Archivio Agosto 11, 2006

L’arte del pettegolezzo

Mettete un gruppetto di persone che non si vedono da un po’ di tempo in una stanza e osservate il loro comportamento.
All’inizio si scambieranno chiacchiere generiche, rivolgendosi domande innocue come “Che hai fatto sabato?” o “Hai aggiustato il tavolino della cucina?“. Ma dopo qualche minuto la conversazione abbandonerà i sentieri placidi del “Come stai?” e percorrerà altre vie, più “spregiudicate”. Qualcuno azzarderà un vago “Hai saputo di X?” e un altro incalzerà con “E’ incredibile quello che ha fatto…”.

Nel giro di una decina di minuti i timidi commenti sull’assente della situazione si tramuteranno in veri e propri “taglia e cuci”, in aperte accuse e critiche pungenti. Ognuno sarà pronto a infierire, ad aggiungere un dettaglio scottante, ad aizzare l’audience.
Come se fosse naturale parlare alle spalle di un caro amico, di un parente stretto, di un fratello, di un vicino, di un affezionato collega. Come se inveire contro chi non c’è fosse “cosa buona e giusta”.

Si tratta di un circolo vizioso inarrestabile: Oggi siamo io e te a spettegolare di lui che non c’è. Domani saremo io e lui a spettegolare di te che non ci sarai. Dopodomani tu e lui spettegolerete di me che non ci sarò.

E’ un meccanismo perverso ma collaudato, “a chi tocca nun se ingrugna”, per dirla alla romana.

L’aspetto più grottesco di questo fenomeno è che, pur sapendo come funziona, ci sentiamo feriti o offesi se scopriamo di essere noi i protagonisti della maldicenza. Ci reputiamo traditi, calunniati, pugnalati alla schiena. “Ma come? Proprio tu, il mio migliore amico, metti in giro voci del genere?”.

La verità è che i “gossippari” siamo noi, siamo tutti e lo saremo sempre. E per quanto ci indignino certi atteggiamenti contraddittori, per quanto ci deludano certi infimi voltafaccia, dobbiamo ammettere che nessuno è immune dalla tentazione di mormorare…

Magari non siamo noi i primi a cominciare, cerchiamo di cambiare discorso, proviamo addirittura a difendere la persona messa in mezzo, ma alla fine i nostri argomenti non convincono, risultano deboli a confronto con quelli coloriti degli accusatori e ci ritroviamo a condividere le ipotesi altrui. Almeno in apparenza. Perchè in compagnia a nessuno va di fare il polemico guastafeste o di mettersi a puntualizzare.

Così ci ritroviamo a ridere, a lanciare frecciatine, a bisbigliare nell’orecchio del vicino, a ficcare il naso in faccende che non ci competono. E nel fondo del nostro cuore ci sentiamo un po’ come Giuda.

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