelli a quattro zampe

Vivono in un piccolo villaggio, lontani da tutto e tutti, e conducono la loro esistenza a testa in giù. Proprio come le scimmie, ma poggiando le palme delle mani anziché le nocche. Tutto il peso del loro corpo va a finire sui polsi e le gambe danno un aiutino.
Cinque persone-animali che parlano a stento, si capiscono solo tra loro e se ne infischiano dell’evoluzione della specie. Al diavolo Darwin e le sue teorie, loro sono l’eccezione, la prova evidente che qualcosa è andato in modo diverso da come teorizzava lo scienziato inglese.

I cinque hanno anche altri fratelli e sorelle, bipedi, con la schiena dritta. Persino i loro anziani genitori camminano con le gambe! Ma questa folta famiglia di 14 elementi è sui generis anche per altri aspetti. Non si rende ben conto di dove sia, di chi sia o di quello che accade intorno a lei.

La normalità dei cinque esseri straordinari è fatta di pensieri oscuri, di segreti chiusi col lucchetto nell’anima, di linguaggi in codice che non possono essere svelati. Hanno menti che viaggiano a ritmi lenti, parole che si ripetono costantemente, espressioni vaghe. Accettano il loro destino senza obiezioni, vanno avanti piano, prima una mano poi una gamba, dopo l’altra mano, infine l’altra gamba. Non arriveranno mai primi, ma essere gli ultimi non sembra farli stare male.

E noi a guardarli con gli occhi fuori dalle orbite. Con il nostro cannocchiale ultratecnologico ci insidiamo nella loro realtà e abbiamo la pretesa di spiegarla, di scandagliarla, di analizzarla a fondo. E’ partita la supermacchina della ricerca; tra poco sarà il tempo della spiegazione scientifica e delle teorie chiarificatrici.

Ma quanto ci piacerebbe sapere quello che passa per le loro teste…

Aggiungi un commento Marzo 9, 2006

Mercante in fiera

Il momento del Mercante in fiera, a Natale, è sempre stato il mio preferito.
Da piccola rimanevo ipnotizzata a guardare quelle figure per lo più sconosciute (la pagoda era la mia prediletta, un’entità avvolta da un’aurea di mistero), quei concitati passaggi di carte, quelle attese cariche di tensione che si scioglievano nella rivelazione dei “pezzi” vincenti.

Era un esercizio di maestria, condotto abilmente da mio padre e la sua cricca di amici. Tutti esperti dissimulatori, amanti del gioco e delle puntate cospicue. Ammirare le astuzie e i trucchetti messi in campo da quell’allegra combriccola era un vero spasso.

La trasmissione che va in onda tutti i giorni su Italia 1 alle 20.00 non ha niente di quello spirito ludico e festoso a cui sono tanto affezionata.

Pino Insegno nel ruolo di mercante è poco credibile, e in alcuni frangenti decisamente irritante. Quando modula la voce, rivolge alla telecamera il suo sguardo ammaliante e sfodera un sorriso compiaciuto, più che un giocatore sembra un seduttore da romanzo rosa. La sua aria da “uomo che non deve chiedere mai” lo rende una caricatura di se stesso, un’immagine posticcia, quasi surreale.

E non comprendo le ragioni per cui debba atteggiarsi a grand’uomo.
Forse che il mercante è solito essere un personaggio alla James Bond? Forse che la sua aria da sbruffone è un tratto tipico di colui che gestisce e porta avanti gli affari?
La parte che recita così smaccatamente mi innervosisce e annienta in un secondo il dolce ricordo che ho del gioco.

Come doppiatore tanto di cappello, ma come conduttore Pino Insegno ha veramente tanta strada da fare. Mi chiedo se sia necessario intraprenderla…

Aggiungi un commento Marzo 7, 2006

Il nuovo spot antipirateria

Già quello che lanciava il messaggio terroristico “comprare un CD pirata è come rubare… rubare è contrario alla legge” a ritmo di una musica sinistra e intimidatoria, mi aveva lasciato perplessa.

Cercava di insinuare il senso di colpa, la paura, la macchia del peccato, mascherando tutta l’ipocrisia e la debolezza di un mondo, quello della vendita di album, video e film, totalmente inadeguato e fallimentare per il contesto italiano.
Il reato non è certo comprare un CD a 5,00 €, ma venderlo a 20,00 €, data l’esigua media degli stipendi e l’altissimo livello di disoccupazione e precarietà del settore giovanile.

Domenica scorsa ho scoperto che lo spot è stato sostituito, in peggio (se era possibile).
Il nuovo filmato diffuso nelle sale da qualche giorno, non solo risulta esteticamente inguardabile, ma nel suo intento è profondamente discriminatorio.
Lo slogan “Chi usa un dvd pirata è uno sfigato!“, rivolto al pubblico più giovane, sottintende un’ideologia pericolosa, intrisa di pregiudizio. E’ come dire “se uno non può permettersi un film originale o un biglietto del cinema per far colpo su una ragazza, allora è inesorabilmente uno sfigato!”.
E tanto per avvalorare questa ipotesi, il tipo scelto come protagonista della pubblicità non brilla certo per acume e fascino…

La scena ritrae un adolescente (indelicato e privo di qualsivoglia tatto e maniera), che tenta l’approccio con una compagna di classe offrendole ‘in anteprima‘ la visione di un film. Ma le immagini confuse e l’audio pessimo sortiscono l’effetto opposto. La ragazza, ferita nell’orgoglio, lo pianta in asso con un’invettiva dagli accenti teatrali e, scandalizzata, se ne va al cinema con un altro (magari un figlio di papà con il gruzzoletto a disposizione).

Di fronte a uno spot del genere o si ride o si rimane basiti. Io ho fatto entrambe le cose. Ho abbozzato un sorriso di scherno, poi ho ho scosso la testa, incredula e ho pensato: “Chissà cosa offre il venditore ambulante qua fuori… Così la prossima volta eviterò di venire al cinema e pagare il biglietto per poi dovermi sorbire certe patetiche messinscene“.

14 commenti Marzo 6, 2006

Le donne di Modigliani

Maestoso questo!” dice la signora distinta, dall’aria intellettuale, al marito un po’ duro d’orecchi che le sta a fianco.
Stanno osservando una delle tante opere di Modigliani, esposte a Roma nel complesso del Vittoriano.
Brutto però!“ribatte lui, netto. Lei alza le spalle e passa al quadro successivo.

C’è uno stuolo di gente che si accalca per ammirare le tele dell’artista livornese. Giovani e non, esperti del settore e semplici curiosi. Evidentemente i 9,00 € del biglietto d’ingresso non hanno scoraggiato nessuno.

Passa qualche minuto e scorgo il signore di prima di fronte a uno dei più famosi nudi femminili della mostra. Nessun commento questa volta, ma dall’espressione compiaciuta del suo volto si intuisce che il soggetto non gli dispiace per nulla. La moglie fa la superiore e passa oltre.

I volti ritratti da Modigliani, coi loro colli lunghi e flessuosi, gli occhi vitrei e le espressioni indecifrabili, mi hanno sempre affascinato.
Mi sono sempre domandata il perché di quelle forme allungate e asimmetriche, di quelle figure dalle spalle curve, degli sguardi assenti e persi nel vuoto.
Hanno sempre generato in me un senso di tristezza e malinconia.

Quegli occhi che guardano dentro se stessi anziché fuori, perché il mondo esterno non vale la pena di essere osservato, quelle bocche impassibili, che non sorridono.

Tutte le donne rappresentate da Modigliani risultano altere ed eleganti. Sono le protagoniste assolute del suo universo. Lo sfondo è neutro, sfumato, indefinito. E’ uno strumento accessorio, superfluo, irriconoscibile.
La donna dipinta è tutto ciò che conta per lui.
E non importa quanto attraente e seducente possa essere, quello che più vale è il suo lato intimo, nascosto e privato. Quello che non è visibile dall’occhio umano, ma si può solo intuire.

Modigliani amava profondamente le donne e con le sue pennellate decise tentava di immortalare il loro lato più sfuggente e insondabile. Aprendo un varco nei loro occhi riusciva a creare un passaggio per entrare nel loro mistero.

Il potere dell’arte…

1 commento Marzo 5, 2006

Le strade di Ischia

Una romana che si stupisce della circolazione stradale di Ischia ha una bella faccia di bronzo, direte voi.
Una che, per andare al centro, con l’automobile, è costretta a scaricarsi da Internet mappe e cartine aggiornate e che regolarmente imbocca sensi unici al contrario.
In nessun altro posto come nella capitale le strade sono grovigli fitti e intricati, labirinti di viuzze e arterie impazzite, è vero.
Ma Roma uno se lo aspetta che è così. Traffico, inquinamento acustico, parcheggi impossibili, multe che piovono, incidenti all’ordine del giorno, vigili urbani rassegnati.
Non potrebbe essere diversamente, in una città con 4 milioni di abitanti e ritrovamenti archelogici che spuntano fuori come funghi.

Ischia invece, uno se la figura diversamente.
E’ la patria del benessere, delle terme che ti rimettono in sesto, delle cure per il corpo e per la mente. C’è il mare, splendido, e c’è la montagna, suggestiva.
C’è il corso coi negozi che espongono solo grandi firme e poi ci sono gli anfratti dal sapore antico, che mantengono vive le tradizioni locali.
C’è il buon cibo, la pizza vera, il caffé dall’aroma intenso, il pesce fresco.

Poi c’è un’altra Ischia, quella del vivere quotidiano, dell’andare a lavoro tutti i giorni, del fare su e giù per l’isola con la macchina, della spesa da comprare.
E qui arriva la nota dolente.
Muoversi per le strade di Ischia è un’avventura da Mille e Una Notte.
Le vie sono spaventosamente strette, ma sempre e comunque a doppio senso. I semafori non ci sono quasi… Le strettoie, i vicoli sconnessi e dissestati incombono in ogni angolo.
In particolare penso a una via dove l’autobus si incastra regolarmente e le automobili rischiano quotidianamente l’impatto frontale. E’ un punto dove è impensabile far passare due veicoli insieme. Eppure c’è addirittura chi ci parcheggia, lasciando l’auto in posizione precaria, facendo infuriare i passanti. Così il flusso aumenta, i pedoni imprecano, il caos imperversa e l’ingorgo assume dimensioni apocalittiche.

Gli automobilisti devono avere una vita veramente dura a Ischia.

Non mi sorprende il fatto che, in tutta l’isola, non abbia mai visto una vettura con la carrozzeria intatta!
Sono tutte mezze ammaccate, con graffi più o meno visibili, specchietti laterali penzolanti, vernici “scorticate”. Di certo non sono un bello spettacolo.

Menomale che se si gira lo sguardo più in là c’è il mare e la montagna e il porto con le barchette…

1 commento Marzo 4, 2006

A lezione da un diciottenne

Il mio istinto da sociologa di tanto in tanto fa capolino e mi lancia segnali precisi. Quando si accorge che nei paraggi c’è un “caso” interessante da analizzare, si risveglia dal torpore e comincia a elaborare teorie.

Negli ultimi tempi un “soggetto sociologico” che mi sta particolarmente a cuore è il maschio adolescente. Racchiude, in genere, tutte le qualità umane che più mi fanno saltare i gangheri: arroganza, strafottenza, maleducazione, volgarità, esibizionismo, menefreghismo e così via.
Ammetto di essere troppo sferzante, ma la realtà che mi sfila davanti agli occhi, giorno dopo giorno, non presenta una situazione particolarmente rosea.

Vedo orde di ragazzini che si atteggiano da grand’ uomini, ascolto teenagers dalla lingua lunga e il vocabolario ridotto ai minimi termini. Colgo sguardi maliziosi, occhiate ottuse, risate vacue. Vedo spintoni e sgomitate, gesti smisurati, espressioni caricaturali.
E mi rammarico. Spero che, passata la delicata fase della pubertà, i loro ormoni si concedano una pausa e lascino la scena a un personaggio spesso e volentieri ignorato: il cervello.

Poi succede, per caso, che ne incontri uno (di adolescente), che fa vacillare tutte le tue convinzioni. Ne basta uno per ridare fiducia a tutta una categoria.
Uno che, discretamente ma con garbo, fa discorsi sensati. Non si imbarazza a guardarti negli occhi e a darti un consiglio, anche se hai 10 anni più di lui e sei lontana anni luce dalla sua dimensione.
Con maturità e sincerità ti parla di forza di volontà, di spirito di sacrificio, di determinazione. Articola le sue idee con logica, espone un pensiero condivisibile, dimostra coi fatti che, per lui, le chiacchiere sono sabbia al vento se non vengono tradotte in gesti concreti.

Si vede che non mente. Ha negli occhi una luce che significa speranza, sogni da realizzare, ambizioni da cullare.
Ha già nella mente il suo futuro, chiaro e pulsante di vita.
Non ho dubbi che riuscirà a plasmarlo e a dargli la forma che più gli assomiglia.

Una conversazione di 10 minuti con un appena maggiorenne che si trasforma in una lezione di vita.
Impossibile cancellarla dalla memoria.

1 commento Marzo 3, 2006

TransAmerica e TransProf

Uscita dalla sala 1 del cinema Mignon di Roma dopo la visione di “Transamerica” un dubbio mi assilla: chissà se la voce naturale di Felicity Huffman nel ruolo del transessuale Bree è meno sgradevole di quella della sua doppiatrice…
Ascoltare per quasi due ore, ininterrottamente, quella nenia fastidiosa e cacofonica è stata una bella prova di resistenza.

Ma nonostante il parere contrario delle mie orecchie, il film mi è piaciuto.

La vicenda è terribilmente drammatica, traboccante di amarezza e desolazione.
Il travagliato percorso sessuale di Bree è poca cosa rispetto alla spirale di violenza e squallore che imprigiona Toby, suo figlio adolescente.
Il ragazzo non si è fatto mancare nulla dalla vita. La sua fanciullezza è stata irrimediabilmente compromessa da tutto l’indicibile e l’inimmaginabile (abusi, tossicodipendenza, delinquenza, prostituzione, un padre che si trasforma in una madre).

Tanto lui sembra un fuscello in balia delle intemperie, quanto lei (Bree) appare salda e con le radici ben piantate nel terreno.
E’ lei la maestra severa, la guida colta, la figura saggia e sorprendentemente autoironica. I conti con la sua natura li ha già fatti, in passato, e tutta la sofferenza che ne è derivata ha contribuito a renderla più forte e consapevole. Ora ha solo un obiettivo: sottoporsi all’operazione che la renderà donna a tutti gli effetti. Nessun tentennamento o segno di incertezza.

Per Toby invece il cammino è ancora lungo. Quello percorso in macchina con Bree, in viaggio da uno stato all’altro dell’America, è stato però un grosso balzo in avanti, verso un futuro meno cupo e fosco.

Appendice.
Dopo il fatidico intervento chirurgico Bree comincia a coltivare un altro sogno, quello di trasmettere il suo sapere agli altri, di diventare un’insegnante. E, strano scherzo del destino, oggi scopro sul Corriere. it che:
Dopo un’operazione per cambiarsi il sesso, il 71enne insegnante mister McBeth, del New Jersey, è pronto a tornare tra i banchi di scuola con una nuova veste e una nuova identità: quella di «Signora maestra» Lily McBeth.

Evidentemente, di questi tempi, in America l’insegnamento trans va di moda…

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Hip hip urrà!

L’attesissimo evento si è compiuto.
Il giorno dei giorni è arrivato.
Ho l’adrenalina a mille e il cuore che batte forsennato.

Dentro uno scatolone sigillato, avvolto nel cellophane e circondato dal sughero, giace il mio notebook, finalmente guarito.

Dopo un mese tondo tondo mi riapproprio del mio Acer Aspire 1680.
A un primo, sommario sguardo, tutto sembra essere a posto.

Ho il sorriso stampato sul viso mentre digito i tasti. Le dita scorrono veloci, senza controllo, quasi. E la mente fa fatica a dominarle, a dare loro una parvenza di ordine. Dovrò riabituarla alla riflessione, alla lucida analisi dei fatti.

Per adesso la lascio libera nel suo giubilo, incontrollabile e senza freni.

Cari amici del blog, da oggi rientro a pieno servizio!

2 commenti Marzo 1, 2006

Se il bimbo si lagna dagli la pillola!

Domenica scorsa ho guardato in DVD lo spettacolo di Beppe Grillo registrato a Roma il 28 aprile 2005.
Superfluo dire che, tra il serio e il faceto, Beppe ha tracciato un quadro della situazione socio-economico-politica italiana del tutto angosciante.

La sua invettiva non ha risparmiato niente e nessuno (classe al governo, sistema dell’informazione, economia, sanità, finanza, ecc…) e, dati alla mano, ha avvalorato l’idea che la maggior parte degli italiani avevano già maturato da soli: il nostro paese sta inesorabilmente cadendo giù, in picchiata, e lo schianto sembra imminente.

Ma fra tutte le nefandezze elencate dal comico genovese ce n’è una che mi ha particolarmente impressionato. La sua paternità è americana, ma i segnali d’interesse da parte del nostro paese non si sono fatti attendere. (sigh!)

Si tratta del Ritalin, la pillola contro la cosiddetta sindrome dell’iperattività (Adhd = Attention Deficit Hyperactivity Disorder), un calmante “per l’infanzia” che viene prescritto a più del 15 per cento dei bambini statunitensi.

Se i pupi sono irrequieti, eccessivamente vivaci e con l’argento vivo addosso, allora bisogna sedarli. Basta somministrare loro una pillolina miracolosa e la loro inesauribile energia si spegne in men che non si dica.
Niente sgridate da manuale o punizioni rigide, la pasticca dell’obbedienza prodotta da Novartis risolve tutti i problemi e mette a tacere l’infante.

L’iperattività dei bambini viene considerata una patologia che deve essere debellata grazie all’uso di una vera e propria anfetamina!

Nulla di grave se poi i piccoli, crescendo, saranno maggiormente propensi all’uso di droghe e finiranno col diventare tossicomani.

L’importante è che rimangano seduti composti, che non facciano troppe domande e che non si muovano più del dovuto.

Nel 2000 la pillola è sbarcata anche in Italia con la benedizione della Commissione unica del farmaco (Cuf), «visto il ruolo del metilfenidato
nel trattamento dell’Adhd e vista l’elevata incidenza di questa manifestazione in età pre-adolescenziale e l’assenza di farmaci alternativi
».

Spaventoso, agghiacciante, mostruoso.

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