Tutta ossa… Sulle piante

Campioni!

10 Luglio, 2006

E’ finita con me, scalza, sulla rampa delle scale alle sei del mattino. Le scarpe me le ero sfilate per evitare di fare rumore coi tacchetti scendendo i gradini. All’alba il mio tic tic sarebbe risultato fuori luogo.

Quattro ore di sonno non sono nulla, soprattutto se le passi su un letto a una piazza, in due, col ventilatore che ronza, il caldo che divampa e negli orecchi e negli occhi ancora le scene di giubilo, le braccia alzate, i festeggiamenti esagerati della finale mondiale.

Non me l’ero sentita, in mezzo a quel vortice di entusiasmo collettivo, di mettermi al volante e tornare a casa. Era risultata molto più allettante l’alternativa di condividere un lettino in due, al riparo da fuochi d’artificio, gavettoni e assalti arrembanti.

Che notte la notte della partita… Dicono che l’altra volta, ai tempi dello storico incontro Italia-Germania, la festa sia durata per giorni e giorni. Tutti riversati in piazza a cantare, sventolare bandiere, inneggiare alla squadra, inventare cori, saltare, perdere la voce. Dicono che allora sia stata tutta un’altra sfida: più bella, giocata meglio, con indimenticabili campioni in campo.

Per me quella data storica rimane un frame televisivo, un servizio speciale trasmesso dalla Rai per celebrare vecchie glorie del passato e cullarsi nella nostalgia.
Ma ora finalmente anch’io ho una partita nel cuore e un grido liberatorio che echeggia nella mente.

Il bello di una vittoria di tale portata è che tutti, alla fine, si ritrovano a sorridere, a strombazzare, ad abbassare il finestrino dell’automobile e sollevare il braccio in aria. Anche chi non ha mai capito come si calcola un fuorigioco, chi non sopporta le domeniche forzate davanti a Sky o allo stadio, chi non ha mai giocato una schedina in tutta la sua vita.

Quando l’Italia si aggiudica la competizione “pallonara” più importante ognuno finisce per esultare, per fingersi intenditore e darsi delle aree. Persino mia nonna ha esclamato: “Siamo proprio forti” - sottolineando la parola siamo, lei che di pallone non ne ha mai voluto sapere.

Schiamazzi incontenibili, spruzzate d’acqua, quattro frecce lampeggianti, motorini avvolti da stoffa bianco rosso e verde, saluti dai balconi, fumi colorati nel cielo, camion zig-zaganti, applausi, canzoni stonate, tifo in mezzo alla strada, abbracci, io con la pelle d’oca. Eccoli i miei ricordi da raccontare.
Dopo, solo dopo, vengono il rigore sbagliato, la testata avvelenata, il primo piano dei giocatori al calcio d’inizio, la traversa, il gol di Grosso, la fatica di vincere, la fortuna, il cartellino rosso, le magliette con l’alone sotto le ascelle, il pallone sempre tra i piedi dei francesi.

E un po’ più distante, ma non troppo, salta fuori nei pensieri un’immagine suggestiva, da ammirare a bocca aperta: lo stadio di Berlino immerso nella luce, vibrante di fuochi e pennellate di colore. Con quella ripresa dall’alto, lontana e la macchina da presa che si avvicina a poco a poco nell’anima pulsante del mondiale.

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2 Commenti Aggiungi il tuo

  • 1. Vale87  |  11 Luglio, 2006 alle 22:47

    Già…ed è proprio in nome di tutte le emozioni che hai sapientemente descritto Fra, che ci fanno ancora più schifo quelli che imbrattano il nome di questo sport meraviglioso per i loro interessi personali!
    Un Bacione,
    Valentina

  • 2. Francesca  |  11 Luglio, 2006 alle 23:34

    Come hai ragione… Quando ho sentito un giornalista Rai fare un commento del tipo “Beh, a questo punto sarebbe un peccato se campioni come Cannavaro e Buffon finissero in serie C” un brivido freddo mi ha attraversato la schiena.

    Se finirà alla “volemose bene” sarà il male peggiore.
    Significherà che non esiste recupero o possibilità di redenzione. Significherà che il calcio è malato fino al midollo e che non c’è più nulla da fare.

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