Anche libero va bene
28 Maggio, 2006

Dalle 20.00 alle 22.00 nella sala non è volata una mosca. Solo silenzio e, ogni tanto, commenti sussurati nell’orecchio del vicino.
Quando un film ha qualcosa da dire come “Anche libero va bene” il pubblico non può fare a meno di stare zitto e ascoltare.
Abbiamo tutti seguito ammutoliti il filo dei pensieri di un bambino impaurito, fragile, che ci ha commosso e intenerito. Abbiamo letto nei suoi occhi malinconici una richiesta d’aiuto, abbiamo avvertito un senso di colpa pesante come un macigno, abbiamo sperato che la trama del suo destino prendesse un’altra piega, più fortunata.
Tommy (interpretato dall’esordiente Alessandro Morace) ha una sorella dispettosa e irruenta, una mamma svampita e libertina, un papà brusco e umorale. E’ lui l’unico elemento equilibrato all’interno di una famiglia strampalata. E’ un bambino di undici anni, riservato, vergognoso, con il pallino del calcio e una mania: intrufolarsi dentro la vita degli sconosciuti dietro le lenti di un binocolo.
Di Tommy stupisce soprattutto la capacità di trattenere le lacrime, fino alla fine. La sua disperazione è profonda, ma rimane abbarbicata nell’universo nascosto dei suoi sogni, nel suo inconscio, nelle sue riflessioni solitarie.
Solo nell’ultima sequenza si sfoga, abbandonandosi a un pianto liberatorio e sacrosanto.
Amore e odio vanno di pari passo nell’esistenza di Tommy: ama la madre perché è affettuosa e giocosa, ma la odia perché scappa via ogni volta che può; ama Viola, la sorella maggiore, perché è una compagnia allegra e spigliata, ma la odia perché lo mette in imbarazzo con i suoi scherzi maliziosi; ama Renato, suo padre, perché è forte e coraggioso, ma lo odia perché è autoritario, intransigente, cocciuto più di un mulo.
Gran parte della carica emotiva trasmessa da “Anche libero va bene” si deve ad Alessandro Morace. Non si discute.
Ma un’altro bel pezzo di merito spetta a Kim Rossi Stuart, che ha dato forma a un personaggio complesso, sfaccettato, controverso. Il suo Renato sbraita, ulula, inveisce contro il cielo e contemporaneamente trasmette dolcezza, paura, debolezza.
E’ credibilissimo con il suo dialetto romanesco, la sua barba incolta, la sua voglia di farsi rispettare.
Pretende dal mondo intero la considerazione che sua moglie non gli ha mai concesso. Esige dai suoi figli il senso di responsabilità e maturità che a lui manca.
Cerca sostegno e appoggio da un piccolino di 11 anni che chiede solo di poter tirare calci a un pallone, andare alle giostre con sua madre e, di tanto in tanto, a pescare con suo padre.
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1 Commento Aggiungi il tuo
1. Francesco | 30 Maggio, 2006 alle 00:23
Che dire…
Il film l’ho visto anche io, è piaciuto molto anche a me, sono d’accordo sul fatto che il “bimbo” dagli occhioni espressivi è il “fulcro” di tutto, ma mai e poi mai sarei riuscito a trovare le parole che tu, Francesca, ancora una volta hai usato per descrivere tutto quelo che anche io pensavo. Credo che tu abbia vermante il “dono” di riuscire a dire quello che la magior parte di noi pensa ma non dice, spesso proprio perchè non trova le parole giuste!
Spero che il mondo si accorga di te!
Ancora complimenti e grazie per i brividi che mi fai venire ogni volta che leggo il mondo con i tuoi occhi!
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