Archivio Luglio, 2006

Gestire uno spazio online personale, che giorno dopo giorno rappresenti lo specchio fedele di te stesso, non è facile.
Ogni post è un pezzetto della tua vita, che deve incastrarsi con tutti gli altri e formare il mosaico della tua essenza. Ogni categoria inserita è il tornasole dei tuoi interessi, e l’ordine in cui appaiono indica la scaletta delle tue priorità.
Le parole che sgorgano fluide dalle tue viscere e si riversano libere sulla Rete, esprimono il tuo modo di vedere la realtà. Ma a volte possono trasformarsi in boomerang taglienti, se non si sta attenti.
E già, perchè è vero che in un blog uno può scrivere quello che gli pare, ma fino a un certo punto. Non è come tenere un diario segreto sotto il cuscino…
Quanti sono gli argomenti che si arrestano proprio lì, sulla punta della lingua? E quanti i pensieri che rimangono inespressi, chiusi ermeticamente nella mia testa?
Se voglio che gli altri mi leggano senza conseguenze deleterie, devo bloccare le dita, non posso farle scivolare sulla tastiera troppo istintivamente. Comporrebbero frasi audaci, si lancerebbero in discorsi sconvenienti.
Aivoglia agli sfoghi che leggereste da queste parti se smettessi di tenerli sottochiave. Riguarderebbero temi scottanti e trasversali, dagli affetti, al lavoro, ai rapporti con le persone, ai posti frequentati… Ce ne sarebbero di cosa da dire, di cotte e di crude. E, sono certa, si aprirebbero dibattiti fiume, infuocati, botta e risposta al vetriolo. Altro che 1 o 2 commenti striminziti come ora…
Ma quando mi ritrovo seduta di fronte al monitor, con la tastiera che, avida, aspetta le mie mosse, il buonsenso si mette in mezzo e frena ogni impulso chiacchierino. Come potrei raccontare veramente quello che mi è successo a lavoro? O spiegare per filo e per segno ciò che, tra colleghi, ci bisbigliamo davanti al distributore automatico durante la pausa caffè?
Mi piacerebbe descrivere gli accadimenti nel dettaglio e rivelare fatti e misfatti quotidiani, ma sarebbe un suicidio…
I primi giorni di nascita del mio blog, un po’ di mesi fa, fremevo all’idea di farlo conoscere a tutti. Ho inviato e-mail ai miei amici affinché andassero a vederlo, ho esortato i conoscenti a cercarlo su Internet, ho sparso la voce persino tra gli sconosciuti. Così adesso, ogni volta che scrivo, una schiera di giudici intransigenti esamina e soppesa i miei interventi.
Se mi lamento di mamma o papà, un folto gruppetto di parenti e amici può fare la spia. Se me la prendo con un collega o il capo, il mobbing è in agguato, se borbotto per una giornata storta col mio ragazzo, una furiosa lite è scontata.
Quando ho sentito la notizia della ragazza francese licenziata perchè il suo blog non era piaciuto all’azienda, ho capito che le mie preoccupazioni sono fondate.
E’ un peccato doversi trattenere, ma è meglio che finire senza lavoro, amiche o fidanzato.
Luglio 30, 2006

Era il 17 gennaio quando Myke mi suggeriva, sul mio blog, di guardare questo film. Essendo rimasta folgorata da “Le conseguenze dell’amore”, dovevo necessariamente gettarmi a capofitto su “L’uomo in più“, la pellicola precedente di Paolo Sorrentino.
Così ho fatto ieri. E ringrazio Myke per il consiglio.
Ultimamente ho una predilezione per le trame cupe, quelle che raccontano i fatti con crudezza e te li “spiattellano” in faccia senza mezze misure. I personaggi devastati interiormente mi rapiscono…
Antonio Pisapia 1 è tanto cinico e privo di scrupoli quanto solo e disperato. Fa il cantante, sniffa, è arrogante, tradisce la moglie, ha quattrini da sperperare.
Antonio Pisapia 2 ha una mania incurabile per il pallone, gioca a calcio, è riservato e diffidente, sogna di allenare.
Entrambi sono cocciuti e incapaci di guardare più in là del loro naso.
Antonio 1 è strafottente anche quando finisce in prigione per abuso su minore. Ci è abituato a stare dietro alle sbarre. Il suo ego si sgonfia solo quando si accorge che la sua carriera sta andando in malora.
Antonio 2 è depresso e stordito sempre, sia prima sia dopo l’infortunio che lo costringe ad appendere al chiodo gli scarpini. Solo un evento potrebbe fargli tornare il sorriso e la fiducia: diventare CT. E’ certo di avere la stoffa per sedere su una panchina, perché ha ideato uno schema innovativo e geniale, il cosiddetto Uomo in più.
Per sua sfortuna nessuno crede in lui e nella sua idea rivoluzionaria.
I due avrebbero bisogno di approvazione e consensi per riemergere, ma l’indifferenza e lo scetticismo generale sembrano ostacoli invalicabili.
Antonio 2 perde la testa, si arrende e si conficca un proiettile nel cervello. Era quello più fragile.
Antonio 1 prima si fa giustizia da solo, poi si ritrova a intrattenere e rifocillare i suoi nuovi compagni di galera. Era quello con la scorza più dura.
Nel mezzo della storia, insinuato di tanto in tanto, c’è il legame oscuro che lega i Pisapia. Sono fratelli, parenti, amici? Le loro esistenze si incrociano, accavallano, dissolvono l’una nell’altra. Quando si intuisce la verità si tira un sospiro di sollievo: il rischio di finale col botto, tipo Carrambata, è scongiurato.
Un’ultima considerazione: la regia di Sorrentino è sperimentale, coraggiosa, fuori dall’ordinario. Segue i personaggi da vicino e ne riporta umori e languori. Per alcuni versi risulta poco scorrevole e dinamica, ma ha la forza della suggestione.
Un’ultimissima considerazione: Tony Servillo è superbo. Il suo Antonio è come deve essere: assolutamente laido, indecente, repellente. Recupera un po’ di dignità nei minuti conclusivi e finisce che ci sta pure un po’ simpatico. Da non crederci.
Luglio 24, 2006
Chissà a cosa pensi quando mi guardi così, stralunato. E chissà se mi vedi veramente. Si dice che gli occhi dei neonati riescano a percepire solo le ombre, i contorni sfumati delle persone e delle cose.
Quando sei nato, 7 giorni fa, io non c’ero. Hai scelto di venire alla luce proprio mentre mi trovavo a 200 km di distanza e non potevo raggiungerti. Hai fatto in fretta a uscire dalla pancia, appena 5 ore di travaglio e poi il tuo grido di stanchezza e liberazione ha spezzato la tranquillità della notte.
Non credo a mio fratello quando afferma di averti scambiato per un alieno l’attimo in cui hai fatto capolino e varcato la fatidica soglia dell’al di qua. Eri solo affaticato e spaventato per il trambusto.
Da quando hai abbandonato la culla tiepida e confortevole del ventre materno hai un gran sonno e una fame da leone. Loredana è paziente e ti accontenta sempre, giorno, sera, notte, alba e tramonto. Tu chiedi e lei ti dà. Sei tu il “capo” adesso, approfittane. Hai ancora qualche mese di leadership garantita.
Se la poppata non ti soddisfa fai una smorfietta stizzita, poi cacci l’urlo più convincente della storia e zac, la “tettarella” è di nuovo tua.
Tenerti in braccio è stato strano. Tu scriccioletto impaurito, io goffa e tremolante. Ma quanto è dolce il tuo sguardo da vicino… e la boccuccia disegnata con la matita, la manina che appoggi sotto il mento per stare più comodo. Ogni porzione di te, a distanza ravvicinata, mi fa perdere il senno.
Quando cadi nel sonno profondo dei bambini la tua mente si trastulla. Me ne accorgo perché sorridi, distendi il volto, lasci le gambe a penzoloni. Chissa se sogni ancora il guscio caldo e avvolgente che ti ha protetto per 9 mesi o se invece immagini il futuro, in questo posto spaventoso e meraviglioso chiamato Terra.
Che mistero che sono quelle risate private che ti lasci sfuggire…
Non faccio che accarezzare la tua pelle di velluto e stupirmi per quanto è delicata, sottile, perfettamente levigata. Non smetto di baciarti la nuca, di parlare con te e osservarti con incredulità.
Che zia rammollita ti è capitata, ha persino timore di sollevarti dalla culla e svegliarti. Ma devi capirla, sei il suo primo nipotino e lei non vedeva l’ora di incontrarti.
Adesso falla sfogare e scattare le sue innumerevoli foto con il telefonino. Se ogni tanto ti scappa la linguaccia fuori che vuoi che sia…
D’ora in avanti, con lei, l’avrai vinta sempre tu (o quasi).
Luglio 20, 2006

Riporto di seguito il mio articolo pubblicato sul bimestrale la Palestra di luglio-agosto.
Consigli per gestori di palestre con l’incubo della pausa estiva.
Luglio, agosto, ma anche la fine di giugno e l’inizio di settembre possono essere periodi a rischio per il popolo della palestra. Rischio di assenteismo, svogliatezza, pigrizia. Persino la cerchia dei fedelissimi, presenti all’appello 7 giorni su 7 durante il resto dell’anno, allenta il tiro e comincia a mancare la domenica per la tintarella, il sabato per il relax, il venerdì sera per godersi passeggiate e cene al chiaro di luna.
L’estate, il caldo, le giornate che si allungano, fanno gola a tutti e il pensiero di chiudersi dentro le quattro mura della palestra e perdersi tutto il divertimento che c’è fuori è inammissibile.
Per fortuna, per i gestori dei centri sportivi, esistono anche i pentiti dei bagordi invernali, coloro che si iscrivono in palestra a partire da maggio con l’intenzione di perdere i chili accumulati nei mesi freddi. Quelli che hanno rimandato il più a lungo possibile l’esercizio fisico e che si ritrovano a compiere dei veri e propri salti mortali in extremis. La loro è una lotta contro il tempo, perché nel giro di poche settimane si pongono l’obiettivo (irrealistico) di recuperare forma fisica, tonicità, addominali e fianchi piatti.
Da un lato, quindi, gli abituali clienti cominciano a perdere colpi e a disertare sempre più spesso lezioni e sessioni di allenamento, dall’altro, i nuovi avventori si sottopongono a sedute di esercizio massacranti e asfissianti, nella speranza di rimettersi in sesto.
Per evitare l’abbandono in massa delle sale o il loro affollamento improvviso, ma effimero come un fuoco di paglia, i proprietari dei centri sportivi devono studiare una strategia ad hoc, che si basi sull’offerta di qualcosa in più, di allettante, a cui risulti difficile, se non impossibile, rinunciare, anche ad agosto.
Solo chi considera la palestra un luogo di interazione, di scambio reciproco, di relazioni umane, oltre che di allenamento e sudore, ha il piacere di frequentarla quotidianamente, a prescindere dalla stagione. Solo chi associa il momento dell’attività fisica al relax mentale, al benessere psichico, alla possibilità di condividere con un gruppo unito le proprie esperienze, attribuisce alla palestra un’ importanza fondamentale.
Un conto è pensare di dover affrontare un’ora e mezza di spossanti esercizi e sforzi disumani da soli, nel generale menefreghismo, un conto è la consapevolezza di poter scambiare qualche parola con persone amichevoli e di poter stringere legami che vanno al di là dell’ambito bodybuilding o cardiofitness.
Cosa c’entrano - direte voi - i proprietari delle palestre, con i rapporti e le relazioni che si vengono a creare al loro interno? In che misura i gestori possono intervenire per sviluppare un ambiente sociale stimolante, partecipe e vivo?
I titolari dovrebbero, tanto per cominciare, dare il buon esempio. Dovrebbero essere presenti e partecipi alla vita del centro sportivo, non personaggi invisibili, avvolti da un alone di mistero. Dovrebbero conoscere le problematiche degli iscritti, prenderle a cuore e cercare di risolverle nel breve periodo. Una palestra in cui anche l’ultimo dei soci viene accolto da un sorriso e dalla stretta di mano aperta e sincera del “capo” esprime un senso di familiarità e calore umano.
Insieme con il proprietario, anche tutti coloro che lavorano per lui, a vario titolo, hanno l’obbligo di mostrarsi sempre disponibili e interessati nei confronti dei clienti. Dalle segretarie, alla reception, ai ragazzi che servono dietro il bancone del bar, fino agli istruttori, tutti. Si dovrebbe respirare un’atmosfera serena, gioviale, accomodante, a partire dalla hall fino allo spogliatoio. Non solo quando gli abbonamenti stanno per scadere o si devono “accaparrare” nuovi iscritti, ma anche e soprattutto nei momenti di calma apparente, quando le acque sono tranquille.
Un fattore che favorisce la socializzazione all’interno delle palestre è l’organizzazione periodica di eventi e occasioni di incontro, al di fuori degli orari di allenamento. Cene con gli istruttori e gli altri iscritti, feste legate a giorni o ricorrenze particolari, uscite di gruppo per partecipare a corsi di aggiornamento o master class. Deve essere la palestra a promuovere e diffondere la notizia dell’evento, cercando di coinvolgere più gente possibile. Una buona tecnica potrebbe essere quella di appendere in bacheca tutte le informazioni utili, fornendo anche i numeri di telefono e i nomi degli organizzatori a cui è possibile rivolgersi.
In questo modo la comunicazione diventerebbe universale e accessibile a tutti, non solo a gruppetti chiusi, già formati e poco propensi ad aprirsi all’esterno. Quante volte capita di essere tagliati fuori da occasioni di incontro e socializzazione perché nessuno si è preoccupato di avvisarci?
La stessa palestra dovrebbe preoccuparsi di promuovere al suo interno serate divertenti, aperitivi sfiziosi, giornate speciali.
Un’idea concreta? La festa di fine anno, pochi giorni prima della chiusura estiva. Sarebbe l’occasione ideale per salutarsi, scambiarsi gli auguri di buone vacanze, promettersi di rivedersi all’apertura più riposati e motivati che mai, e mettere qualche pulce nell’orecchio dei clienti: sconti a chi confermerà la propria iscrizione entro i primi di settembre, regalini per chi si presenterà con un amico, agevolazioni e vantaggi per i clienti più fedeli.
Tra una risata e un brindisi è più facile strappare un sì…
Luglio 19, 2006

Forse dipende dal fatto che nell’agosto del 2001 mi trovavo sul tetto delle Twin Towers, come turista estasiata, oppure dai tre mesi vissuti a New York che mi hanno fatto conoscere Manhattan, e la sua gente, da vicino.
Non lo so quale sia il motivo scatenante, ma il punto è che ogni volta che penso all’11 settembre 2001 mi vengono i brividi. Succede quando rivedo i filmati della tragedia, quando ricordo le immagini degli aerei che trafiggevano le torri, quando ricostruisco nella mente, nitide come non mai, le scene delle persone che si lanciavano nelle fiamme, catapultandosi fuori dai grattacieli verso una morte certa.
Tuttavia raramente mi sono soffermata sul quarto aereo dirottato durante la giornata infernale. Quello che non ha centrato il suo obiettivo, la Casa Bianca, e si è invece andato a schiantare nelle campagne della Pennsylvania.
United 93 racconta di come 40 passeggeri, consapevoli del loro tragico destino, abbiano deciso di mandare a monte i piani dei terroristi. Pur sapendo che il loro intervento non li avrebbe salvati, hanno scelto di non starsene a guardare e di cambiare il corso degli eventi.
Il film, diretto da Paul Greengrass, è diverso da come credevo. Assomiglia a un documentario, al fedele reportage di una mattinata assurda, senza senso.
Il primo tempo è quasi interamente girato nei centri di controllo e di difesa americana, dove donne e uomini dalle spalle larghe e gli occhi puntati sui terminali tengono a bada migliaia di aeroplani in volo.
Ma quel giorno nessuno era preparato a controbattere le mosse nemiche e ad evitare il collasso.
L’impensabile è avvenuto tra lo sbigottimento generale.
Il secondo tempo è la storia dello United 93, delle hostess terrorizzate ma tenaci, dei piloti fatti fuori, dei terroristi votati al suicidio, di tutte le persone che hanno dovuto metabolizzare l’idea di morire schiantati.
Assistendo agli attimi conclusivi, quando risulta chiaro che tutto è irrimediabilmente perduto, viene spontaneo pensare: Che cosa avrei fatto io in quella situazione?- Come avrei reagito a una morte certa? - Avrei telefonato ai miei cari per dire loro addio?
E la tensione drammatica si eleva, la tristezza si fa cupa, la desolazione schiacciante.
Gli ultimi istanti del film sono un vortice che disorienta. Il cuore va giù in picchiata insieme all’aereo.
Sin dall’inizio sapevo come sarebbe andata a finire, ma questo non mi ha risparmiato la sofferenza, anzi.
Di colpo mi sono ricordata i telegiornali che raccontavano di passeggeri coraggiosi, che avevano deviato la rotta dello United 93, e i cronisti che parlavano di telefonate di addio, di messaggi lasciati in segreteria, di dichiarazioni d’amore strozzate.
I ricordi sono stati così vividi che, al momento in cui me la sono trovata davanti, quella gente coraggiosa, ho sentito lacrime calde scorrermi sulle guance.
Luglio 13, 2006
VANNI - “La foglia da staccare è sempre quella più vicina all’apice, lì il veleno è più concentrato”.
SIBILLA - “Io non credo di poterlo fare”.
VANNI - “Sarà un’agonìa lunga e terribile. Mi riempiranno di sonde e di tubi nel naso, in gola, nel ventre. Sarò nutrito artificialmente, anche col succo d’ananas che non mi è mai piaciuto. Capirò tutto ma non potrò parlare. E questa è la cosa peggiore perché non potrò oppormi alla violenza dei dottori. Dalla rabbia mi metterò a piangere e il primario dirà congiuntivite, così cinque volte al giorno mi metteranno un collirio che mi brucerà da morire. Subito dopo perderò l’udito. Comincerò a vagare in un limbo silenzioso, pieno di trafitture e di angoscia, cercando di decifrare il movimento di tutte quelle labbra che incombono su di me, ma come tu sai i medici parlano ostrogoto. Poi perderò anche la vista e allora il povero vegetale pieno di linfa inespressa comincerà a entrare in quel mistero di cui parlavi, e mia sorella darà la mancia all’infermiere che mi pulisce tutte le mattine. Poi smetteranno di guardarmi, guarderanno solo la macchina alla quale sarò collegato, per capire se il mio cuore, i miei reni e il mio fegato stanno reggendo alle terapie. Si sentiranno molti bip in quella stanza, e a ogni bip corrisponderà un impulso meccanico atto a infondermi energia vitale per la gioia di Rosa che potrà dire oggi ha un bel colorito o meglio ancora oggi non ha febbre. Perderò la cognizione del tempo e quindi ancora in vita conoscerò l’eternità del male. Avrò piaghe alle narici, mi si gonfieranno le gengive e la gola si riempirà di placche e di piccole ulcere; in quel buio senza ritorno sarò solo con i miei rimorsi e, come dice il fantasma del Re Amleto, nel rigoglio dei miei peccati. E alla fine di tutto, ma questo avverrà dopo molto tempo perché la fine sarà estenuante, le provette con le mie urine, le mie feci e i reperti di fegato e di milza, frutto ormai decomposto di ripetute biopsie, verranno rinchiuse in un sacchetto di plastica e buttate nell’inceneritore mentre la mia cartella clinica finirà nell’archivio all’ultimo piano, sigillata in busta arancione, e lì giacerà dimenticata da tutti sul terzo scaffale in alto a sinistra, tra quelle di un pugile e di una massaggiatrice, in attesa di quel giudizio universale che non si decide mai a venire. Ti prego, figlia mia: se puoi, risparmiami tutto questo”.
SIBILLA - “Ma io ti uccido, capisci? Io che coltivo i germogli… che studio la circolazione della linfa… io ti dò la morte. Non c’entra il timor di Dio o la paura di finire in prigione. E’ il gesto che non riesco a concepire. Io che ti porgo il veleno. Proprio io”.
VANNI - “Chi mi ama di più. Mai chiedere ai filosofi. Tanto meno ai teologi o ai poveri di spirito”.
SIBILLA - “Perché non l’hai fatto tu da solo?”
VANNI - “Dante, inferno, canto terzo”.
SIBILLA - “Gli ignavi?”
VANNI - (Si gira verso di lei) “Diciamo pure i vili. Mi dicevo chissà, mi dicevo forse, mi dicevo non è detto… In realtà mi tremava il cuore. Una volta ho staccato una foglia. Ho visto la goccia. L’ho annusata. Ha un vaghissimo odore di canfora. Bastava allungare la punta della lingua. L’avesse fatto, questa lingua che tanto chiacchiera, a dispetto della mano che reggeva la foglia. Sarebbe stato come fare la Comunione da bambino. Ma la lingua si ritrasse e la mano fece uguale, forse erano d’accordo. Così sono finito nel terzo canto”.
SIBILLA - “Perciò dovrei farlo io”.
VANNI - “Io non mi amo abbastanza”.
- Vittorio Franceschi -
Luglio 11, 2006
“Quando l’elettroencefalogramma di un malato risulta piatto si dice che costui giace in uno stato vegetale o vegetativo. (…) Chi parla di stato vegetale non conosce le piante, il loro slancio vitale, la loro energia purissima, il loro dialogo continuo col sole e con gli elementi. Altro che stato vegetale, un uomo con l’elettroencefalogramma piatto è semplicemente un uomo restituito a se stesso“.
- Vittorio Franceschi -
Luglio 11, 2006

E’ finita con me, scalza, sulla rampa delle scale alle sei del mattino. Le scarpe me le ero sfilate per evitare di fare rumore coi tacchetti scendendo i gradini. All’alba il mio tic tic sarebbe risultato fuori luogo.
Quattro ore di sonno non sono nulla, soprattutto se le passi su un letto a una piazza, in due, col ventilatore che ronza, il caldo che divampa e negli orecchi e negli occhi ancora le scene di giubilo, le braccia alzate, i festeggiamenti esagerati della finale mondiale.
Non me l’ero sentita, in mezzo a quel vortice di entusiasmo collettivo, di mettermi al volante e tornare a casa. Era risultata molto più allettante l’alternativa di condividere un lettino in due, al riparo da fuochi d’artificio, gavettoni e assalti arrembanti.
Che notte la notte della partita… Dicono che l’altra volta, ai tempi dello storico incontro Italia-Germania, la festa sia durata per giorni e giorni. Tutti riversati in piazza a cantare, sventolare bandiere, inneggiare alla squadra, inventare cori, saltare, perdere la voce. Dicono che allora sia stata tutta un’altra sfida: più bella, giocata meglio, con indimenticabili campioni in campo.
Per me quella data storica rimane un frame televisivo, un servizio speciale trasmesso dalla Rai per celebrare vecchie glorie del passato e cullarsi nella nostalgia.
Ma ora finalmente anch’io ho una partita nel cuore e un grido liberatorio che echeggia nella mente.
Il bello di una vittoria di tale portata è che tutti, alla fine, si ritrovano a sorridere, a strombazzare, ad abbassare il finestrino dell’automobile e sollevare il braccio in aria. Anche chi non ha mai capito come si calcola un fuorigioco, chi non sopporta le domeniche forzate davanti a Sky o allo stadio, chi non ha mai giocato una schedina in tutta la sua vita.
Quando l’Italia si aggiudica la competizione “pallonara” più importante ognuno finisce per esultare, per fingersi intenditore e darsi delle aree. Persino mia nonna ha esclamato: “Siamo proprio forti” - sottolineando la parola siamo, lei che di pallone non ne ha mai voluto sapere.
Schiamazzi incontenibili, spruzzate d’acqua, quattro frecce lampeggianti, motorini avvolti da stoffa bianco rosso e verde, saluti dai balconi, fumi colorati nel cielo, camion zig-zaganti, applausi, canzoni stonate, tifo in mezzo alla strada, abbracci, io con la pelle d’oca. Eccoli i miei ricordi da raccontare.
Dopo, solo dopo, vengono il rigore sbagliato, la testata avvelenata, il primo piano dei giocatori al calcio d’inizio, la traversa, il gol di Grosso, la fatica di vincere, la fortuna, il cartellino rosso, le magliette con l’alone sotto le ascelle, il pallone sempre tra i piedi dei francesi.
E un po’ più distante, ma non troppo, salta fuori nei pensieri un’immagine suggestiva, da ammirare a bocca aperta: lo stadio di Berlino immerso nella luce, vibrante di fuochi e pennellate di colore. Con quella ripresa dall’alto, lontana e la macchina da presa che si avvicina a poco a poco nell’anima pulsante del mondiale.
Luglio 10, 2006

Alle mie spalle la TV è accesa. Su Rai 1 naturalmente. E’ lo scadere del primo tempo supplementare. Ancora 0 a 0. La tensione cresce, la disperazione di mio padre, ammutolito sul divano del salone, anche.
Ma non voglio parlare di questo. A dire il vero sono qui proprio per NON pensare alla semifinale dei mondiali che si sta giocando.
E’ una sconosciuta la protagonista del mio post e delle mie riflessioni a lume di abajou. Mi è rimasta impressa perché così da vicino non ne avevo mai vista una come lei…
[Concedetemi una digressione Goal! Goal! Non riesco a fare finta di niente… Doppietta ai tedeschi. Che finale! Forza Azzurri! Evvai! Fuori la finestra è un putiferio: strombazzate, urla festose, clacson che suonano all’impazzata. Sarà una lunga notte di caos…]
La sconosciuta stava dentro un negozio modaiolo, Zara, come me. E faceva la fila alle casse, impaziente di indossare la magliettina coi fronzoli che teneva in mano. Io le stavo dietro, altrettanto desiderosa di sfoggiare la mia camicetta di tendenza.
Poi però mi sono accorta che le sue braccia assomigliavano a rami secchi. Il mio sguardo si è fatto più attento e si è spaventato.
Magra, magrissima ai limiti della sopravvivenza. Niente carne intorno alle ossa. Muscoli tesi, tirati, talmente eterei da dare l’impressione di potersi spezzare da un minuto all’altro.
Lei aveva capelli scuri, ondulati e la schiena bozzuta.
Il suo corpo malconcio è diventato di colpo una calamita per i miei occhi increduli, che hanno cominciato a percorrerlo con insolenza. Hanno sfiorato la sua vita esile, le sue gambe invisibili dentro i jeans spiegazzati. Poi sono scesi fin giù, ai piedi storti, attraversati da vene attorcigliate.
Era una ragazza anoressica, sul ciglio del baratro. E se ne stava da Zara ad acquistare capi vezzosi che su di lei sarebbero sembrati cenci buffi.
Giovanissima, e alta più di me. Malata di un male che non conosco direttamente, ma che è entrato nella mia vita 10 anni fa, quando si è avventato con ferocia su una mia amica.
L’ha perseguitata per tanto tempo, le ha sottratto i kg e offuscato lo spirito. Ricordo alcuni momenti cruciali della sua anoressia, la fase perfida dell’adescamento, della negazione, del rifiuto di parlarne con qualcuno.
Battaglia dopo battaglia la mia amica ha vinto la guerra, ma sul campo ha perso molto, compreso il rapporto esclusivo che aveva con me.
Tutto era cambiato all’improvviso. Io non ho saputo aiutarla come avrei voluto. Lei non ha saputo (o potuto) capire la mia sofferenza, la delusione, la rabbia.
Ora so che sta bene, è questo l’importante. Ma se ripenso alla sconosciuta di sabato mi si stringe il cuore.
Luglio 4, 2006

Eccoci, dopo un anno di assenza, a calcare la familiare passerella di legno che conduce alle file di ombrelloni allineati.
Fregene, in una domenica afosa di luglio, non può non essere gremita. C’è la crème de la crème in spiaggia.
Noi arriviamo in orario nefasto, quello che tutti i medici ritengono “il peggiore per esporsi al sole”, cioè mezzodì. Ma la soddisfazione è infinita, perché siamo noi che abbiamo deciso di presentarci a quell’ora, non il traffico infernale che ci ha bloccati in macchina e mandato all’aria i piani.
Eravamo su uno scooter, noi, nuovo di zecca, e mentre sfrecciavamo in mezzo alle automobili fiacche e imbambolate dal sole, facevamo ciao ciao con la mano. A prenderci gioco dei “quattroruotisti” infervorati nelle vetture.
Dunque siamo arrivati al mare tardi per scelta. Scelta di dormire fino alle 10.00, fare colazione con comodo, ascoltare un po’ di musica, prepararci con calma.
Una volta a destinazione il tempo è scivolato via veloce, tra spalmate di crema ripetute, letture distratte, commenti ad alta voce, risate grasse, occhiate a tutti i glutei che ondeggiavano sul bagnasciuga (giusto per fare qualche raffronto), spuntini vari e brevi passeggiate sulla riva per testare la temperatura dell’acqua.
Niente di nuovo, insomma, o di differente rispetto agli altri anni. Nemmeno il colore del mare, purtroppo, verdone con qualche striatura marroncina.
Presente all’appello era anche l’allegro sciame di vù cumprà con collanine-borse-asciugamani-orologi-cavigliere al seguito. Uno, addirittura, trasportava su di una spalla un intero emporio di costumi da donna. Camminava senza sosta e urlava: “belli costumi signora“.
Il mio “venditore da spiaggia” preferito aveva la faccia aperta e gli occhi vispi. Si è avvicinato all’ombrellone con mossa felina e ci ha adescato raccontandoci una storia toccante:
“Ieri, in Africa, è nato il mio primo figlio. Si chiama Abu, è cicciottello, è come un torello! E’ mia moglie il capo; è la donna che comanda, sempre.” Poi ha colorato il discorso con rime e versetti inventati sul momento e ha regalato a tutte le signore presenti braccialetti variopinti per festeggiare la nascita del suo piccoletto.
La sua vivace simpatia gli ha consentito di raccimolare un bel gruzzoletto. Lui rideva e parlava del suo paese e noi compravamo. Lui osannava la forza delle donne e noi provavamo collane e anellini. Alla fine abbiamo speso 30 euro + qualche euro aggiunto qua e là, di buon augurio per lui e per la sua prole lontana.
La sua sarà stata sicuramente una recita, una specie di strategia di marketing, ma chissene importa.
Ci ha intenerito e divertito. Mica poco.
E poi c’è da apprezzare la fatica che fanno tutti quelli come lui per riuscire a campare. Ogni giorno d’estate, camminando sulla spiaggia infuocata, per km e km, beccandosi gli improperi e le prese in giro dei bagnanti.
Quando si è allontanato, riprendendo la sua falcata, ho pensato che i vu cumprà, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. Lo stesso non si può dire per altre categorie… avete presente quelle che invadono le metropolitane e con mano lesta ti sfilano il portafogli dalla borsetta?
Luglio 2, 2006