Tutti pazzi per il DJEMBE
9 Aprile, 2006

Omba-ye-gàa
Amba-ye-gheea.
E’ finita così ieri sera, con un mucchio di persone danzanti che intonava un coro incomprensibile dedicato all’energia e la spinta interiore. Dicono.
Il locale era pieno zeppo di gente, over 50 e under 30, che zompettava allegramente seguendo il ritmo di affascinanti tamburi nordafricani.
Si chiamano djembe, sono coni di legno ricoperti di pelle che, guidati da mani abili, producono sonorità suggestive.
Ascoltarne 15 tutti insieme, coordinati e in sintonia, faceva venire voglia di alzarsi e lanciarsi in pista. Purtroppo (o per fortuna) i miei tacchi di dieci cm, del tutto inadatti alla serata, mi hanno bloccata sugli spalti.
Quando le mani dei percussionisti si muovevano veloci, all’unisono, generavano un’energia contagiosa. Si intuiva che in quei gesti, in quel tappeto sonoro tribale si nascondeva la cultura di un popolo, la sua storia e la sua carica irruenta.
Galvanizzata da quell’atmosfera festosa, seguivo con curiosità la performance della mia collega, Cristina, che stringeva tra le gambe il suo oggetto prezioso e seguiva le indicazioni dell’insegnante. Era attenta, divertita, protagonista vivace del concerto. Da pochi mesi frequenta un corso di djembe e già va giù decisa coi colpi.
Durante l’esibizione ho scoperto che in Senegal questo tamburo di ebano è lo strumento più diffuso e amato. Quello più suonato durante le celebrazioni, gli eventi importanti, i raduni.
Non me l’ha spiegato nessuno, l’ho capito semplicemente guardando i due ragazzi africani al centro della scena: raggianti, emozionati, fieri.
Mi hanno catapultata in un’altra dimensione, fatta di colore, folklore, semplicità.
Se non fosse stato per i miei (ultraoccidentali) tacchi…
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