Einaudi e Fresu all’Auditorium

Quello che si è tenuto domenica 30 aprile all’Auditorium di Roma non è stato un concerto qualsiasi, ma un concertone, per diversi motivi:
1) La sala che lo ha amorevolmente ospitato era quella più importante e maestosa, la Santa Cecilia.
2) Le poltrone erano tutte occupate.
2) Gli artisti a esibirsi sul palco erano due.
3) Il calibro dei due artisti sul palco era elevato.
4) I nomi degli artisti sul palco erano Ludovico Einaudi e Paolo Fresu. Alias un pianista dalla consolidata esperienza, autore di ballate evocative che raccontano storie e atmosfere lontane, e un jazzista di fama internazionale che ama sperimentare e “giocare d’azzardo” con la sua tromba.
Non mi reputo un’esperta di pianoforte, lo cerco in pochi, intimi momenti. Non sono una fan sfegatata del jazz, lo ascolto a piccole dosi. Ma una miscela musicale ben riuscita la so riconoscere.
Einaudi e Fresu eccellono nell’arte della fascinazione, si esprimono con un linguaggio straripante di emozioni, pungolano i sensi sia con la tecnica sopraffina che con la spontanea improvvisazione.
La prima volta che ho ascoltato Onde, ho subìto una folgorazione. Einaudi mi ha stregato in ogni singola nota di quell’album incantato, pezzo dopo pezzo.
E’ passato ormai qualche anno da quel primo incontro, ma la magia è sempre viva.
Fresu l’ho conosciuto solo pochi mesi fa e la sua vivacità artistica mi ha impressionato. Sembrava che la tromba fosse un prolungamento del suo braccio, una complice fedele e remissiva. Si piegava alla sua volontà, eseguiva i suoi inaspettati ordini, ligia, senza lagnarsi.
Due fuoriclasse di tale spessore, insieme, hanno “acceso” l’Auditorium, com’era prevedibile.
Ma la loro forza poetica, il loro viaggio musicale, sentito fin nelle viscere, ha forse lasciato poco spazio al brio e alla vivacità.
La loro esibizione ha rappresentato il trionfo dell’eleganza composta, della bellezza senza sbavature, delle sonorità raffinate.
Un pizzico di verve in più, però, non avrebbe guastato.
1 commento Maggio 3, 2006