Archivio Luglio 11, 2006

Sull’eutanasia

VANNI - “La foglia da staccare è sempre quella più vicina all’apice, lì il veleno è più concentrato”.

SIBILLA - “Io non credo di poterlo fare”.

VANNI - “Sarà un’agonìa lunga e terribile. Mi riempiranno di sonde e di tubi nel naso, in gola, nel ventre. Sarò nutrito artificialmente, anche col succo d’ananas che non mi è mai piaciuto. Capirò tutto ma non potrò parlare. E questa è la cosa peggiore perché non potrò oppormi alla violenza dei dottori. Dalla rabbia mi metterò a piangere e il primario dirà congiuntivite, così cinque volte al giorno mi metteranno un collirio che mi brucerà da morire. Subito dopo perderò l’udito. Comincerò a vagare in un limbo silenzioso, pieno di trafitture e di angoscia, cercando di decifrare il movimento di tutte quelle labbra che incombono su di me, ma come tu sai i medici parlano ostrogoto. Poi perderò anche la vista e allora il povero vegetale pieno di linfa inespressa comincerà a entrare in quel mistero di cui parlavi, e mia sorella darà la mancia all’infermiere che mi pulisce tutte le mattine. Poi smetteranno di guardarmi, guarderanno solo la macchina alla quale sarò collegato, per capire se il mio cuore, i miei reni e il mio fegato stanno reggendo alle terapie. Si sentiranno molti bip in quella stanza, e a ogni bip corrisponderà un impulso meccanico atto a infondermi energia vitale per la gioia di Rosa che potrà dire oggi ha un bel colorito o meglio ancora oggi non ha febbre. Perderò la cognizione del tempo e quindi ancora in vita conoscerò l’eternità del male. Avrò piaghe alle narici, mi si gonfieranno le gengive e la gola si riempirà di placche e di piccole ulcere; in quel buio senza ritorno sarò solo con i miei rimorsi e, come dice il fantasma del Re Amleto, nel rigoglio dei miei peccati. E alla fine di tutto, ma questo avverrà dopo molto tempo perché la fine sarà estenuante, le provette con le mie urine, le mie feci e i reperti di fegato e di milza, frutto ormai decomposto di ripetute biopsie, verranno rinchiuse in un sacchetto di plastica e buttate nell’inceneritore mentre la mia cartella clinica finirà nell’archivio all’ultimo piano, sigillata in busta arancione, e lì giacerà dimenticata da tutti sul terzo scaffale in alto a sinistra, tra quelle di un pugile e di una massaggiatrice, in attesa di quel giudizio universale che non si decide mai a venire. Ti prego, figlia mia: se puoi, risparmiami tutto questo”.

SIBILLA - “Ma io ti uccido, capisci? Io che coltivo i germogli… che studio la circolazione della linfa… io ti dò la morte. Non c’entra il timor di Dio o la paura di finire in prigione. E’ il gesto che non riesco a concepire. Io che ti porgo il veleno. Proprio io”.

VANNI - “Chi mi ama di più. Mai chiedere ai filosofi. Tanto meno ai teologi o ai poveri di spirito”.

SIBILLA - “Perché non l’hai fatto tu da solo?”

VANNI - “Dante, inferno, canto terzo”.

SIBILLA - “Gli ignavi?”

VANNI - (Si gira verso di lei) “Diciamo pure i vili. Mi dicevo chissà, mi dicevo forse, mi dicevo non è detto… In realtà mi tremava il cuore. Una volta ho staccato una foglia. Ho visto la goccia. L’ho annusata. Ha un vaghissimo odore di canfora. Bastava allungare la punta della lingua. L’avesse fatto, questa lingua che tanto chiacchiera, a dispetto della mano che reggeva la foglia. Sarebbe stato come fare la Comunione da bambino. Ma la lingua si ritrasse e la mano fece uguale, forse erano d’accordo. Così sono finito nel terzo canto”.

SIBILLA - “Perciò dovrei farlo io”.

VANNI - “Io non mi amo abbastanza”.

- Vittorio Franceschi -

3 commenti Luglio 11, 2006

Sulle piante

Quando l’elettroencefalogramma di un malato risulta piatto si dice che costui giace in uno stato vegetale o vegetativo. (…) Chi parla di stato vegetale non conosce le piante, il loro slancio vitale, la loro energia purissima, il loro dialogo continuo col sole e con gli elementi. Altro che stato vegetale, un uomo con l’elettroencefalogramma piatto è semplicemente un uomo restituito a se stesso“.
- Vittorio Franceschi -

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