Archivio Maggio, 2006

Takae

Terribly sweet and kind. So shy, polite and discreet. Takae, my friend Taka.
When I met her, in the summer of 2004, we had to share the same flat. Our purpose was similar: being in England in order to improve our English, no matter what.

At that time my English knowledge wasn’t bad as I had already spent 4 months in Canterbury. Hers, just arrived, was the most extraordinary in the world. It was funny and bizarre and original.
I didn’t understand a word at the beginning, and our communication was hard. But we had a big fun together and spent time laughing and gesticulating.
She had a big smile stuck on her face and a delicious attitude towards everyone.

She used to say: “Sorry” for her grammatical mistakes, but it was actually her pronunciation quite impossible to make out.
It sounded like a melody, a mix of unusual notes, pauses and refrains. It was just great.

We became friends pretty soon. We created such a good feeling that we could understand each other with a look.

We lived in the same house for 3 months and every day went to the same school, had the same dinner, watch the same movies, shared the same toilet…

I left Canterbury and her in September.
Our farewell was touching. I will never forget her tears, her sad eyes, her sweet words.
She was standing at the bus stop, alone, waiting for the bus to move. She coudn’t help but cry and cry. She didn’t go away untill I left.
Her expression was intense and deep, so was she.

Three months after my departure she took a plane and reached me in America, for Christmas.
Few months later she came to visit me in Rome and was my guest.

She became a good friend of my boyfriend as well and my family felt in love with her.

Nowadays we email and phone each other from time to time, but it’s not enough.
I miss her smile, her crazy English and her japanese habits: to say always yes, to be tidy and mild, to make you feel at ease.

Aggiungi un commento Maggio 31, 2006

Anche libero va bene

Dalle 20.00 alle 22.00 nella sala non è volata una mosca. Solo silenzio e, ogni tanto, commenti sussurati nell’orecchio del vicino.
Quando un film ha qualcosa da dire come “Anche libero va bene” il pubblico non può fare a meno di stare zitto e ascoltare.

Abbiamo tutti seguito ammutoliti il filo dei pensieri di un bambino impaurito, fragile, che ci ha commosso e intenerito. Abbiamo letto nei suoi occhi malinconici una richiesta d’aiuto, abbiamo avvertito un senso di colpa pesante come un macigno, abbiamo sperato che la trama del suo destino prendesse un’altra piega, più fortunata.

Tommy (interpretato dall’esordiente Alessandro Morace) ha una sorella dispettosa e irruenta, una mamma svampita e libertina, un papà brusco e umorale. E’ lui l’unico elemento equilibrato all’interno di una famiglia strampalata. E’ un bambino di undici anni, riservato, vergognoso, con il pallino del calcio e una mania: intrufolarsi dentro la vita degli sconosciuti dietro le lenti di un binocolo.

Di Tommy stupisce soprattutto la capacità di trattenere le lacrime, fino alla fine. La sua disperazione è profonda, ma rimane abbarbicata nell’universo nascosto dei suoi sogni, nel suo inconscio, nelle sue riflessioni solitarie.
Solo nell’ultima sequenza si sfoga, abbandonandosi a un pianto liberatorio e sacrosanto.

Amore e odio vanno di pari passo nell’esistenza di Tommy: ama la madre perché è affettuosa e giocosa, ma la odia perché scappa via ogni volta che può; ama Viola, la sorella maggiore, perché è una compagnia allegra e spigliata, ma la odia perché lo mette in imbarazzo con i suoi scherzi maliziosi; ama Renato, suo padre, perché è forte e coraggioso, ma lo odia perché è autoritario, intransigente, cocciuto più di un mulo.

Gran parte della carica emotiva trasmessa da “Anche libero va bene” si deve ad Alessandro Morace. Non si discute.
Ma un’altro bel pezzo di merito spetta a Kim Rossi Stuart, che ha dato forma a un personaggio complesso, sfaccettato, controverso. Il suo Renato sbraita, ulula, inveisce contro il cielo e contemporaneamente trasmette dolcezza, paura, debolezza.
E’ credibilissimo con il suo dialetto romanesco, la sua barba incolta, la sua voglia di farsi rispettare.
Pretende dal mondo intero la considerazione che sua moglie non gli ha mai concesso. Esige dai suoi figli il senso di responsabilità e maturità che a lui manca.
Cerca sostegno e appoggio da un piccolino di 11 anni che chiede solo di poter tirare calci a un pallone, andare alle giostre con sua madre e, di tanto in tanto, a pescare con suo padre.

1 commento Maggio 28, 2006

Questa storia

Stefania va pazza per Baricco. Secondo lei la sua scrittura è poesia, saggezza, verità.
Stefania ha letto tutto di Baricco: dai saggi, ai romanzi, fino agli articoli più disparati.
Stefania segue Baricco a teatro, nelle sue letture in TV, nelle sue apparizioni qua e là nel circuito mediatico. E quando ti parla di lui le brillano le pupille, le si alza istintivamente il tono di voce, le si muovono le mani, avanti e indietro.
Ha letto “Seta” una decina di volte, ricorda interi passaggi di “Oceano mare” a memoria, “Questa storia” se l’è “bevuto” in poche ore.
Il suo amore per Baricco è ardente, devoto, smisurato.
Come Stefania, in Italia, ce ne sono a bizzeffe. Ammiratori rumorosi, fieri e partecipi che incarnano un unico motto: Baricco non si discute, si ama.

Io, che sono fuori dal giro, ne discuto.
“Questa storia” è uno schizzo della vita di Ultimo Parri, un bambino fuori dal comune che cresce coltivando un sogno strambo. Diventa uomo, si innamora, va in guerra, finisce chissà dove, ma sempre con in mente di realizzare il suo sogno sgangherato.
Tutto in mezzo ci sono le parole infiocchettate che Baricco riversa sulle pagine. Si diverte a giocarci, si dimentica della punteggiatura, delle regole ortografiche, delle conclusioni.
Lascia ampi spazi all’interpretazione personale e salta da un punto di vista all’altro, senza linearità.
L’impressione che ho avuto è quella di un libro denso di osservazioni memorabili, da conservare e trascrivere sul proprio diario, ma nello stesso tempo poco fluido e coerente.
Alcuni punti cruciali del racconto sono appena sfiorati, spiegati sommariamente, attraversati di sfuggita.
La scelta di alternare continuamente i registri linguistici affatica la lettura, rendendola a volte fastidiosa e contorta.

Stefania, dopo aver letto per 3 volte di seguito “Questa storia” mi ha detto: “E’ stupendo, meraviglioso“.
Adesso che anch’io l’ho letto, una sola volta, ribatto: “E’ un buon libro pieno di spunti e di sbadigli…

- Per la cronaca, Stefania è una mia cara amica, quella bionda bionda, alta alta.

Aggiungi un commento Maggio 26, 2006

Sulle intercettazioni

Il protagonista del romanzo Caos Calmo, di Sandro Veronesi, rinuncia a leggere le mail della moglie, benché morta. E fa benissimo. Non vogliamo sapere cosa c’è dietro, tanto lo sappiamo già. Tua moglie ti voleva bene e Moggi era un imbroglione. Nel fuori onda il mondo è solo un posto illuminato meglio, non più pulito.
- Gabriele Romagnoli -

Giusto caro Romagnoli, sono d’accordo con lei. Non mi interessa ascoltare le millecinquecento conversazioni di Moggi con questo e quello, non mi assale la bramosia di sapere tutto quello che è stato detto, truccato, ingarbugliato.
La faccenda è sempre stata losca, chi non lo sospettava? Che cambia sviscerare i contenuti di quelle chiacchierate insolenti e sfacciate?
Ci pensi il magistrato a sorbirsele tutte, per ore e ore, e ore. Si cibi lui le angherie, le minacce e le parole grosse. Poi decida per il meglio e punisca, duramente, senza reticenze (almeno lui).

Noi abbiamo una nazionale da tifare, un mondiale da amare, un sogno da far germogliare.

Il marciume di Moggi & Co., spudoratamente riversato su di noi da settimane, dovrebbe uscire dalle finestre di casa nostra ed entrare in quelle dei giudici. Rimanere chiuso lì, con tre mandate di chiavistello e smetterla di gettare acqua gelata sulla fiammella delle nostre speranze.

Aggiungi un commento Maggio 24, 2006

La fiera del wellness di Rimini

Ci sono andata per lavoro, sabato 20 maggio, percorrendo 800 km in poche ore. La fatica si è fatta sentire (anche se il mio lui, alla guida, ne ha avvertita senz’altro più di me, compagna di viaggio dall’”abbiocco” improvviso), ma la giornata è scivolata via snella, spensierata.
Intorno a me, tanto colore, rumore e folklore. Quello del popolo del fitness, gasato e determinato a non saltare nemmeno una delle lezioni in programma.

Coppie in completini tecnici sfilavano lungo gli stand, zaino in spalla, con l’occhio vispo a cogliere le ultime novità del settore: dai macchinari ultratecnologici per l’allenamento in sala pesi, ai corsi di fitness per i modaioli più accaniti.
E qua e là musica, di tutti i tipi: afro-dance-latina-commerciale-buddha bar, a scandire esercizi, genuflessioni astruse, movimenti impeccabili.
Corpi scattanti, abbronzati all’inverosimile, allenati allo sforzo e al sudore, sincroni agli ordini dell’istruttore di turno, il presenter di fama internazionale che sembrava venuto da un altro pianeta, perché non si stancava mai. Avrebbe potuto continuare a saltellare, a fare passi di danza e coreografie laboriose no stop.

In mezzo a tanti sportivi anche molti “intrusi”, però. Persone spaesate, partecipi all’evento in modo passivo, estranee agli umori circostanti, alle frenesie, alle sessioni concitate di spinning, running, walking ecc…
Con le facce un po’ così, squadravano la generazione del wellness con un misto di stupore e orrore. Erano forse giornalisti forzati? O semplici invitati ficcanaso?

Io ero lì con sguardo professionale e piglio attento, mentre il mio ragazzo ogni tanto buttava l’occhio su qualche gluteo in esposizione… del resto lui mi aveva fatto un favore a venire e una ricompensa doveva pur avercela. Che fastidio però!

L’attrazione della fiera è sbucata fuori, d’un tratto, lasciandoci tramortiti. Non era il pompatissimo “Wave” della Technogym o l’ultima tecnica di pilates mostrata in anteprima. Era un omone bozzuto e caricaturale, coi muscoli sul punto di esplodere, e le vene in subbuglio; un mastodonte sgraziato, comico, spaventoso. Ci hanno riferito che era un testimonial di una nota catena di integratori alimentari, molto acclamato.
Ci è venuto da ridere, anzi, ci siamo letteralmente sganasciati.

Che delusione pensare che quel big gym deformato sia considerato un rappresentante del wellness.
Dopo quella visione per me la fiera ha perso 100 punti.

Ne ha recuperati quasi la metà due ore dopo, quando ho trascorso 15 minuti da sogno, accoccolata su una stratosferica poltrona per massaggi…

Aggiungi un commento Maggio 23, 2006

Drag king

Ci sono ragazze che amano impiegare il loro tempo libero in cucina, preparando deliziosi manicaretti e piatti prelibati. Ci sono altre patite del decoupage, o che lavorano all’uncinetto, o suonano, dipingono, vanno in palestra, leggono, scrivono, cantano.
Poi c’è una categoria di donne che ha un hobby differente: si strizza il seno dentro una fascia elastica, si “gonfia” la zona pubica con ovatta o cotone e si incolla sul viso una peluria posticcia, il tutto per assomigliare il più possibile a degli uomini.
E’ l’esercito delle drag king, le travestite più innovative degli ultimi anni.

Gustavo L. G. (alias La Gnocca…) è una ventitreenne siciliana esperta in “materia”. E’ lei ad aver portato in Italia il primo spettacolo di drag king ufficiale. In America il fenomeno esiste da qualche lustro e oramai non sorprende né scandalizza nessuno.

Si tratta di una sorta di carnevalata femminile, in cui l’unico ruolo da interpretare è l’altro sesso. Non si può essere approssimativi o superficiali nell’immedesimazione, ma partecipi, coinvolte al cento per cento, con l’anima e col corpo.

Le drag king più richieste sono infatti quelle che si calano nella parte in modo assoluto, che riproducono non solo l’esteriorità del maschio, ma anche la voce, le movenze, la postura.

Quando ho ascoltato per radio Gustavo L. G. che descriveva la gioia di diventare uomo, di non essere riconosciuta per strada, di esibirsi su un palco di fronte a donne curiose e attonite, mi sono ricordata di un film incredibilmente intenso e toccante: “Boys don’t cry“.
Hilary Swank era la magnifica protagonista, una giovane con la sessualità in subbuglio, che fingeva di essere un ragazzo, nascondeva la sua vera natura perché non accettava il suo corpo e amava le donne.
Nonostante fosse incredibilmente sensuale e attraente, è riuscita ad apparire mascolina e a incantarmi. Il suo travestimento era uno slancio naturale e istintivo, un impulso irrefrenabile, dolorosamente vissuto. Si sentiva un uomo dal profondo e ha portato lo spettatore a considerarla tale, senza esitazioni.

Dubito che Gustavo L. G. e le sue colleghe siano in grado di trasmettere lo stesso tipo di sensazioni. Loro fanno spettacolo, semplicemente. Cantano, recitano e ballano di fronte a un pubblico pagante.
Possono divertire e far sorridere, ma la finzione è palese. E’ una recita strutturata, come quella di Platinette o delle tante drag queen che affollano le discoteche.

Vediamo… mi piacerebbe essere scambiata per un maschio? Faccio un piccolo esperimento: chiudo gli occhi e mi immagino coi capelli cortissimi, senza un filo di trucco, in completo gessato e con una piccola protuberanza lì sotto. La fotografia che ho davanti è quella di una lei, che potrebbe anche essere un lui, in fondo.
Dovrei sentirmi orgogliosa per questo? Per essere un oggetto non identificato?
Non credo.

2 commenti Maggio 21, 2006

Dal parrucchiere

La scena è comica, parodistica. Si ripete ciclicamente, ogni 2-3 mesi.
Inizia il venerdì, a volte anche qualche giorno prima, e si conclude il lunedì successivo. La protagonista della vicenda varia, ma ciò è ininfluente perchè il risultato finale rimane lo stesso.

La lei di turno esordisce con: “Domani vado dal parrucchiere, finalmente“. E le altre, in coro: “Davvero? E che farai? Taglio? Colore?“.
La risposta più frequente si avvicina a: “Beh, i capelli così non hanno un senso, vorrei sistemarli, scalarli un po’ davanti, accorciarli leggermente…“.
Sul colore la spiegazione è ancora più sommaria: “Mi piacerebbe un tono più deciso, però qualcosa di non aggressivo, non una vera e propria tinta, magari un henné o uno shampoo colorante“.

Seguono a ruota le considerazioni e i consigli di questa e quella: “Secondo me staresti bene più chiara” “Perché non ti fai il taglio come Madonna?” “Forse dovresti sfoltire un po’ dietro”. E così via, fino allo scattare delle 18.00, quando tutte tornano a casa, si immergono nei propri affari e si dimenticano della collega che l’indomani andrà dal parrucchiere.

Fin qui niente di buffo. E’ il lunedì che viene il bello, quando l’interessata arriva in ufficio.
Le altre le puntano gli occhi addosso, avide di dettagli, intente a scrutare la sua nuova capigliatura, a scorgere qualsiasi mutamento nel suo look.
Ma è subito palese che non c’è niente da osservare o da commentare.
Lei è identica a venerdì, solo coi capelli più lisci. L’unico cambiamento evidente nella sua chioma è l’impiego di una spazzola tonda e un phon. Nulla di più. Il colore? Uguale a prima. La lunghezza? Idem.

Eppure lei cammina a falcate decise per la stanza, si sposta un ciuffo dalla fronte, si muove baldanzosa. Si capisce che si sente bella, diversa, e aspetta che qualcuna glielo faccia notare. Non vede l’ora.

La stanza invece è insolitamente silenziosa. Nessuna osa proferire parola o porre la fatidica domanda che le ronza nella mente: “Ma non ci sei più stata dal parrucchiere?”.
Sarebbe un’umiliazione troppo pesante da infliggerle. Meglio tacere e fingersi impegnate, distratte da altri pensieri.
Tanto ci penserà da sola a togliersi d’impaccio.

E infatti passano pochi secondi e, come da copione, rompe il ghiaccio con un disinvolto: “Allora, non vi piaccio?“.

Sospiro di sollievo generale. Può avere inizio il walzer delle ruffianerie e delle frasi di circostanza: “Ma stai benissimo!“, “Hai fatto bene a non esagerare”, “Che colore hai scelto? E’ fantastico, così delicato, naturale”.

Si tratta di una recita collettiva. La portiamo avanti ogni volta. Cambiano i ruoli, non le battute.

Il fatto veramente demenziale è che ne siamo consapevoli, ma la cosa non ci tocca.

Essere adulate è un piacere a cui è difficile rinunciare.

1 commento Maggio 17, 2006

Questa storia

In quella severità, e in quell’assenza totale di dubbi, vi era quanto suo padre gli aveva insegnato dell’essere padri: che è saper camminare, senza mai voltarsi. Camminare il passo lungo degli adulti, senza pietà, ma un passo limpido e regolare, perché tuo figlio possa capirlo e starci attaccato, nonostante il suo passo bambino. E farlo senza mai voltarsi, se ne avrai la forza: perché lui sappia che non si perderà, e che camminare insieme è un destino di cui non bisogna mai dubitare, giacché è scritto nella terra.
- Alessandro Baricco -

1 commento Maggio 16, 2006

Il regista di matrimoni

Lo confesso: a un certo punto ho chiuso gli occhi. Ma è stata una frazione di secondo.

Il film di Bellocchio in alcuni frangenti è sonnacchioso, mentre in altri è lirico, ironico, seducente.

La storia è quella di Franco Elica, un malinconico regista che per sfuggire a uno scandalo infamante si rifugia in un paesino della Sicilia.
Tra paesaggi soavi, situazioni strambe e incontri surreali, si ritrova innamorato di una principessa triste. Lei è in procinto di sposare un uomo che non ama per compiacere la sua famiglia, ma il suo animo è arrovellato, inquieto.

L’incaricato a girare il filmino di questo matrimonio forzato è proprio Elica, che, bruciante di passione, cerca di modificare il destino della fanciulla. E forse ci riesce.
Bellocchio lascia a ogni spettatore la libertà di leggere e interpretare il finale a suo modo. Le alternative presentate sono tutte ugualmente plausibili, allettanti, indefinite.

Non è solo la conclusione a essere costituita di materia molle ed effimera, ma anche altre vicende topiche. In numerose circostanze si rimane sospesi, incapaci di cogliere il senso di una scena o l’esito di un’azione. In quei momenti conviene appellarsi alla propria immaginazione, che è chiamata in causa più e più volte.
Detto tra noi - è durante una di queste parentesi fosche che le mie palpebre si sono appesantite.

Altri due sono i registi che intrecciano le loro strade con quelle del protagonista: il cinico-depresso, per il quale l’unico metodo efficace di ottenere il plauso di pubblico e critica è quello di fingersi morto; e il mediocre-speranzoso, che riesce ad elevare la sua arte solo quando si affida all’intuito e all’estrosità di Elica.

Tre registi atipici, una fanciulla maliarda, tante storie aleatorie, molte interpretazioni possibili. Eccola l’essenza de Il regista di matrimoni.

1 commento Maggio 15, 2006

Aboliamo il costo della ricarica


L’Italia è un paese generoso. Nessun’altra nazione europea raggiunge i suoi livelli di bontà.

Gli italiani non badano al denaro, a loro piace regalarlo, fare beneficienza, chiudere gli occhi e aprire le tasche.

Quando vanno dal tabaccaio a comprare la ricarica del cellulare sorridono anche se sanno che se chiedono 5 euro ne avranno 4, se vogliono 10 riceveranno 8 euro, se hanno bisogno di 30 euro si dovranno accontentare di 25.

Solo nel nostro Paese le compagnie di telefonia mobile fanno pagare la transizione di acquisto

Ricordo, qualche anno fa, quando i cellulari cominciarono a diventare nostri più preziosi compagni di giornata, che la scoperta di questo sistema ci aveva reso sospettosi, cupi. Ci domandavamo perché quegli euro ci venivano sottratti così, per niente.

Ma poi il tempo è passato, ci abbiamo fatto l’abitudine, e i 2- 5- 7 euro volatilizzati al mese sono diventati un’altra tra le tante tasse da sobbarcarsi.
Non ci abbiamo pensato più all’ingiustizia del sistema.

Una persona invece non ha smesso di pensarci e non si è rassegnata. Si chiama Andrea D’Ambra ed è talmente “inbufalito” con quelli dei telefoni che sta preparando una vendetta coi fiocchi. Ha chiesto l’intervento della Commissione Europea che a sua volta ha chiesto lumi all’Authority che a sua volta ha chiesto la firma di una petizione per risolvere il problema. Bastano 50.000 firme per liberarci del costo della ricarica.

Anche Beppe Grillo ha dato risalto alla questione e come per incanto le firme sono lievitate. Io ho appena aggiunto la mia.

Infine una considerazione sulle potenzialità della Rete.
Dopo la tragedia di Ischia alla quale avevo dedicato un post sul mio blog, sono entrata in contatto con un ragazzo dell’isola, anch’esso scosso dalla vicenda. Ci siamo scambiati qualche commento sui rispettivi siti. Questo ragazzo è, scherzo del destino, Andrea D’Ambra, quello della petizione…

4 commenti Maggio 12, 2006

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