Archivio Aprile 29, 2006

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“Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi”
- M. Proust -

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Riflessioni sulla pubblicità

Dopo 27 anni circa trascorsi a contatto col flusso ininterrotto della pubblicità, provo a tirare le mie (prime) somme.
L’advertising nell’ambito della cosmesi femminile – creme corpo e viso, olii e unguenti vari, prodotti anticellulite, antigonfiore, antitutto, cura dei capelli, lozioni struccanti, make-up e così via – ha smesso di ammaliarmi.
I messaggi del tipo: crema miracolosa che cancella i segni del tempo o maschera all’argilla per una pelle luminosa e liscia come seta, mi fanno sorridere, o arrabbiare, dipende dall’umore.
Non mi tentano, non mi fanno più fessa. Io continuo a comprare le mie cremine idratanti e i miei fondotinta di serie B, che mi danno soddisfazione sia dal punto di vista dei risultati sia del portafogli.

La pubblicità dei prodotti alimentari mi alletta a metà. Sono una consumatrice che non guarda solo alla marca, ma di fronte a un prodotto dall’etichetta ignota, di origine sconosciuta, si fa assalire dai dubbi. Alla fine, dopo un’attenta valutazione dei pro e dei contro, l’indecisione si sblocca grazie ai fattori più disparati: il consiglio di chi è con me, la disponibilità di soldi al momento, l’istinto.

La reclame dei gadget tecnologici – cellulari, PC, TV, chiavi USB, lettori multimediali ecc… - non mi fa molto effetto. Non me l’ha mai fatto in realtà. Il mio debole interesse per l’intera categoria mi consente di rimanere indifferente e scettica, per lo più. (Anche se l'’I-pod mi ha sempre solleticato).

Arriviamo alla nota dolente: l’ambito della moda e degli accessori femminili. L’esperienza mi dovrebbe aver insegnato, come per gli altri settori, a mantenere un atteggiamento critico, di opportuno distacco. Ma il richiamo di un capo firmato o un paio di scarpe griffate rimane una calamita, una trappola insidiosa. Le vetrine esclusive continuano a ipnotizzarmi, così come le pagine di una rivista fashion o gli spot che promuovono le collezioni degli stilisti più affermati.
Riconoscono il mio tendine d’Achille, ma dopotutto è impossibile non averne neanche uno.

Le belle campagne pubblicitarie mi entusiasmano. Mi vengono in mente quelle della Nike, coinvolgenti e impattanti come poche, o quelle di alcune automobili, che mi fanno viaggiare con la fantasia.

Poi ci sono quelle che mi irritano: dei salvaslip e degli assorbenti femminili, dei detergenti per la casa, della famiglia modello del Mulino Bianco, delle compagnie telefoniche.

Infine ci sono quelle che mi innervosiscono e mi lasciano perplessa. Sono quelle che, oltre a diffondere messaggi falsi e mistificatori (prassi sempre più diffusa), sono anche socialmente pericolose.

Valentino Rossi con la birra in mano, che incita i suoi fan a scolarsi la Nastro Azzurro per cavalcare l’emozione, è intollerabile. Un campione dello sport dovrebbe rappresentare un modello di vita sana, controllata, basata su un’alimentazione corretta e una condotta irreprensibile. Invece lui invoglia i suoi pari a farsi un goccetto, per sentirsi più cool. Non è assurdo?

Ce lo vedete voi, Valentino, che si allena per il motomondiale sorseggiando una birra? Ve lo immaginate a gareggiare con le palpebre pesanti e i riflessi rallentati?
Non sarebbe stato più logico, eticamente corretto e socialmente onesto scegliere un testimonial diverso? Oppure, semplicemente, non avrebbe fatto meglio, lui, a dire di no?

3 commenti Aprile 29, 2006


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