Einaudi e Fresu all’Auditorium “Volevo fare il ballerino”

Duvet day

5 Maggio, 2006

La lancetta scocca le cinque e mezzo quando Cristina si appresta a inforcare i suoi occhiali “speciali”. Li ha ideati e realizzati con le sue mani, per mascherare la “cecagna” del tardo pomeriggio.
Sono rustici, fatti alla bell’e meglio. Non hanno stecchette laterali o lenti graduate, ma solo due occhi disegnati, grandi e aperti.
Più che occhiali, in effetti, sono pezzetti di carta scarabocchiati, appiccicati su lenti vere.
Fanno ridere a guardarli e pure a indossarli, ma servono al loro scopo: coprire palpebre calanti, sguardi assenti, espressioni assonnate.

Se anche in Italia esistesse il Duvet Day, questi piccoli sotterfugi da sopravvivenza alla vita d’ufficio ce li risparmieremmo. Semplicemente rimarremmo a casa per giusta causa: troppo stanchi, intontiti, assaliti da un sonno indomabile.

Il giorno del piumone serve proprio a concedere ai lavoratori il diritto di starsene a dormire quando la voglia di riposarsi è più forte di quella di prepararsi, vestirsi e uscire.
In USA vengono concessi 4 giorni all’anno, da scalare alle ferie, per ronfare di gusto.
In Inghilterra, dove il sistema è stato importato con successo, 2 da aggiungere alle vacanze.
Le aziende che hanno deciso di andare incontro all’ozio dei lavoratori sono convinte che da svegli si renda di più, e che sforzarsi di rimanere concentrati sia del tutto inutile.

A dire la verità le giornate che vorremmo dedicare al letto, piuttosto che al lavoro, sono molte di più che due o quattro nell’arco di 12 mesi. Diciamo almeno venti o quaranta. Ma chiederli, o pretenderli, vorrebbe dire approfittarsene.

Infischiarsene della sveglia, anche solo una volta all’anno, e rimanere sotto le coperte con la coscienza pulita, sarebbe liberatorio. Significherebbe tornare in ufficio, l’indomani, col sorriso sulle labbra e la testa alta, mostrarsi fieri e sicuri di sé. Poter spiegare la propria assenza con disinvoltura e la risposta pronta: “Ho assecondato la mia esigenza di sonno“.

Ben diverso l’impatto rispetto alle scuse che vanno per la maggiore: “Avevo un grosso mal di testa (o di pancia-stomaco-schiena)“, oppure: “Sono stata poco bene“, o ancora, clamorosa: “Ho avuto il ciclo…“.

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