Archivio Giugno, 2006

Emozioni

Non è importante dove arrivi alla fine della corsa, ma cosa provi mentre stai correndo
- “Notte prima degli esami” (il film) -

Aggiungi un commento Giugno 29, 2006

Sulla libertà di opinione

“Non sono d’accordo con ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”.
- Voltaire-

Aggiungi un commento Giugno 26, 2006

Volver

Avvertenza: pericolo spoiler! Non mi farò il problema di svelare o non svelare, di dire o non dire il finale, lo dirò e basta. Liberi di non leggere se desiderate che la sorpresa rimanga intatta.

Scoprire, alla fine del film, che non si trattava di una storia di fantasmi e spiriti con la nostalgia di casa è stata la ciliegia sulla torta. Carmen Maura come mamma riapparsa dall’oltretomba è stata formidabile, ma mi lasciava perplessa l’idea che Volver rientrasse nella categoria del soprannaturale.
Avrebbe stonato.

E invece tutto torna. Lei non è morta, ma più che viva. E’ loquace, caustica, spiritosa. Un periodo di letargo forzato l’ha resa più coriacea e determinata, senza incupirla.
Sua figlia Sole è timida, un po’ goffa, credulona. Ha bisogno della sua compagnia e delle sue attenzioni di mamma. Ecco perché è tornata, dice.

L’altra figlia, Raimunda, è solare, espansiva, esuberante. Apparentemente non ha bisogno di nessuno: né di un uomo accanto (non ci pensa due volte a congelarlo e a sotterrarlo), né di un genitore presente (non parla mai della sua famiglia, preferisce evitare il discorso). Se la cava da sola, pensa a proteggere la figlia e a lavorare, indefessa. Però ha una bestia nel cuore che non vuole andare via. E’ per questo che sua madre è tornata, dice.

Quando le tre si riuniscono è un coro di lacrime e sentimenti che traboccano. Si accorgono di essere unite e non più fragili, insieme. Donne a tutto tondo, irruenti e tenaci, che si tengono per mano.

E gli uomini, in mezzo a tutta questo trionfo femminile? Uno, che non si vede mai, ma è il più presente di tutti, ha messo incinta sua figlia e tradito sua moglie con chiunque, anche con la sorella. Un altro, che ha perso il lavoro e la dignità, ci prova con una ragazzina di 14 anni e finisce morto ammazzato. Tutto il resto è contorno, accessorio, superfluo.

L’unico “maschio” che merita gli onori è un certo Almodovar. Penelope Cruz dovrebbe costruirgli un monumento… Nessun altro riesce a esaltare con tale maestria la sua naturale bellezza.
La macchina da presa ammicca sul suo decolleté, indugia sul suo sguardo malizioso, accompagna i suoi movimenti sapienti.
E poi la osserva mentre cucina, taglia le pietanze, serve cibo e vino a volontà. E le dedica un primo piano commosso quando canta e piange insieme.

Ma Volver non è solo Penelope. E’ un universo di tradizioni popolari, di legami profondi, di colori e sapori lontani, di terre focose e situazioni irresistibilmente surreali.

Aggiungi un commento Giugno 23, 2006

Generazione ‘76-’77-’78-’79

Oggi ho ricevuto un’e-mail che ha il sapore della nostalgia. Parla dei nati a cavallo tra gli anni ‘70 ed ‘80 (anno più, anno meno), dei momenti topici che hanno vissuto e dei fatti memorabili che hanno movimentato, e ravvivato, la loro crescita.

“E’ vero!” ho pensato mentre con lo sguardo divoravo le righe, una dopo l’altra, impaziente e desiderosa di essere pungolata ancora nei ricordi.

(…) Abbiamo pianto per Candy Candy, ci siamo innamorate dei fratelli di Georgie, abbamo riso con Spank, ballato con Heather Parisi, cantato con Cristina D’Avena e imparato la miotologia greca con Pollon.

Non si può negare il fatto che…
(…) Siamo la generazione di Crystal Ball (”con Crystal Ball ci puoi giocare”), delle sorprese del Mulino Bianco, dei mattoncini Lego, dei Puffi, i Voltrons, Magnum P.I., Holly e Benji, Mimì Ayuara, l’Incredibile Hulk, Poochie, Yattaman, Iridella, He-Man, Lamù, Ceamy, Kiss Me Licia, i Barbapapà, i Mini-Pony, le Micro-Machine, BigJim e la casa di Barbie di cartine ma con l’ascensore. La generazione che ancora si chiede se Mila e Shiro alla fine vanno insieme.

L’elenco continua, prolisso, azzeccato. Fa riferimento a quando andavamo a scuola con lo zaino senza bretelle imbottite o a quando eravamo incantati dai Visitors che si ingurgitavano i topi.

Mentre scorrevo la mail facendo segno di sì con la testa d’istinto, il cervello ha cominciato a prenderci gusto e ha tirato fuori dal cilindro altri ricordi, forse più personali, che fanno parte del passato storico di una nata nel ‘78.

Ne riporto qualcuno:
-Da bambina indossavo la gonna che “faceva la ruota”, quella ampia, lunga, che girando su me stessa si alzava tutta, come fosse un tutù.
-Il mio fermaglio preferito per capelli era un mollettone coi fiori sopra, vistoso, accecante, comico.
-Il Mars e le Girelle mi facevano venire l’acquolina in bocca.
-Mamma e papà indossavano occhiali da sole con lenti gigantesche, sfumate.
-A 12 anni non potevo uscire di casa senza spalline
-I pantaloni a “salta fosso” erano i più in voga, così come le scarpe da ginnastica Superga e le ballerine d’estate.
-Odiavo “One” di Bim bum bam.
-Cantavo a squarciagola le canzoni di Romina e Albano (sic!)
-Pure coi Ricchi e Poveri non scherzavo.
-Invidiavo la Cuccarini.
-Papà guidava la 127 e mi piaceva.
-Mio fratello collezionava tutti i robot possibili e immaginabili.
-Ho guardato la neve cadere su Roma, nel 1986, con gioia irrefrenabile e meraviglia.
- Giocavo a pallavolo col “Supertele“.
- Sentivo parlare di un certo “Colpo Grosso” che vedevano i grandi.
-Ho imparato a memoria tutte le canzoni di “Indietro Tutta“.
-A 13 anni portavo la cinta Charro, i jeans della Lee e le camicette di Balloon.
-Avevo la frangetta gonfia (tremenda!).
-Alle feste di compleanno canticchiavo con le amiche “La macchina del capo ha un buco nella gomma“.
-Andavo a scuola con l’Invicta.
-Alle comunioni si regalavano croci, medagliette, bracciali e collane da signora.
-Verdone era il più forte.
-Esistevano ancora i balli lenti, alle feste.
- Michael Jackson e Madonna erano i miei miti.
- Non mi perdevo una puntata di “Saranno Famosi“.
- A scuola imparavo le poesie a memoria.

Potrei andare avanti, il flusso dei ricordi è un’onda che cresce, impazzita. Ma più la lista si allunga, più mi rendo conto di aver abbandonato il discorso generazionale. Ho mischiato le carte in tavola, saltando avanti e indietro nel tempo in modo disordinato ed entrando e uscendo continuamente dalla mia storia privata. Che non riguarda quelli della mia età, ma solo me.
E non è che voglio condividerla proprio tutta.

4 commenti Giugno 19, 2006

Shiloh Nouvel

Rimango imbambolata di fronte alla copertina di Vanity Fair n.23. A tutta pagina, spicca la boccona di Angelina insieme con la boccuccia socchiusa della figlioletta appena nata.

Mi piace l’immagine di questa donna stratosferica, bella da mozzare il fiato, che si intenerisce per gli ultimi del mondo. E fa viaggi umanitari, adotta piccini africani, si “sbatte” per promuovere i diritti dell’infanzia.
Mi incuriosisce la sua storia personale, segnata dalla rottura col padre, l’attore Jon Voight e da un’adolescenza ribelle e travagliata.
Mi fa paura la sua passata mania di tagliarsi il corpo per procurarsi ferite, provare dolore e sensazioni forti.
Mi fanno rabbia le sue labbra gonfie. Sono sempre stata convinta che fossero rifatte, ma ultimamente mi sto ricredendo… Le foto che la ritraggono adolescente parlano chiaro: la bocca turgida già c’era, tonda e morbida come adesso.

Mi affascina la determinazione e la forza di Angelina, una donnona che ha fatto successo pur rifiutando il cognome importante del papà e che si è tatuata il corpo con draghi, messaggi in codice, dichiarazioni d’amore agli uomini che hanno contato nella sua vita.

Ma il vero motivo che mi fa allargare il cuore, di fronte alla visione di mamma e figlia attorcigliate, è un altro…
Ha un nome di 4 lettere e un divorzio convulso alle spalle. Ha occhi celesti e piccole rughe tutte intorno.
È Brad Pitt la ragione della mia viva partecipazione all’evento.
È la sua apparizione, 16 anni fa, in “Thelma & Louise”, con il cappello da cowboy e lo sguardo insolente.
È il suo essere la mia prima e unica cotta immaginaria, consapevolmente irrealizzabile, testardamente resistita allo scorrere del tempo.

Saperlo papà mi rallegra. La sua esistenza, di qui in avanti, sarà ancora più piena, densa di significati, punteggiata da momenti unici.

Nel servizio di Vanity Fair, in copertina, ci sono madre e figlia, incantevoli. Ma a pagina 40 c’è un papà emozionato che tiene la sua piccolina stretta sul palmo della mano, con delicatezza, e la osserva con lo sguardo innamorato.

Auguri al mio idolo di bambina, alla sua famiglia allargata, alla sua compagna spaziale. Auguri perché quello che sembra, sia quello che è, veramente.

4 commenti Giugno 15, 2006

Il Palio del Saracino

L’aria era tersa, la temparatura troppo bassa per i miei gusti. Diamine, è metà giugno, è ora di dire addio a giubbini e sciarpette, o no?.
C’era un venticello pungente, dispettoso, che soffiava implacabile sulle nostre teste. Ma costi quel che costi alla cena all’aperto non avremmo rinunciato.

Abbiamo guidato fino fuori città, addentrandoci in un paesino in festa, per assaporare piatti di riminescenza medievale e immergerci in un’atmosfera bollicina…

Prima della grande abbuffata abbiamo camminato nei dintorni con occhi ed orecchie allerta. Flotte umane esultanti e rumorose sarebbero dovute apparire, vorticose, sbucando da ogni angolo e anfratto. Ci avevano raccontato che l’affluenza a Nepi, durante il”Palio del Saracino“, è alta, invadente, esuberante.
Invece, vuoi per un caso fortuito o perché siamo incappati nell’annata sbagliata, di gente in giro non ne abbiamo incontrata granché.

Zigzagando su e giù lungo i vicoletti e le aree allestite secondo la tradizione medievale, i nostri stomaci hanno cominciato a mugolare inducendoci a interrompere la perlustrazione della zona e a cercare un posto per mangiare.

La scelta è ricaduta su una taverna accogliente e cosparsa di profumi caserecci. Seduti stretti stretti intorno a panche di legno, serviti da camerieri in abiti giullareschi, abbiamo aperto le fauci, ingordi.
Il menu era succulento: antipasto di montagna-pasta-carne-dolcetti, ma soprattutto vino. Rosso, della casa, romanella, frizzantino.

In questi casi accade spesso che un bicchiere tira l’altro e ti ritrovi a ridere sguaiato, senza capire il perché, ridi e basta.

Nei tavoli circostanti l’alcol aveva da tempo mietuto le sue vittime. Combriccole di ragazzi con i boccali pieni intonavano canti da festa studentesca e si sfidavano a chi beveva di più o più in fretta. Il gioco che andava per la maggiore era una specie di indianata che consisteva nel passarsi velocemente il bicchierone traboccante, ripetendo a voce alta un ritornello:“Filomè, Filomè, voglio stare insieme a te, sul sofà, sul sofà con lo zigo, zigo zà”.
Ogni errore veniva punito. Ma la punizione in realtà era un gradito premio per i partecipanti: una decisa “tracannata”.

Col trascorrere della serata mi sentivo sempre più immersa nell’informalità di quella riunione mangereccia, “caciarona” e tipicamente italian style.
Fino a che, dal fondo della taverna, è emerso un quartetto di musicisti-ballerini che italiano non era. Pelle scura come la pece, denti abbaglianti, treccine sgarrupate e abiti fluo.
Non proprio il classico popolo nepesino…

Coi volti distesi e la voglia di entusiasmarsi hanno creato un circoletto e si sono esibiti. Uno suonava uno strumento formidabile, simile a un’arpa in miniatura, con corde da pizzicare e legni da maneggiare. Non ne conosco il nome, ma ne ho percepito tutta l’intensità. Altri due giocavano con le percussioni, tracciando percorsi sonori tribali, evocativi di riti lontani, primitivi. Il quarto, al centro del cerchio, ballava. Alto, aggraziato, flessuoso, coordinato. Una forza della natura che zompettava, allargava le braccia a mò di aquila, piegava le ginocchia a un ritmo sempre più crescente.

Manco a dirlo i quattro sconosciuti sono diventati le star della serata. Tutto intorno, le persone che fino a poco prima si erano dedicate con solerzia alla beatificazione del cibo e delle bevande, hanno deposto calici e posate per assistere allo spettacolo imprevisto.

Clap clap come sottofondo e piedi che battono il ritmo. Questo l’epilogo di una nottata che, da fredda e spigolosa, si è trasformata in straordianario tepore equatoriale.

Aggiungi un commento Giugno 12, 2006

Consigli

Il consiglio è ciò che chiediamo quando conosciamo già la risposta ma desidereremmo non conoscerla“.
- Erica Jong -

Aggiungi un commento Giugno 12, 2006

A spasso col materasso

In macchina se ne vedono di tutti i colori. Soprattutto di notte quando, liberi dagli intoppi diurni alias ingorghi sovrumani e code da guiness - gli autisti si scatenano e si prendono licenze al di fuori di ogni limite.
Così se ne va a quel paese il rispetto per le più basilari norme civiche e stradali e l’acceleratore affonda, le traiettorie diventano ellittiche, i sorpassi tremebondi. Sembra che tutta l’insofferenza degli automobilisti, maturata di giorno per colpa del traffico, esploda violentemente dopo le dieci di sera e le vetture impazzite si prendano la loro rivincita.
Al diavolo semafori rossi e divieti di transito, chissenefrega degli autovelox e dei centri abitati, tutto è lecito quando l’asfalto assomiglia a una lunga corsia sgombra.

Ci sono abituata alle quattroruote anarchiche al chiaro di luna e le combatto come posso: occhi aperti e piede pronto alla brusca frenata.
Ma oggi la bizzarria al volante è accaduta in pieno giorno, sotto il solleone. Di fronte a me una vettura risalente ad epoca incerta (30-40 anni fa?) procedeva all’intollerabile velocità di 50 km/h e trasportava, sopra il tettino, un materasso a due piazze.
Il fatto più strampalato non era tanto il cosa veniva scarrozzato (Napoli docet), ma il come.

Dal finestrino del guidatore sbucava un braccio nerboruto che sosteneva un lembo del materasso. L’uomo era obbligato a tenere una mano a mo’ di gancio sul trapunto, per non farlo scivolare via, e l’altra sul volante. Non chiedetemi come facesse a cambiare marcia perché non ne ho idea…
Con le quattro freccie lampeggianti e un’andatura da lombrico intralciava la carreggiata con nonchalance.
Possibile che non si sia sentito ingombrante, pericoloso e comico, così combinato in mezzo alla strada?

Al momento, scontato, del sorpasso ho lanciato un’occhiata interdetta nell’abitacolo. Mi aspettavo di visualizzare un omaccione corpulento, dai modi spicci, anche un po’ peloso, invece mi è apparso davanti un signore alquanto anonimo, in là con gli anni, in visibile difficoltà.

“Poveraccio” - ho pensato - “forse è stato appena cacciato fuori di casa dalla moglie che, implacabile, gli ha tirato addosso pure il talamo coniugale…

5 commenti Giugno 10, 2006

Cambiamenti

E’ stata una sensazione strana vedere che da un giorno all’altro i ruoli e le gerarchie erano cambiate. Ieri tutte colleghe, indistintamente, oggi una di noi qualcosa in più, o comunque di diverso.
Ieri tutte a lamentarsi, con il medesimo scopo, oggi tutte a lamentarsi, ma con un fine differente. Una di noi è diventata la vice del responsabile.
Ieri l’annuncio, a mezza bocca, oggi il cambiamento di postazione. Ieri accanto a me, sulla sinistra, oggi dietro, in un’altra scrivania. Distaccata, si capisce.
Si ride, si scherza, si gioca, come sempre. Ma qualcosa è cambiato a lavoro, si avverte nell’aria. Speriamo che sia in meglio.

Fino a qualche anno fa eravamo inseparabili. Avvertivamo il bisogno urgente di tenerci in contatto, di condividere tutto, di ridere a crepapelle attaccate alla cornetta del telefono o sprofondate nel divanetto di un pub. Cinque amiche amiche. Lo siamo diventate dopo il liceo. Durante eravamo solo compagne di classe. Passato il periodo delle interrogazioni e delle pagelle è avvenuta la “fusione”, l’aggrovigliarsi di vite.

Cinque caratteri opposti: una emotiva, una seria, una indipendente, una perennemente fidanzata, una arrabbiata col genere maschile. Lontane anche nell’aspetto: una mora liscia, una mora riccia, una castana ondulata, una bionda alta, una bionda bassa.
Ricordo il giorno in cui è stata sollevata una questione scottante: “Chi sarà la prima di noi a sposarsi?”. Il toto scommesse ci aveva appassionate, ognuna aveva azzardato la sua previsione, perlopiù strampalata. Ma l’ipotesi di mettere su famiglia era così remota che il discorso era passato dal serio al faceto in un soffio.
Oggi l’argomento, invece, è tornato alla ribalta.

Siamo cresciute e cambiate. Noi, le nostre vite, i nostri rapporti. Adesso siamo cinque amiche, senza ripetizione. Vicine nel bisogno, nei compleanni, negli icontri una volta ogni tanto.
Ci siamo l’una per l’altra, ma anche per tutto il resto. Era prevedibile, ma un tempo non lo prevedevamo affatto.

Quando ci sei, dentro al cambiamento, ti spaventa. Figuriamoci se sei nel bel mezzo di due, importanti. Ora che ci penso bene sono quasi tre… Il fatto che diventerò zia, tra un mese, è però uno di quei cambiamenti che ci volevano.

2 commenti Giugno 7, 2006

Il codice Da Vinci

D’accordo, non sarà un’opera da antologia, né un kolossal da annoverare negli almanacchi cinematografici, ma la critica è andata giù pesante con “Il codice Da Vinci“.
Tra i commenti più “umani” che mi è capitato di trovare qua e là per la Rete: “(…) film mediocre” “(…) un thriller come decine d´altri” “(…) una pellicolona complessa e un po’ macchinosa” ecc. E, tra i più sferzanti: “(…) una farsa involontaria, solo l’arrivo della parola fine lo salva dal totale disatro” o ancora “(…) E’ pessimo quasi quanto il libro“.

Mi chiedo se questi giudici intransigenti abbiano letto con attenzione il romanzo di Dan Brown
In fondo la versione cinematografica mi è parsa piuttosto fedele agli scritti.
Era impensabile che riuscisse a generare lo stesso spaesamento, la stessa tensione emotiva del libro. Innanzitutto perché, due anni fa, come lettori, non ci aspettavamo l’insinuazione di una tesi così provocatoria e un epilogo così sconvolgente. La sorpresa è stata enorme ed enormemente spropositata la reazione del pubblico.

Ricordo che se ne sono “sparate” tante, e grosse, a quel tempo. “Il Codice Da Vinci” veniva descritto come il libro-verità, il racconto più scioccante del secolo, l’opera più coraggiosa e ardita che si fosse mai realizzata.
Io, che ero in preda alla mia fase “English, solo English, English e basta” l’ho letto in lingua originale e l’ho trovato scorrevole, interessante, acuto. Un thriller sapientemente costruito intorno a un tema caldo, scottante. Una caccia al tesoro intrigante e furbescamente orchestrata. Lungi da me l’idea di elevarlo a capolavoro della letteratura o a vade mecum spirituale.

Tutto intorno, invece, fuochi d’artificio, proselitismo, epopee e, sul versante opposto: accuse di blasfemia, polemiche accese, cause giudiziali. Un polverone, insomma.
Dan Brown ha provocato un tumulto universale, riuscendo a realizzare il sogno di qualsiasi scrittore o aspirante tale: fare leva nel cuore di milioni di persone.

Ron Horward ha dovuto riportare su celluloide il testo più controverso degli ultimi decenni e non si trattava di un compito da pivello. Vuoi mettere il carico di responsabilità, l’attesa spasmodica di milioni di donne, uomini, ragazzi, vecchi che da mesi facevano il conto alla rovescia per l’uscita del film? Sfido chiunque a non deludere le aspettative in una circostanza del genere.

Poteva metterci più anima, concordo, poteva rendere i dialoghi più incalzanti, è vero, ma non va demolito. E se alla fine si scopre che la Maddalena ha una discendente esile come un fuscello e con un improbabile accento francese, la colpa non è sua…
Secondo me un 6 e mezzo l’ex roscietto di “Happy Days” se lo merita.

P.S. Se cercavate, tra queste righe, una descrizione della trama o un’analisi dettagliata delle scene, spiacente di avervi deluso. Vedete? Chi si aspetta qualcosa rimane sempre fregato…

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