Archivio Maggio, 2006

Chissà se le persone che mi stavano accanto, ieri sera, si sono accorte dei brontolii lamentosi che provenivano dal mio stomaco.
Forse hanno pensato che per me sia stato penoso rimanere lì, bloccata sulla poltrona coi morsi della fame.
La realtà è che non avrei mai lasciato a metà quello spettacolo sublime per placare i languori della mia pancia.
C’era così tanto da imparare, ascoltare e comprendere ne “Il sorriso di Daphne” che ne è valsa la pena guidare fino a Tor Bella Monaca, raggiungere il nuovo teatro della periferia romana e accontentarmi di un aperitivo volante consumato al bar.
“Il sorriso di Daphne” è una tragicommedia che trabocca di verità e scabrosità. E’ una storia di amore, dolore, consapevolezza e coraggio.
Il protagonista, interpretato da Vittorio Franceschi, anche autore dei testi, è capace di commuovere e far sorridere insieme, con mestiere e naturalezza.
La passione più grande di Vanni, professore di botanica sessantenne ridotto sulla sedia a rotelle, è Daphne: una creatura ammaliante, come la ninfa che fece innamorare Apollo, dalla bellezza fragile, che va protetta, adulata, conservata.
Vanni è un uomo arguto e geniale, pungente come la lama di un bisturi, ironico anche nella malattia.
Affascina la sua indole inquieta, la sua amara e lucidissima visione della realtà.
Rosa è sua sorella, una donna mite e acuta, che si dedica a lui completamente, accudendolo con generosità. Ma il suo rapporto con Daphne è conflittuale.
Sibilla è la studentessa che Vanni ha amato, la sua prediletta, la ragione del suo senso di colpa. Solo lei è degna di conoscere il segreto che avvolge Daphne e assaporarne l’essenza.
Daphne è una pianta dotata di una forza speciale, un esemplare unico al mondo, che ha una proprietà inconfessabile.
Può far morire. Nelle sue foglie preziose circola una linfa velenosa.
Vanni ha disperatamente bisogno di lei, per liberarsi da una fine straziante, segnata dal progredire irreversibile della paralisi.
Ha bisogno di addormentarsi dolcemente, di abbandonare la vita con dignità immergendo le sue labbra in quel nettare salvifico.
Ma ha anche bisogno di Priscilla, della sua mano ferma e coraggiosa, disposta a versargli il liquido letale.
Ho saputo che Il sorriso di Daphne tornerà a Roma, al teatro Valle, l’anno prossimo. Andateci se volete provare cos’è il riso amaro e il pianto tenero.
Maggio 12, 2006

Un ronzio fastidioso, come quello di una mosca importuna che ti gira intorno alle orecchie e non ti molla più.
Così è il canto abbozzato da Simona Ventura in Music Farm. Stonato, seccante, fuori luogo.
E la sua mimica facciale, mentre stringe il microfono sfidando lo sguardo della telecamera, è ancora più imbarazzante.
Stasera, alle 9 passate, ero a tavola con gli ultimi bocconi della cena da addentare e la tv sintonizzata su Raidue. Sapevo che da lì a pochi istanti sarebbe partita la sigla più ridicola della stagione. Simona Ventura in versione Madonna, con tanto di body e calzamaglia, che agita il sedere, sbatte la chioma a destra e sinistra, sfoggia un seno nuovo di zecca e… crede di cantare.
La mia testa ha cominciato a fare segno di no, sconsolata e incontrollabile. Come biasimarla?
Non è che la presentatrice di una sfida musicale sia costretta a cantare pure lei. Non è che una donna, per dimostrare di essere in gamba, debba cimentarsi in qualsiasi prova che esuli le sue competenze.
La smania della Ventura di rendersi protagonista assoluta, comunque e dovunque, è irritante. Non sa dove sia di casa l’umiltà.
Perché una conduttrice abile, spigliata e divertente come lei non si accontenta di fare la conduttrice, appunto?
Perché una primadonna dello spettacolo, a suo agio tra calciatori, artisti e isolani più o meno famosi ha la necessità di occupare il video continuamente?
Per provocare? Per autoironia? Per una smisurata voglia di giocare e stupire? A questo bastano le sue battute argute, la sua fisicità esplosiva, la sua sicumera.
Scherzare col pubblico non vuol dire spazientirlo o stordirlo.
Maggio 9, 2006

Non la reputo una scrittrice di talento, né un caso letterario che valga la pena di essere approfondito. Penso che sia una furba, invece. Una ragazzina con un grande fiuto commerciale, con una grande voglia di accumulare quattrini e fama, con una grandissima faccia tosta.
Il suo primo libro l’ho letto a metà, perché non si può parlare di qualcosa se prima non lo si conosce. Mi è bastato arrivare a una cinquantina di pagine per capire come sarebbe continuato e andato a finire. La scrittura e il racconto erano così ripetitivi e uguali a se stessi che andare avanti sarebbe stato un esercizio superfluo.
Che non ci sia verità, ma solo lucido calcolo, in quello che racconta, lo ammette lei stessa, nel suo blog “(…) Questa biografia è stata scritta dalla sottoscritta. Quindi non sarà una biografia né obiettiva né, tantomeno, del tutto sincera“.
Astutamente ha sfruttato il lato guardone della gente, ha stimolato le fantasie più intime di ognuno, ha montato lo scandalo, per creare rumore, interesse. Ha messo su un faccino il più possibile verosimile e ha cavalcato l’onda dell’idiozia diffusa.
Mi rammarico che abbia trovato tanti estimatori nel pubblico giovanile. Ma ho la certezza che i sostenitori di oggi si ricrederanno a breve, quando avranno qualche anno e qualche esperienza in più.
Si sa che il sesso vende… A Melissa qualcuno lo deve aver spiegato molto bene. Per lei la pornografia è un’arte suprema. “Io sono una fan della pornografia, non di certo dell’erotismo. Lo trovo subdolo, falso, pudico. La pornografia è invece l’arte vera e sincera per eccellenza, che mostra tutto senza vergogna, senza sovrastrutture”. Nemmeno Rocco Siffredi si è mai spinto così oltre.
Dire mi piace guardare film pornografici è un conto, affermare che siano forme d’arte sublimi un altro.
Non c’è autenticità nei libri di Melissa, come non c’è nella sua immagine e nel suo sguardo. Fatevi un giro nella gallery del suo sito e ammirerete una Lolita de’ noantri, con calzette autoreggenti, coscie schiuse, sguardo ammiccante… Ma non aveva detto che l’erotismo non le piaceva? Eppure la ninfetta di Nabokov era ben lontana dall’essere una pornostar.
Ho sentito dire che Melissa è fidanzata col figlio del suo editore… Che sorpresa.
Maggio 8, 2006

E pensare che non ci volevo andare a vedere lo show di Fiorello “Volevo fare il ballerino“.
Non che avessi qualcosa contro di lui, ma 40 euro da spendere, così, di primo acchito, mi parevano troppi.
Poi è successo che i biglietti me li hanno regalati. Se la mettiamo così, mi son detta…
Partiamo dalla fine. Fiorello saluta e se ne va, il pubblico comincia ad avviarsi verso le uscite e io guardo l’orologio: è mezzanotte passata. Faccio qualche calcolo mentale e capisco che sono passate 3 ore filate, piene. Non me ne ero resa conto. Tra battute, imitazioni, canzoni, gag spiazzanti e passi di danza arronzati, Fiorello ha riempito il tempo con abilità e scioltezza, senza farci rimpiangere la cena saltata.
Fuori dal palazzetto osservo le reazioni della gente ed è tutto un sorriso, uno scambio di impressioni positive, di tentativi di sciommiottare questa o quella scenetta dello spettacolo.
Saliamo nelle macchine soddisfatti, con lo spirito leggero e siamo perfino propensi a perdere mezz’ora bloccati nel traffico del parcheggio, tanto chi ci corre dietro? Possiamo occupare quei minuti raccontandoci com’è stato bravo Fiorello, e che grinta che ha, e madonna, ma non si è concesso nemmeno una pausa.
In quei frangenti in cui siamo sospesi, bloccati nelle nostre automobili, i discorsi imboccano anche binari paralleli: Allora aspettano una bambina! e Menomale che c’è stata questa donna a salvarlo e ancora E pensare che era partito col Karaoke.
Insomma, un consenso univoco.
Messa da parte l’euforia del post evento e dopo averci dormito sopra una notte intera, il mio giudizio rimane più che positivo.
La serata è stata divertente, composita, ben congegnata.
Al Fiorello cantante, comunque, preferisco l’attore.
I picchi assoluti, a mio avviso, sono stati i momenti di comicità pura: il patito di calcio e la moglie guastafeste, il ballerino frustrato che si trasforma in gru umana per sollevare e sostenere la danzatrice col tutù, l’Otello rivisitato in chiave moderna, Joaquin Cortes che molla Naomi Campbell colpevole di avergli “manomesso” i ferri del mestiere, i suoi stivaletti taccuti.
Anche il Fiorello imitatore è un bel vedere, perché riproduce non solo la voce dei personaggi famosi, ma anche la faccia, i tic, le smorfie. Quando si ingobbisce à la Cocciante o si soffoca nella nube tossica provocata dalle sue sigarette à la Camilleri è veramente gustoso.
Un bel colpo d’occhio è stato inoltre garantito dalla scenografia. Proiezioni, luci, ombre e pennellate di colore. Tutto vivace, tutto adatto al contesto.
Infine un elemento di folklore: il maestro Enrico Cremonesi, che dalle tastiere si dimenava, saltava come una molla impazzita, sbatteva la sua coda di cavallo arruffata su e giù. In più faceva la traduzione simultanea, in inglese, delle battute di Fiorello, a favore di John Turturro, seduto in prima fila ad assistere allo spettacolo.
Ah dimenticavo, tra i commenti di fine serata, intrappolati nelle nostre macchine, c’era anche questo: Ma davvero John Turturro vuole fare un film con Fiorello?
Maggio 7, 2006

La lancetta scocca le cinque e mezzo quando Cristina si appresta a inforcare i suoi occhiali “speciali”. Li ha ideati e realizzati con le sue mani, per mascherare la “cecagna” del tardo pomeriggio.
Sono rustici, fatti alla bell’e meglio. Non hanno stecchette laterali o lenti graduate, ma solo due occhi disegnati, grandi e aperti.
Più che occhiali, in effetti, sono pezzetti di carta scarabocchiati, appiccicati su lenti vere.
Fanno ridere a guardarli e pure a indossarli, ma servono al loro scopo: coprire palpebre calanti, sguardi assenti, espressioni assonnate.
Se anche in Italia esistesse il Duvet Day, questi piccoli sotterfugi da sopravvivenza alla vita d’ufficio ce li risparmieremmo. Semplicemente rimarremmo a casa per giusta causa: troppo stanchi, intontiti, assaliti da un sonno indomabile.
Il giorno del piumone serve proprio a concedere ai lavoratori il diritto di starsene a dormire quando la voglia di riposarsi è più forte di quella di prepararsi, vestirsi e uscire.
In USA vengono concessi 4 giorni all’anno, da scalare alle ferie, per ronfare di gusto.
In Inghilterra, dove il sistema è stato importato con successo, 2 da aggiungere alle vacanze.
Le aziende che hanno deciso di andare incontro all’ozio dei lavoratori sono convinte che da svegli si renda di più, e che sforzarsi di rimanere concentrati sia del tutto inutile.
A dire la verità le giornate che vorremmo dedicare al letto, piuttosto che al lavoro, sono molte di più che due o quattro nell’arco di 12 mesi. Diciamo almeno venti o quaranta. Ma chiederli, o pretenderli, vorrebbe dire approfittarsene.
Infischiarsene della sveglia, anche solo una volta all’anno, e rimanere sotto le coperte con la coscienza pulita, sarebbe liberatorio. Significherebbe tornare in ufficio, l’indomani, col sorriso sulle labbra e la testa alta, mostrarsi fieri e sicuri di sé. Poter spiegare la propria assenza con disinvoltura e la risposta pronta: “Ho assecondato la mia esigenza di sonno“.
Ben diverso l’impatto rispetto alle scuse che vanno per la maggiore: “Avevo un grosso mal di testa (o di pancia-stomaco-schiena)“, oppure: “Sono stata poco bene“, o ancora, clamorosa: “Ho avuto il ciclo…“.
Maggio 5, 2006

Quello che si è tenuto domenica 30 aprile all’Auditorium di Roma non è stato un concerto qualsiasi, ma un concertone, per diversi motivi:
1) La sala che lo ha amorevolmente ospitato era quella più importante e maestosa, la Santa Cecilia.
2) Le poltrone erano tutte occupate.
2) Gli artisti a esibirsi sul palco erano due.
3) Il calibro dei due artisti sul palco era elevato.
4) I nomi degli artisti sul palco erano Ludovico Einaudi e Paolo Fresu. Alias un pianista dalla consolidata esperienza, autore di ballate evocative che raccontano storie e atmosfere lontane, e un jazzista di fama internazionale che ama sperimentare e “giocare d’azzardo” con la sua tromba.
Non mi reputo un’esperta di pianoforte, lo cerco in pochi, intimi momenti. Non sono una fan sfegatata del jazz, lo ascolto a piccole dosi. Ma una miscela musicale ben riuscita la so riconoscere.
Einaudi e Fresu eccellono nell’arte della fascinazione, si esprimono con un linguaggio straripante di emozioni, pungolano i sensi sia con la tecnica sopraffina che con la spontanea improvvisazione.
La prima volta che ho ascoltato Onde, ho subìto una folgorazione. Einaudi mi ha stregato in ogni singola nota di quell’album incantato, pezzo dopo pezzo.
E’ passato ormai qualche anno da quel primo incontro, ma la magia è sempre viva.
Fresu l’ho conosciuto solo pochi mesi fa e la sua vivacità artistica mi ha impressionato. Sembrava che la tromba fosse un prolungamento del suo braccio, una complice fedele e remissiva. Si piegava alla sua volontà, eseguiva i suoi inaspettati ordini, ligia, senza lagnarsi.
Due fuoriclasse di tale spessore, insieme, hanno “acceso” l’Auditorium, com’era prevedibile.
Ma la loro forza poetica, il loro viaggio musicale, sentito fin nelle viscere, ha forse lasciato poco spazio al brio e alla vivacità.
La loro esibizione ha rappresentato il trionfo dell’eleganza composta, della bellezza senza sbavature, delle sonorità raffinate.
Un pizzico di verve in più, però, non avrebbe guastato.
Maggio 3, 2006

La mia poltrona è sistemata proprio al centro della mia camera. E’ ampia, confortevole, avvolgente. A seconda dei bisogni e delle eventualità può diventare un letto a una piazza e mezzo, basta aprirla e togliere i cuscini laterali. Ma questo è un uso sporadico che ne faccio.
La mia poltrona è la mia amaca domestica, la mia oasi di riposo, il mio quarto d’ora di sonno assicurato. Mi basta abbozzolarmi lì sopra, inclinare la testa a sinistra, piegare le ginocchia a mò di guscio e voilà, le palpebre si chiudono beate (e la bocca, qualche volta, si spalanca).
Non cambia il fatto che sia mattina o sera, che abbia mangiato da poco o sia a digiuno, che sia domenica o lunedì. Starmene arrotolata sulla poltrona mi toglie le forze e la voglia di rimanere sveglia.
Ai tempi dell’università, quando studiavo per un’esame importante, rimanevo seduta sulla poltrona per ore. A gambe incrociate, con il libro sulle ginocchia, ripetevo, scrivevo, sottolineavo e di tanto in tanto mi prendevo le mie pause, i miei micropisolini di un quarto d’ora. Erano talmente rigeneranti da darmi la sensazione di aver dormito a lungo. Quindici minuti così intensi e profondi da regalarmi nuove, rinnovate energie.
Mai e poi mai potrei preferire alla mia poltrona una pasticca annienta-sonno come il Modafinil: il farmaco che riduce il bisogno di dormire, regola il ritmo della veglia, sconvolge il nostro orologio biologico. Grazie a questa pillola è possibile rimanere in piedi per quarant’otto ore filate, dormire per 4-5 ore al dì e sentirsi freschi come una rosa, stare svegli due giorni interi senza avvertire la necessità di recuperare.
La Cephalon, casa produttrice del Modafinil, con sede in Pennsylvania, sostiene che il medicinale è destinato al trattamento dei disturbi del sonno, ma la verità è che molte persone “normali” ne fanno uso per rimanere svegli quando e come vogliono loro.
Sembra infatti che le vendite siano passate dai 25 milioni di dollari del 1999, anno in cui il farmaco è stato immesso sul mercato, ai 575 del 2005.
E gli effetti collaterali? A tutt’oggi non vengono paventati. Niente dipendenza, niente problemi per la salute, niente pericolosi sbalzi d’umore. Al massimo un lieve, sopportabilissimo, mal di testa.
Come se non si stesse parlando di una droga, di uno stimolante potentissimo, di una minaccia per il nostro sistema cerebrale.
E, ammesso anche che non corressimo alcun pericolo serio, l’essere attivi e reperibili 24 ore su 24, aperti no stop come un drugstore, pronti a lavorare, studiare, viaggiare senza sosta, non rappresenterebbe una prospettiva ancor più minacciosa? Di certo faremmo la fortuna di psicologi e psicanalisti vari.
Maggio 2, 2006

…il risultato è vergognoso. Fossi nei panni di uno degli “onorevoli” intervistati da Sabrina Nobile mi sotterrerei.
E’ da un po’ che mi capita di riflettere sugli enormi buchi neri della mia conoscenza. Recrimino la leggerezza degli anni del Liceo, quando studiavo forsennatamente per un’interrogazione, ma appena lo spauracchio del voto passava, abbandonavo completamente la materia.
Colpevolizzo alcuni miei professori per la scarsa propensione all’insegnamento, per la superficialità con cui ci trasmettevano le nozioni e l’assenza di viva e accesa passione in quello che facevano.
La Storia e la Filosofia rappresentano un tesoro per la crescita di ognuno, e io ne custodisco solo le briciole.
L’Arte e la Geografia sono pilastri del bagaglio culturale di una persona, ma io faccio fatica a mettere insieme pezzi di nozioni che vagano a intermittenza nel mio cervello.
E’ vero che c’è sempre tempo per rimettersi a pari, ma riuscire a conciliare questa esigenza di ripasso generale con gli impegni quotidiani è un’impresa ciclopica.
Se solo avessi compreso 10 anni fa la vera importanza dello studio, la sua funzione nobilitante per lo spirito, la sua capacità di migliorarci e renderci più consapevoli della realtà…
Eppure, nonostante le tante falle del mio bagaglio culturale, ci sono fatti e accadimenti che rimangono punti fermi nella memoria. Sono degli eventi di grandissimo valore sociale, che hanno cambiato il corso della storia e che non dimenticherò mai.
Quando ho visto e sentito i rappresentanti del Parlamento Italiano annaspare di fronte alla domanda: “Quando è avvenuta la rivoluzione francese?” o “Qual è la data della scoperta dell’America?” un moto di orrore mi ha pervaso.
Da destra a sinistra, passando per il centro, i nostri deputati hanno sparato risposte a casaccio, chiesto aiutini, tirato a indovinare. I più bravi hanno azzeccato il secolo, quelli più furbi hanno ripiegato sulle battute, quelli con un barlume di dignità personale hanno declinato le domande.
Il culmine è stato raggiunto da una parlamentare che, interrogata sul nome da papa di Ratzinger, ha abbozzato un convinto Bonifacio.
Il dubbio che il servizio delle Iene fosse “truccato” mi è venuto, ma è svanito in un attimo. Quale deputato accetterebbe di apparire come un somaro di fronte a milioni di telespettatori?
La verità è che asini lo sono sul serio, asini con il portafogli pieno zeppo e la zucca vuota.
Maggio 1, 2006

La tragica storia della frana di Ischia mi richiama alla memoria la scena finale del film “Le conseguenze dell’amore“, quando l’inerme protagonista se ne sta a penzoloni in aria, sospeso, ad aspettare che la ruspa che lo sorregge lo conduca inesorabilmente verso la sua morte, dentro una colata di fango. La sua vita finisce così, affogata in una pozza melmosa.
Ricordo di aver pensato, allora, che “andarsene” in quel modo deve essere agghiacciante.
Chissà se il papà e le tre figlie travolti dalla montagna mentre erano nella loro casa, hanno vissuto il loro ultimi attimi nella stessa lucida consapevolezza di Titta Di Gerolamo, il protagonista del film. Chissà se hanno avuto il tempo di capire quello che stava accadendo.
Mi ricordo, l’anno scorso, quando il mio ragazzo si lamentava dei continui smottamenti e delle frane che si abbattevano sull’isola durante i periodi particolarmente piovosi. Tornare a casa dopo il lavoro era diventata un’impresa ostica per lui, costretto a schivare i massi finiti per la strada e a farsi largo, con l’auto, tra buche e agglomerati rocciosi vari.
L’estate passata ho visto coi miei occhi le reti protettive ai lati delle scogliere.
«Paghiamo inerzie di decenni, anni in cui abbiamo abusato del territorio». Così il capo del Dipartimento della protezione civile Guido Bertolaso parla della frana ad Ischia su Il Corriere.
La zona colpita era a rischio di dissesto idrogeologico, ma nonostante ciò, sono almeno un paio di centinaia le case costruite lì. Per il momento i 500 abitanti dell’area sono stati evacuati. I più sono stati ospitati da amici e parenti.
E’ inutile dire che superata la fase di clamore post-disastro, tutti ritorneranno nei loro “accoglienti nidi”. Quale realistica alternativa avrebbe questa gente?
Ce l’ho davanti agli occhi il paesaggio schiacciato dal costone della montagna. I pilastri che svettano in quella zona mi hanno incuriosito sin dalla prima volta che ho messo piede a Ischia. “Cosa sono questi archi?” - avevo chiesto mentre passavamo con la macchina sotto l’imponente struttura.
Pensavo che si adattassero bene al luogo, che fossero una cornice affascinante tra il mare smisurato e la vegetazione rigogliosa circostante. Pensavo che tutto avesse un senso, e che il contesto urbano convivesse in armonia con la natura.
Ma i turisti, si sa, hanno quasi sempre gli occhi foderati di prosciutto.
Maggio 1, 2006
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