Archivio Settembre, 2006

Sembra che da qualche anno sia scoppiata una vera pupazzetto-a pixel-mania. Gli esserini digitali del videogame The Sims hanno riscosso un successo planetario e sedotto milioni di persone nel globo.
Dopo tutto il trambusto che hanno provocato era inevitabile che anch’io me ne accorgessi. Io che sono agli antipodi dal mondo delle console e delle sfide virtuali. Io che non ho mai manovrato un joystick in vita mia e che non sopporto per più di 2 minuti la vista di qualcuno impegnato in un’avventura a 3D.
Il fenomeno ha cominciato a ronzarmi nell’orecchio per caso, dopo che ho letto un articolo su una rivista. Mi sono documentata un po’e ho scoperto che i personaggi del game sono come marionette nelle mani del giocatore. Quest’ultimo è il padrone incontrastato della situazione, manovra a suo piacimento i fili del Sims prescelto e gli regala un’anima, una personalità, un cuore.
Di fronte al monitor il videogame-amatore si sollazza nel tentativo di creare la miglior vita possibile per il suo protagonista. Decide la sua fisionomia, il suo DNA, il suo modo di pensare e ragionare. Poi lo cura amorevolmente, perché il pupazzo tecnologico, al principio, è un neonato che deve nutrirsi e crescere. Col passare del tempo diventerà bambino, poi inizierà il ciclo scolastico, dopo ancora si ritroverà a corteggiare le ragazze, a sposarsi, a lavorare. Ma ogni pezzetto della sua esistenza se lo dovrà conquistare. Saranno le sue scelte a determinare il suo futuro, e un errore di valutazione potrebbe costargli caro, così come una distrazione o un’imprudenza.
Come nella vita reale, le avventatezze si pagheranno, senza sconti.
Il lato più affascinante di The Sims è, a mio parere, la possibilità di immedesimarsi totalmente nel protagonista e riflettere su di lui le nostre aspirazioni. Quando decidiamo dove iscriverlo all’università o come decorare l’interno della sua camera da letto, quando, nei suoi panni, selezioniamo un partner, in realtà ci sentiamo coinvolti in prima persona. Ogni azione è pilotata dalla nostra mente e l’esito del nostro intervento sta lì, sopra il monitor, a dirci se abbiamo agito bene o male.
Credo che se dovessi provare, un giorno, a costruire l’esistenza di un Sims, mi divertirei a farlo senza maschere. Mi siederei comoda di fronte allo schermo e creerei un mio clone, un essere che respira, mangia e ragiona come me. La curiosità di sapere come andrebbe a finire in determinate circostanze sarebbe uno stimolo troppo forte.
In ultimo, traccerei un bilancio tra vita reale e vita virtuale e mi metterei a misurare i pro e i contro di entrambe. Che sorpresa amara sarebbe sentirsi più orgogliosi del proprio io-pupazzetto che dell’io-io…
Settembre 29, 2006
Era da qualche mese che ci pensavo… Dall’inizio dell’estate un pallino mi ballonzolava nella testa, insistente, e mi martellava: Anche quest’anno devi assistere allo spettacolo! A fine settembre devi ricordarti di andare a teatro per vedere “Attori in cerca d’autore“. Costi quel che costi non te lo puoi perdere!
Così, ieri sera, puntuale, ho fatto il mio ingresso al Teatro Valle e, con un po’ di affanno, mi sono assicurata un posto in poltrona.
Alle 20.45, con una puntalità scioccante, il sipario si è aperto e l’ideatore e direttore del festival, Ennio Coltorti, ha dato il là alla gara.
Attori in cerca d’autore esiste da 20 anni e la sua formula si è mantenuta vincente e affascinante nel tempo. E’ una rassegna aperta a tutti gli autori che hanno qualcosa da dire. Chi vuole, in Italia e nel resto d’Europa, può partecipare inviando il suo testo (lungo non più di 30 minuti e con non più di 3 personaggi) a info@attoriincercadautore.it e aspettare il verdetto.
I brani selezionati hanno la possibilità di essere interpretati da attori professionisti e di aggiudicarsi i 1.000 euro messi in palio (non una cifra da capogiro, ma visti i tempi…).
Le pieces teatrali rappresentate durante la gara sono sei e l’assegnazione del premio finale è affidata a un comitato di esperti del settore: critici, giornalisti, attori, appassionati di teatro. Ieri, tra gli altri, c’erano Dacia Maraini, Giorgio Albertazzi, Alessandro D’Alatri.
Il Valle era gremito di gente. Il pubblico seguiva con partecipazione. Gli attori sul palco davano l’anima. Io facevo segretamente il tifo per l’opera n.3 (”Come fosse l’ultimo“), quella più drammatica, ma strizzavo l’occhio anche alla seconda (”Casa Bracci“), piena di risate e caricature.
La rassegna mi piace particolarmente perché ha uno spirito lieve. Non c’è volontà di primeggiare o sgambettare sotto i riflettori, non c’è distanza tra pubblico e attori, non c’è ufficiosità o manierismo.
Per l’anno prossimo ho un progetto ambizioso: non solo assistere, ma partecipare. Manderò il mio testo e proverò a far parte di questo gruppo di innamorati dell’arte.
Tanto non ci credo che quello di ieri è stato l’ultimo capitolo della rassegna. Qualcuno ha parlato di addio, di tappa conclusiva, di giro di boa. Ma io sono tranquilla perché in sala si sono levati sonori moti di protesta e persino la giuria si è ribellata alla decisione di chiudere i battenti. Come si fa a dire basta a un evento buono e giusto?
Settembre 25, 2006

Scrive Corrias su Vanity Fair del 21 settembre:
“Il passato che non passa è una iattura italiana. Una malattia psicosociale. (…) Siamo davvero uno strano Paese, governato dalla classe dirigente più anziana d’Europa. Appassionati di conti che non si chiudono, di processi che non finiscono, colpevoli e innocenti che non risultano. I giorni remoti della Resistenza producono ancora veleni e best seller. Ogni avversario cerchiamo spiegazioni su Piazza Fontana. (…) E dire che basterebbe solo un po’ di futuro per cominciare a guarire“.
Il punto di Corrias è condivisibile, in pieno. L’Italia è incollata al passato, così come lo sono i media che non la smettono di rivangare questioni irrisolte e superate; così come lo sono le classi dirigenti che non la piantano di rinfacciarsi cose dette o fatte o pensate anni addietro.
Anniversari e ricorrenze sono il nostro fiore all’occhiello, i tentativi di scoprire nuovi e clamorosi risvolti su faccende sordide e tragiche di un periodo lontano scandiscono la nostra routine.
Ma se da un lato Corrias ha ragione a lamentarsi, dall’altro, la sua proposta di guardare al futuro mi sembra difficilmente attuabile.
Riporto il mio caso: donna sull’orlo dei trent’anni, a casa coi genitori, con lavoro fisso pieno di se e ma…, con ragazzo e amicizie stabili. Il mio futuro rappresenta un mastodontico punto interrogativo, un buco nero che divora. Tutto è messo in discussione, continuamente. Ogni certezza di oggi appare una variabile impazzita del domani. Qualsiasi aspetto del mio presente (lavoro, vita privata, realizzazione personale, hobby ecc.) esiste adesso, ma con scarsissime probabilità caratterizzerà anche il mio avvenire.
Come si fa a pensare al futuro senza paranoie, insicurezze e crisi d’ansia? Come si può progettare qualcosa su un terreno scivoloso e instabile come quello che calpestiamo ogni giorno?
Ogni volta che rifletto sul mio domani un nodo alla gola mi attanaglia. La situazione odierna non fa ben sperare…
E’ certamente più facile rivolgersi a ciò che si conosce e rimanerci aggrappati. Si hanno più argomenti a disposizione, più parametri di giudizio, più spiegazioni a portata di mano. E’ assai più comodo voltarsi indietro e tracciare bilanci piuttosto che giocare a dadi con la sorte.
E poi non si fa altro che ripetere che le nuove generazioni sono rovinate, che la scuola è agli sfasci, che gli italiani sono reality dipendenti, che i politici pensano solo ai propri quartierini, che c’è corruzione, violenza, razzismo, ingiustizia, inciviltà…
Ovvio che la reazione più istintiva è quella di appiccicarci il passato addosso e sussurrare, come fanno i nostri nonni “si stava meglio quando si stava peggio“.
Settembre 19, 2006

Riporto di seguito il mio articolo pubblicato sul bimestrale La Palestra di settembre-ottobre.
Impariamo a riconoscere le diverse tipologie di clienti per offrire servizi personalizzati
Un buon gestore di palestra deve sapersi trasformare, all’occorrenza, in un sociologo scrupoloso. Se spera che la sua attività cresca e si rafforzi nel tempo deve imparare a guardarsi intorno, a esaminare la vita del suo centro, a osservare le persone che giorno dopo giorno varcano la soglia della reception.
Un fitness center, in fin dei conti, assomiglia a una microsocietà dove si incontrano (e scontrano) personaggi di ogni sorta, ognuno coi suoi obiettivi, desideri e umori. Saperli interpretare e, ancora meglio, prevedere, aiuta a centrare in pieno le esigenze specifiche della clientela.
Tipi da palestra
I tipi da palestra sono tanti e hanno caratteristiche diverse. L’elenco che segue ne descrive solo alcuni, ma rappresenta un valido strumento per cominciare ad orientarsi.
1° tipo: il narciso
Segni particolari: ama contemplarsi, scoprirsi gli addominali davanti allo specchio, mostrare al mondo intero la sua prestanza e preparazione atletica. Quando si allena si impegna al massimo e non si concede distrazioni: chi merita più attenzione di lui?
Come accontentarlo: il narciso è molto sensibile ai complimenti. Per ottenere il suo interesse è necessario compiacerlo, esaltarne la forma, blandirlo. Più si sentirà apprezzato e ammirato, più avrà voglia di frequentare il circolo sportivo.
2° tipo: il salutista
Segni particolari: è fermamente convinto che l’esercizio fisico, svolto con regolarità e metodo, migliori la qualità della vita. Svolge l’allenamento con serietà, non salta mai una sessione e vanta sempre una cera perfetta.
Come accontentarlo: il salutista ama gli ambienti puliti e curati dal punto di vista igienico. Non è disposto a tollerare trascuratezza o disordine ed esige che i servizi offerti dal suo centro fitness siano ineccepibili.
3° tipo: lo stressato
Segni particolari: va in palestra per sfogarsi e scaricarsi dallo stress accumulato nel corso della giornata. Ama scambiare qualche chiacchiera col vicino di tapis roulant e predilige un allenamento costante ma non troppo impegnativo.
Come accontentarlo: il centro sportivo ideale dello stressato è quello che offre molti confort e aree relax. Dalla sauna, al centro estetico, dalla piscina all’aperto d’estate, ai macchinari più all’avanguardia nel mercato. Per conquistarlo bisogna viziarlo.
4° tipo: il sociale
Segni particolari: ha poca voglia di allenarsi e molta di attaccare bottone. Sceglie di andare in palestra per creare nuovi contatti, incontrare gli amici, passare del tempo in allegria. Manubri e bilancieri rappresentano per lui soltanto un dettaglio.
Come accontentarlo: il sociale deve essere coinvolto il più possibile nella vita dentro e fuori la palestra. Deve essere invitato alle feste, agli eventi dedicati ai soci, alle serate ad hoc. L’ideale sarebbe interpellarlo nell’organizzazione, chiedergli consigli e usarlo come PR.
5° tipo: il pentito
Segni particolari: lo sport è per lui sacrificio e fatica, non certo un piacere. Va in palestra solo perché abitudini troppo sedentarie hanno lasciato pesanti conseguenze sul suo fisico ed è costretto a correre ai ripari. La sua sessione di allenamento standard è breve e sofferta.
Come accontentarlo: solo risultati positivi ed evidenti possono indurre il pentito a rinnovare l’abbonamento. Il principale compito del gestore è quello di affiancargli un istruttore capace e preparato, che lo segua da vicino e lo convinca a intraprendere uno stile di vita più sano ed equilibrato.
6° tipo: il saltuario
Segni particolari: cerca (e trova) spesso scuse per non andare in palestra. Lo sport non si trova in cima alle sue priorità e durante l’allenamento appare scostante, svogliato, demotivato. Si ritrova il più delle volte a sfogliare una rivista o a guardare la TV seduto sulla cyclette.
Come accontentarlo: durante le sue rare sedute in palestra, il saltuario vuole sentirsi a suo agio, in un ambiente confortevole e stimolante. Guai a non fargli trovare il suo giornale preferito o a lasciarlo da solo in sala pesi. Potrebbe cogliere al volo l’occasione per scomparire…
7° tipo: il conquistatore
Segni particolari: considera la palestra un fantastico luogo di “rimorchio”, dove è facile “cuccare” e conoscere gente interessante. Quando si allena cerca di far colpo sulle prede più appetibili. Ama la musica ad alto volume e il via vai di persone.
Come accontentarlo: il conquistatore è attratto dai posti trendy, ultrafrequentati e dallo stile vivace. La struttura a lui congeniale ha un design moderno, strumentazioni all’avanguardia, bar e negozi di abbigliamento all’interno.
La classificazione finisce qui, ma solo per motivi di spazio. Ci sarebbero anche gli insicuri, i fissati, i culturisti… Basta tenere occhi ed orecchie aperte per scovare, ogni giorno, tipi differenti e applicare le strategie più opportune.
Settembre 17, 2006

Aiuto! Ci sono caduta anch’io… Ho resistito fino ad oggi a non parlarne, ma alla fine sono crollata.
La pupa e il secchione è un reality terrificante che, a mio parere, merita di essere bandito dalla TV.
So che dovrei ignorarlo per questo, non generare altro rumore, evitare di contaminare il mio blog anche solo alludendo ad esso, ma non riesco a trattenermi. Si merita di essere affossato, da chiunque.
Premetto che non l’ho mai visto in prima serata. In realtà non ho nemmeno mai seguito la striscia pomeridiana (tranne una volta, per 10 minuti), ma ne ho sentito parlare parecchio e mercoledì scorso è stata la volta, appunto, dei 10 minuti.
Ecco cosa è accaduto:
- una romana di borgata con accento esasperato e movenze da diva vorrei-ma-non-posso insultava senza sosta un tipo serio e accigliato;
- una bionda ossigenata con il “muso” sporgente e l’aria di chi non capisce un tubo, si lagnava piagnucolando sulla spalla di un occhialuto tutto forza d’animo e comprensione;
- un gruppo di ragazze semi-spogliate si esibiva in una performance di “alto livello artistico”, con tanto di ancheggiamento e maglietta zuppa incollata sui seni liberi, che non lasciava niente all’immaginazione;
- una schiera di uomini tutt’altro che fascinosi si buttava in pasto alle telecamere ballando senza vergogna, praticamente in mutande;
- tipe in slip e maschi con l’aria da prof giocavano al maestro e l’alunna scema.
Riporto qualche esempio di dialogo avvenuto nei 10 minuti fatidici:
- “Mi fa male la testa co’ tutta sta geografia. A tutta sta cultura non ci so abituata!”
- “Allora hai imparato la differenza tra tanga e perizoma?”
- “Nguè Nguè non ce la faccio, non mi ricordo niente. Dove sta la Toscana?”
- “Nun me rivorge più la parola, nun te permette mai più…”.
Se per caso avete presente i protagonisti di queste conversazioni o il loro tono di voce allora avete già capito tutto, senza bisogno dei miei avvertimenti. Si tratta di oche giulive e uomini complessati, di donne come non credevo che esistessero veramente e ragazzi senza un minimo di dignità…
Ho paura che quelle ragazze siano proprio così, che parlino veramente in quel modo e che non conoscano il significato di alcune parole presenti nel vocabolario italiano, come studio, libri, cultura personale, curiosità, apertura mentale.
Che umiliazione sapere che queste belle, solo belle, belle e basta probabilmente raggiungeranno fama e notorietà… Alcune finiranno a Buona Domenica, altre da Maria De Filippi, altre ancora passeranno direttamente al grande schermo o al teatro.
Si ride di loro, si sbeffeggia la loro scarsa capacità intellettiva, ma poi si offrono montepremi sostanziosi e contratti da capogiro proprio a figure del genere.
Non c’è niente di nuovo, lo so, ma tale sistema continua a indignarmi.
E non pensate che sia un’esagerata-moralista-femminista.
Al massimo mi ritengo un’osservatrice scrupolosa, consapevole e intristita.
Settembre 15, 2006
Vado con la domanda, a bruciapelo: “Come si fa a crescere e farsi vecchi, rimanendo giovani dentro”?
Ora non mi resta che aspettare… Tra qualche tempo un saggio dall’altra parte del mondo mi fornirà la risposta.
Chiusi nel cassetto ci sono tanti altri quesiti che bruciano nel petto: “Qual è il segreto più grande che nessuno ha mai svelato?”, “Perché gli uomini ricadono sempre negli stessi errori?”.
Per fortuna c’è www.droppingknowledge.org, il sito che raccoglie i dubbi più “spericolati” del pianeta. Non c’è limite alle domande che si possono inserire nel database di questo spazio web innovativo. Chiunque può condividere con gli altri i propri interrogativi e lasciare che qualcuno risponda.
Potrebbe essere la risposta di un filosofo, di uno scenziato, oppure di un artista di spicco, a convincerci e schiarirci le idee. Potrebbe anche darsi che la nostra domanda “stramba” ne inneschi delle altre, che sia la miccia per una discussione partecipe, che generi uno scambio di opinioni proficuo.
Mi piace il modo in cui il sito si presenta e parla di sé “Dropping knowledge is a way of asking and answering questions that recognizes multiple viewpoints. When you ask in order to understand, when you answer in order to share, you are dropping knowledge“. In sintesi: quando chiedi per capire, quando rispondi per condividere, tu stai diffondendo conoscenza.
E allora può darsi che la risposta più vera al mio interrogativo me la darà uno sconosciuto dall’altra parte del globo, che ha un’età, una cultura, un’esperienza di vita opposa alla mia. E il bello consiste proprio nello scambiarsi punti di vista, aiutarsi reciprocamente a comprendere le vicende che ci tormentano.
Il mio consiglio è: fateci un salto e seminate i vostri interrogativi… affidatevi al popolo della Rete.
Settembre 13, 2006

Sensuale e ammiccante come poche. Bellezza indiscutibile, conturbante venere dalla pelle color ebano. Tonica e marmorea dall’alluce fino alla punta dei capelli.
Beyoncé dal fisico prorompente, i muscoli tesi, la chioma vaporosa e fluttuante. Non perde mai occasione per esibire le sue virtù marziane agli abitanti del pianeta Terra.
Ma stavolta ha un tantino esagerato…
Avete presente il suo ultimo video, “Deja Vu”? Quello in cui duetta con il boyfriend Jay-Z?
La ex Destiny’s Child appare più che disinvolta… E va bene che la confidenza col ragazzo le concede qualche libertà in più, ma caspita quanti “strusciamenti”! Pose spinte e mosse audaci la fanno da padrona, altro che musica e testo della canzone…
Passi il capello indomabile e selvaggio, lo “sculettamento” vertiginoso, lo sguardo lascivo e impertinente, ma il ponte all’indietro, con la schiena tutta ricurva a mo’ di arco romano mi sembra un po’ pretenzioso…
Immancabili poi il sudore che imperla la schiena flessuosa, il cambio d’abito a ogni sequenza, la raffica di vento posticcia che solleva vesti e capigliatura, la camminata da Betty Boop.
Le pose preferite dalla popstar? Gambe divaricate, ginocchia flesse, fianchi che ondulano all’impazzata. Oppure: schiena sudata che scivola lungo la parete, mani leste che stuzzicano la cintola del ragazzo, aggrovigliamento da contorsionista intorno al corpo immobile e seduto di lui.
A tratti risulta comica Beyoncé… Mentre lei si agita come un’ossessa, ammicca senza tregua, sfiora e accarezza Jay-Z, lui non si scompone. Il suo unico gesto di partecipazione è quando, perplesso, si passa una mano sulla fronte…
Mentre il maschio sornione se ne sta stravaccato sulla poltrona, la femmina vorace solleva le cosce, alza una spalla sì e una no, si piega di fronte a lui.
Poi fugge al prato, corre libera e felice, volteggia leggera. Fa un salto al lago, con indosso un microabito rubino molto adatto all’occasione e, puntuale, si accascia indietro con la schiena. Dopodiché si infila una gonnellina verde svolazzante e dà il via alla scena più improbabile… La diva comincia a saltellare all’impazzata, zompetta come presa da raptus incontrollabile, sembra pervasa da scosse elettriche.
Mah… che Beyoncé abbia un debole per la Pizzica salentina?
Settembre 11, 2006
I feel I am leaving English apart… I haven’t read any english books for 3 months and I regret it. Why didn’t I buy John Fante’s books in original language? Why didn’t I start the book that my friend Zuzana brought to me from England? Because I am acting as a lazy girl…
In July I stopped my english lessons. I thought: I need a pause, for the summer, but I am going to restart them as soon as possible, in September. Now that September has arrived I am waiting and waiting…
I haven’t watched any films in English for 3 months and I miss them. But I continue to choose the dubbed ones.
I feel guilty. I am risking to forget everything…
But there is a last hope… This morning I was surfing on the Internet and I found out a smart way to keep my English up! There are some useful websites which help to learn English thanks to the podcast. You can listen to an english conversation on your pc and learn a lot of common expressions and rules.
Do you need an example? Just go to www.englishblog.it or to www.eslpod.com and choose a subject. There are many possibilities and degrees of difficulty.
I find these podcasts good for people who don’t master English.
You will be surprising to see how easy and pleasant is to study English in this way.
My tip for you is: try english podcast and enjoy it. English needs to be listened to (not only to be read or spoken).
Settembre 10, 2006

Metti che sei al volante della tua auto, diretto a lavoro, con l’auricolare in un orecchio e l’altro teso verso la radio, ad ascoltare la tua trasmissione preferita. Metti che sei in ritardo (tanto per cambiare) e che hai un sonno devastante. Metti che hai i nervi a fior di pelle perché quello davanti a te tiene il piede piantato sul freno e quello di dietro, il palmo della mano appoggiato pesantemente sul clacson.
In queste condizioni di ordinario stress mattutino che cosa penseresti se, sul ciglio della strada, vedessi il cartellone pubblicitario qui sopra?
Considera che non hai tempo per approfondire, per fermarti, scendere dalla macchina e leggere nel dettaglio le scrittarelle in calce. Riesci a immagazzinare solo la frase “FERMA IL TEMPO” e la foto del tipo che volteggia in aria.
A questo punto ti chiedo:
1) Sei in grado di riconoscere il tizio dell’immagine?
2) Riesci a intravedere e decifrare la sua firma?
3) Comprendi il significato della pubblicità?
4) Che cosa ti fa venire in mente di primo acchito?
Se le tue risposte assomigliano a, nell’ordine:
1) No
2) No
3) Non proprio…
4) Uno sport estremo, un centro benessere per anziani, un corso motivazionale per recuperare l’autostima… allora vuol dire che nemmeno tu, come la maggior parte delle persone a cui è rivolta la pubblicità, hai capito un tubo.
Svelo l’arcano:
il personaggio che si lancia nel vuoto non è un pinco pallo qualsiasi, ma l’attore francese Philippe Leroy, appassionato di paracadutismo e avventure spericolate. Il senso dell’advertising è: iscriviti alle palestre Ego e riuscirai a fermare il tempo! Il tuo fisico, insieme con il tuo spirito, rifioriranno e ti sentirai in forma smagliante, come Philippe, che a 76 anni suonati se la spassa ancora come un ragazzino. Le palestre Ego sono una garanzia di benessere a vita!
Quando ho visto per la prima volta il manifesto pubblicitario mi sono chiesta perché quelli della Ego (che tra l’altro è la mia palestra) non avessero scelto la chiarezza… l’immagine di una sala pesi, un po’ di gente che faceva lezione, un pesetto qua e là. Giusto per essere diretti.
Va bene usare un testimonial d’eccezione, ma se nessuno lo riconosce che senso ha? La seconda domanda che mi sono fatta è stata: Chissà quanti soldi hanno sborsato? E chissà quanto riscontro hanno avuto (se ce l’hanno avuto)?
Adesso, a freddo, l’unico quesito che mi ronza in testa è: Perché non ho mai pensato di entrare in pubblicità?
Settembre 10, 2006

Se c’è una cosa che mi fa rimpiangere ancora di più le vacanze (a parte la spensieratezza, lo stop dal lavoro, la possibilità di conoscere nuovi posti e persone, il sole e l’abbronzatura, le abbuffate senza pentimenti, le sganasciate, la montagna di foto scattate, i costumi da sfoggiare ecc.) è il tempo trascorso a leggere.
In macchina gironzolando per la Croazia, durante gli spostamenti da una città all’altra, in traghetto, navigando tra un’isola e un Parco Nazionale, ho “divorato” i libri che si erano accumulati nei mesi invernali.
Tra questi, Il Budda delle Periferie, di Hanif Kureishi.
E’ un libro consistente, uno di quelli che potrebbero farti pensare Troppe pagine, chi me lo fa fare!, ma la storia scorre fluida e la cifra stilistica è fresca e diretta.
La voce narrante è Karim, adolescente della periferia londinese con papà pakistano e mamma inglese.
Il tema portante del racconto è la condizione liminare in cui vive il ragazzo, stretto tra il tumulto di stimoli e sollecitazioni della grande metropoli e la strenua difesa delle tradizioni orientali operata dalla famiglia. Il Budda del titolo è il padre di Karim, uomo-dio che fa il predicatore e si batte per diffondere i valori propri della sua cultura. Il santone parla di spirito, saggezza, pace interiore, felicità da perseguire a tutti i costi e nel frattempo suo figlio si butta eccitato in mille avventure estreme (dal sesso libero e bisessuale, alle droghe). Ma i precetti del dio non si disperdono nel vento. I suoi seguaci sono un gruppetto di seventies inglesi, di corrente new age e con la mente aperta. L’appeal del Budda fa persino breccia nel cuore di una donna sui generis, raffinata e monopetto.
I personaggi del romanzo sono fortemente caratterizzati e decisamente fuori dall’ordinario. Il mio preferito è Changez, l’indiano dal braccio “strano” che sembra sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. I dialoghi tra lui e Karim sono concentrati di ilarità e acume.
Alla base di tutto c’è la voglia matta di un ragazzo dei nostri tempi di esplorare il mondo, di superare i limiti imposti dalle convenzioni sociali, di far chiarezza dentro di sé e trovare la sua strada.
Kureishi non ha peli sulla lingua… Le parole si susseguono vivaci, impudiche, azzardate. Descrivono bellezze e bruttezze della nostra contemporaneità senza falsi pudori. Londra è sia il centro della modernità che la patria del bigottismo. Il nuovo e il vecchio si contaminano a vicenda, così come gli sbagli e i successi, il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo.
Il quadro che emerge è quello di una realtà contraddittoria e mutevole, che è proiettata verso il futuro ma, allo stesso tempo, tenacemente ancorata al passato.
Settembre 5, 2006
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