Consigli Shiloh Nouvel

Il Palio del Saracino

12 Giugno, 2006

L’aria era tersa, la temparatura troppo bassa per i miei gusti. Diamine, è metà giugno, è ora di dire addio a giubbini e sciarpette, o no?.
C’era un venticello pungente, dispettoso, che soffiava implacabile sulle nostre teste. Ma costi quel che costi alla cena all’aperto non avremmo rinunciato.

Abbiamo guidato fino fuori città, addentrandoci in un paesino in festa, per assaporare piatti di riminescenza medievale e immergerci in un’atmosfera bollicina…

Prima della grande abbuffata abbiamo camminato nei dintorni con occhi ed orecchie allerta. Flotte umane esultanti e rumorose sarebbero dovute apparire, vorticose, sbucando da ogni angolo e anfratto. Ci avevano raccontato che l’affluenza a Nepi, durante il”Palio del Saracino“, è alta, invadente, esuberante.
Invece, vuoi per un caso fortuito o perché siamo incappati nell’annata sbagliata, di gente in giro non ne abbiamo incontrata granché.

Zigzagando su e giù lungo i vicoletti e le aree allestite secondo la tradizione medievale, i nostri stomaci hanno cominciato a mugolare inducendoci a interrompere la perlustrazione della zona e a cercare un posto per mangiare.

La scelta è ricaduta su una taverna accogliente e cosparsa di profumi caserecci. Seduti stretti stretti intorno a panche di legno, serviti da camerieri in abiti giullareschi, abbiamo aperto le fauci, ingordi.
Il menu era succulento: antipasto di montagna-pasta-carne-dolcetti, ma soprattutto vino. Rosso, della casa, romanella, frizzantino.

In questi casi accade spesso che un bicchiere tira l’altro e ti ritrovi a ridere sguaiato, senza capire il perché, ridi e basta.

Nei tavoli circostanti l’alcol aveva da tempo mietuto le sue vittime. Combriccole di ragazzi con i boccali pieni intonavano canti da festa studentesca e si sfidavano a chi beveva di più o più in fretta. Il gioco che andava per la maggiore era una specie di indianata che consisteva nel passarsi velocemente il bicchierone traboccante, ripetendo a voce alta un ritornello:“Filomè, Filomè, voglio stare insieme a te, sul sofà, sul sofà con lo zigo, zigo zà”.
Ogni errore veniva punito. Ma la punizione in realtà era un gradito premio per i partecipanti: una decisa “tracannata”.

Col trascorrere della serata mi sentivo sempre più immersa nell’informalità di quella riunione mangereccia, “caciarona” e tipicamente italian style.
Fino a che, dal fondo della taverna, è emerso un quartetto di musicisti-ballerini che italiano non era. Pelle scura come la pece, denti abbaglianti, treccine sgarrupate e abiti fluo.
Non proprio il classico popolo nepesino…

Coi volti distesi e la voglia di entusiasmarsi hanno creato un circoletto e si sono esibiti. Uno suonava uno strumento formidabile, simile a un’arpa in miniatura, con corde da pizzicare e legni da maneggiare. Non ne conosco il nome, ma ne ho percepito tutta l’intensità. Altri due giocavano con le percussioni, tracciando percorsi sonori tribali, evocativi di riti lontani, primitivi. Il quarto, al centro del cerchio, ballava. Alto, aggraziato, flessuoso, coordinato. Una forza della natura che zompettava, allargava le braccia a mò di aquila, piegava le ginocchia a un ritmo sempre più crescente.

Manco a dirlo i quattro sconosciuti sono diventati le star della serata. Tutto intorno, le persone che fino a poco prima si erano dedicate con solerzia alla beatificazione del cibo e delle bevande, hanno deposto calici e posate per assistere allo spettacolo imprevisto.

Clap clap come sottofondo e piedi che battono il ritmo. Questo l’epilogo di una nottata che, da fredda e spigolosa, si è trasformata in straordianario tepore equatoriale.

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1 Commento Aggiungi il tuo

  • 1. pier paolo  |  1 Febbraio, 2009 alle 22:56

    scusi ..srei curioso di sapere da quale tavarne..vi siete soffermati …grazie

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