Pino Corrias e il futuro

Scrive Corrias su Vanity Fair del 21 settembre:
“Il passato che non passa è una iattura italiana. Una malattia psicosociale. (…) Siamo davvero uno strano Paese, governato dalla classe dirigente più anziana d’Europa. Appassionati di conti che non si chiudono, di processi che non finiscono, colpevoli e innocenti che non risultano. I giorni remoti della Resistenza producono ancora veleni e best seller. Ogni avversario cerchiamo spiegazioni su Piazza Fontana. (…) E dire che basterebbe solo un po’ di futuro per cominciare a guarire“.
Il punto di Corrias è condivisibile, in pieno. L’Italia è incollata al passato, così come lo sono i media che non la smettono di rivangare questioni irrisolte e superate; così come lo sono le classi dirigenti che non la piantano di rinfacciarsi cose dette o fatte o pensate anni addietro.
Anniversari e ricorrenze sono il nostro fiore all’occhiello, i tentativi di scoprire nuovi e clamorosi risvolti su faccende sordide e tragiche di un periodo lontano scandiscono la nostra routine.
Ma se da un lato Corrias ha ragione a lamentarsi, dall’altro, la sua proposta di guardare al futuro mi sembra difficilmente attuabile.
Riporto il mio caso: donna sull’orlo dei trent’anni, a casa coi genitori, con lavoro fisso pieno di se e ma…, con ragazzo e amicizie stabili. Il mio futuro rappresenta un mastodontico punto interrogativo, un buco nero che divora. Tutto è messo in discussione, continuamente. Ogni certezza di oggi appare una variabile impazzita del domani. Qualsiasi aspetto del mio presente (lavoro, vita privata, realizzazione personale, hobby ecc.) esiste adesso, ma con scarsissime probabilità caratterizzerà anche il mio avvenire.
Come si fa a pensare al futuro senza paranoie, insicurezze e crisi d’ansia? Come si può progettare qualcosa su un terreno scivoloso e instabile come quello che calpestiamo ogni giorno?
Ogni volta che rifletto sul mio domani un nodo alla gola mi attanaglia. La situazione odierna non fa ben sperare…
E’ certamente più facile rivolgersi a ciò che si conosce e rimanerci aggrappati. Si hanno più argomenti a disposizione, più parametri di giudizio, più spiegazioni a portata di mano. E’ assai più comodo voltarsi indietro e tracciare bilanci piuttosto che giocare a dadi con la sorte.
E poi non si fa altro che ripetere che le nuove generazioni sono rovinate, che la scuola è agli sfasci, che gli italiani sono reality dipendenti, che i politici pensano solo ai propri quartierini, che c’è corruzione, violenza, razzismo, ingiustizia, inciviltà…
Ovvio che la reazione più istintiva è quella di appiccicarci il passato addosso e sussurrare, come fanno i nostri nonni “si stava meglio quando si stava peggio“.
4 commenti Settembre 19, 2006