Capelli, ma non solo
25 Aprile, 2006

Al concerto di Niccolò Fabi a Roma c’erano i suoi capelli, è vero. Tanti, aggrovigliati e scomposti. Ma poi c’era anche il suo straordinario talento, persino più invadente di quella chioma impossibile da tenere a bada.
Sul palco sembrava un gigante docile, elegante. Oltre alla sua musica, anche le sue chiacchiere improvvisate risultavano armoniose, piene di sostanza.
Le prime file di un teatro non sono la stessa cosa degli spalti di uno stadio. All’Ambra Jovinelli la gente sedeva composta, in rispettoso silenzio. Il suono arrivava nitido alle orecchie, pulito. La voce pura, incontaminata.
Ma non sono mancate (menomale) le eccezioni. Accenni di cori, applausi fuori dal copione e fischi di incitamento si levavano qua e là, colorando l’evento e rendendolo più “interattivo”.
Una ragazza accanto a me ha cantato a squarciagola tutti i pezzi, infischiandosene altamente della “compostezza” dell’auditorium. Il mio orecchio sinistro ha vacillato in più di un’occasione, preso di mira dalle sue scalmanate interpretazioni.
Difficile indicare i brani più intensi, i momenti più vibranti. “Costruire” mi stende quando l’ascolto alla radio, figuriamoci cosa ho provato a sentirla dal vivo. Per tutta la sua durata sono rimasta in trance, sospesa su una nuvola, sperando che non terminasse mai.
“Offeso” mi ha entusiasmata. Nessuno si aspettava che Fiorella Mannoia comparisse sul palco per un duetto da vibridi. Ballavano e cantavano insieme, l’allievo e la maestra, intendendosela a meraviglia. La gente ha dato, giustamente, in escandescenza.
“Se fossi Marco” mi ha divertita, soprattutto perché Fabi l’ha rivisitata con intelligenza e humour.
Che dire poi di “Lasciarsi un giorno a Roma“? E’ stata l’apoteosi. Tutti in piedi, tutti, a saltare, battere le mani, cantare.
Di tanto in tanto mi voltavo a sbirciare le reazioni del pubblico “illustre”. Qualche fila dietro di me Silvio Muccino dava l’idea di spassarsela. Aveva gli occhi vispi, il sorriso aperto, le mani occupate a scandire il tempo.
Mario Venuti, pochi posti più avanti, era invece assorto nella visione, concentrato.
Io alternavo attimi di contemplazione a istanti di euforia. Pensavo che la voce di Niccolò è calda, passionale, che i suoi testi sono densi di messaggi, che la sua musica è un po’ poesia.
Pensavo alle verità che racconta e nelle quali mi rispecchio.
“(…) ma il finale è di certo più teatrale
così di ogni storia ricordi solo
la sua conclusione
così come l’ultimo bicchiere l’ultima visione
un tramonto solitario l’inchino e poi il sipario
tra l’attesa e il suo compimento
tra il primo tema e il testamento
nel mezzo c’è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è sapere e potere
rinunciare alla perfezione”
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