Archivio Ottobre, 2006

Bravo Lippi!

«Sono costretto con sofferenza a lasciare la trasmissione in quanto non sono disposto ad apporre la mia firma e prestare la mia faccia a disvalori che non condivido e che tradirebbero la fiducia del mio pubblico».

Era ora! Ci voleva tutto questo tempo a Claudi Lippi per mollare il contenitore domenicale più trash della televisione italiana? Ci volevano tutte le pagliacciate, le prese per i fondelli, le risse costruite a tavolino, le gag ridicole, le scenette grossolane messe in piedi una puntata dopo l’altra?

Per me è sempre valsa l’associazione Lippi = Buona Domenica ergo Lippi = personaggio risibile. Non ho mai sopportato le sue performance da pagliaccio, le sue lacrimevoli interpretazioni parodistiche. Lippi non è un comico, non fa ridere, nemmeno col naso da clown o la parrucca in testa.

Mi auguro che si sia reso conto sul serio di quanto fosse caduto in basso… Anni e anni a Buona Domenica sono duri da cancellare. Il marchio di “scarsa qualità” gli starà appiccicato addosso a lungo. Ma almeno, adesso, potrà iniziare la strada delle disintossicazione e recuperare un po’ di decoro. Che si dia a un quiz, a Paperissima, alle televendite. Tutto è meglio della banda di Perego & Co.

Lo squallore di quell’ambiente risuona, amplificato, nella reazione di Cesare Lanza, capo progetto di Buona Domenica, alle dimissioni di Lippi: «Non vorrei che l’insofferenza di Claudio fosse dovuta ad altri motivi, cioè al fatto che svolge un ruolo inferiore a quello che vorrebbe, come accadde già a Domenica In. Ma quando ha accettato di lavorare con noi sapeva bene quali sarebbero stati i suoi spazi. Nessuno lo costringe a intervenire nel ring». Il clima di stima e rispetto reciproco trabocca…

Ora mi chiedo chi prenderà il posto di Lippi. Pupo? La Arcuri? Costantino? Mi sembrano tutti candidati di prim’ordine…

Aggiungi un commento Ottobre 29, 2006

Il diavolo veste Prada

Un film spensierato che tanto spensierato non è. Questo il succo, a mio avviso, del “Diavolo veste Prada“.
Perché è vero che si sorride e si rimane incantati di fronte allo splendore degli abiti e alla frenesia della vita newyorkese, ma c’è anche spazio per qualche riflessione. Sui compromessi a cui bisogna scendere, sulle umiliazioni che tocca subire, sul bivio in cui si ritrovano molte donne, sull’amore, sugli amici, sulle abitudini che si perdono.

L’interpretazione di Maryl Streep regala alla visione un soffio di eccellenza. La sua Miranda Priestly, direttrice superba e meschina di Runway, celeberrimo magazine di moda, è impeccabile. Vanitosa e cinica, autoritaria e irrispettosa, elegante dalla punta dei capelli fino ai tacchi 100% Prada, si fa odiare da chiunque, tranne che dal pubblico.

La trama ricalca per filo e per segno il romanzo di Lauren Weisberger “Devil wears Prada”. Andrea, interpretata da Anne Hathaway (bella da mozzare il fiato) è una neo-laureata ambiziosa e impegnata, desiderosa di intraprendere la strada del giornalismo.
Senza nemmeno rendersene conto capita in una delle più ambite case editrici di New York, come assistente della potentissima Miranda Priestly.
La sua scarsa propensione al mondo della moda e la totale inesperienza la faranno ben presto entrare in conflitto con i colleghi e soprattuto col capo supremo.
Solo dopo ripetute mortificazioni e colpi bassi Andrea riuscirà ad allinearsi agli standard imposti dall’azienda e dal suo ruolo. A suon di stiletto e capi griffati la recalcitrante assistente si trasformerà in una battagliera e impavida specialista del fashion.

Ma mentre la carriera avanza in modo fulmineo, la vita privata scivola via. Il suo ragazzo dagli occhioni imbronciati è lontanissimo da quel mondo dorato, i suoi amici non condividono le sue mosse. Andrea si ritrova di fronte a un bivio. E la scelta che farà, quando si sentirà messa alle strette, sarà quella più scontata (almeno per quello che ci si aspetta da un film di questo tipo).

Alcuni frame che ricorderò con piacere: lo sguardo stizzito di Miranda e la sua faccia nell’unica inquadratura in cui appare senza trucco, le esilaranti performance del suo fedele collaboratore Nigel, gli accessori di Andrea nella versione stylish, il traffico giallo dei taxi di NY, l’apparizione di Valentino che non si capisce se è l’originale o la versione Ballantini.

3 commenti Ottobre 24, 2006

La notte dei pubblivori

La tappa romana della manifestazione dedicata alle pubblicità più significative del mondo, non è stata altro che una sequenza ininterrotta di spot sullo schermo di un cinema. Dalle 10.30 fino a notte fonda, per una grande scorpacciata di advertising di qualità.
Divise in categorie: sociali, a sfondo erotico, gay friendly, contro le droghe, a effetti speciali, molte delle pubblicità proposte hanno provocato risate, stupore e consensi generalizzati.

Provo a descriverne qualcuna che ricordo.
1) Un uomo elegante e fascinoso cammina con un secchio in mano verso la sua auto. E’ in un garage e l’automobile è un modello sportivo extra lusso. Il tipo distinto si solleva le maniche della camicia e con uno straccio bagnato comincia a lavare la macchina. Ma mentre muove lo strofinaccio bagnato, la carrozzeria si riempie di graffi e strisciate. Lui insiste sul cofano, sulle portiere e si odono stridii, suoni acuti di sfregamento e abrasione. L’auto diventa un groviglio di raschiature e l’uomo continua a strofinare, soddisfatto. Alla fine compare il claim: Ogni giorno milioni di persone fanno lo stesso, coi propri denti, e il dentifricio reclamizzato fa il suo ingresso sul video.

2) Due ragazzi appesantiti e annoiati addentano i loro panini al tavolo di un fast food. Lui mangia ingordo, lei lo osserva scettica. A un certo punto la giovane si alza e con aria di sfida comincia a cantare e ballare, accompagnata da una musica dance di sottofondo :”Ti ho tradito con il tuo capo! Lui sì che è un uomo vero! Ha la macchina potente e soldi a palate!“. Mentre la ragazza esegue la sua performance, il ragazzo, all’inizio frastornato, comincia a muoversi al ritmo di quella canzone, a fare segno di sì con la testa, a battere i piedi seguendo il sound. Gli altri avventori osservano la scena divertiti e la ragazza, sempre più carica e convinta, conclude la sua esibizione con “… e poi lui mi bacia dove tu non hai mai fatto!”. Poi si incammina verso l’uscita e salta sull’auto decappotabile guidata dal boss. Il claim è una cosa del tipo “Il potere della musica!” e compare il logo di una famosa emittente radiofonica.

3) In un villaggio africano perduto nel tempo e nello spazio la popolazione è spaventata per l’apparizione di qualcosa di tremendo. Non si capisce cosa sia, la telecamera riprende solo ragazzini che scappano terrorizzati, adulti che si chiudono nelle loro capanne per nascondersi, gente in fuga. Tutti noi ci aspettiamo che una creatura orrenda si stia facendo strada, invece, colui che ha seminato paura e raccapriccio non è altro che… un anziano signore che cammina a apasso lento, con aria mesta. Il messaggio finale, commovente, recita: “L’aspettativa di vita in Africa è 40 anni. La popolazione non sa più qual è il vero aspetto di un vecchio…“.

La pubblicità che più mi ha scosso è quella che ha proposto una classica scenetta familiare all’interno di una macchina. Papà giovane alla guida, sorridente e premuroso. Mamma al suo fianco, bella e dolce. Dietro la figlioletta che gioca con una piuma a solleticare delicatamente il viso di sua madre. Intanto la voce di sottofondo fa: “Questi genitori vogliono così bene alla loro bimba… non le farebbero mai nulla di male… “. E d’un tratto, a spezzare con agghiacciante crudezza l’armonia del quadretto, la dinamica di un incidente. Il papà frena di botto e la figlia, senza cinture di sicurezza, è catapultata come un razzo addosso al vetro anteriore. Durante l’impatto la voce conclude il messaggio “(…) ma gliene fanno! Allacciare le cinture di sicurezza salva la vita!“.

Potrei proseguire a raccontare l’advertising dell’Honda che mostra tutti i passaggi di un circuito avveniristico, o quella delle console multimediali che sembrano i trailer di film apocalittici, o ancora quelle che promuovono l’uso del preservativo, ironiche, azzardate e fuori di testa. Invece mi soffermo su un’amara considerazione: tra le pubblicità presentate, quelle che conoscevo o avevo già visto in TV erano pochissime… Come a dire che il materiale di qualità è riservato alle rassegne, mentre la roba banale e priva di creatività alle nostre case…

Non ci meritiamo mai nulla di buono noi altri?.

Aggiungi un commento Ottobre 22, 2006

English 24

It is called English 24, and it is a brand new magazine by Il Sole 24 Ore. It is issued every month at the price of 5,90 euro. It is a good way to brush up with English.
The magazine is full of original articles from international newspapers and magazines, without any short cut that could help the italian readers. The topics are different and interesting, ranging from Scienze and Technology to News and Curiosity.

To make the reading easier, however, there are a lot of vocabolary focus, examples and explanations.
What’s more, the reader has the chance to listen to some articles and rewievs, thanks to the CD enclosed. The actors in the CD are English mothertongue and it can be hard to understand them thoroughly. No fake this way!

I would recommend English 24 to everybody aim to improve and exercise their English knowledge. And also to everyone who love this language and like to read it, even at the most difficult level. I wouldn’t recommend the magazine neither to English beginners nor to unconvinced English learners.

I feel good when I look through the magazine as I walk on the treadmill…

1 commento Ottobre 17, 2006

L’artista dell’Ara Pacis

C’è un signore con una grossa inventiva e un acuto senso dell’humour, che espone le sue opere d’arte proprio al centro di Roma.
E’ un tipo eccentrico e fuori dall’ordinario. La galleria in cui presenta i suoi lavori è un muretto. Per essere precisi, una serie di muretti che costeggiano il parco di Piazza Augusto Imperatore, alle spalle dell’Ara Pacis.

Il suo forte è richiamare l’attenzione dei passanti e rendere la loro passeggiata più divertente. Mentre lui se ne sta in piedi, a recitare come una litania le scritte impresse sulle pareti del museo che ha di fronte, la gente ammira le sue originali creazioni.
La sua è arte contemporanea al 100%, poiché utilizza solo materiali metropolitani: cartoni di latte vuoti, bottiglie di plastica consumate, spiccioli d’euro, sassi, mattonelle, buste di carta ecc.

Ogni sua opera fa o sorridere o riflettere, ed è accompagnata da un testo scritto di suo pugno che spiega il concetto che intendeva esprimere. Ecco qualche esempio: in un contenitore di vetro, chiuso, vi sono alcuni centesimi di euro e, accanto, la scritta “Rompere in caso di necessità“; vicino a una busta di latte accartocciata c’è la sigla “bed and breakfast“; sopra un muricciolo sgombro campeggia l’avviso “opera trafugata“.

Per non tagliare fuori nessun tipo di pubblico, l’artista dell’Ara Pacis fornisce anche la versione in inglese dei suoi testi. I turisti hanno il diritto come tutti di comprendere!

Le “opere” messe in vetrina sono numerose, improvvisate, argute. Tra una e l’altra si affaccia anche una specie di diario di bordo, aperto, con una penna lasciata lì per scrivere i propri commenti. Tra quelli che sono riuscita a sbirciare, c’erano solo complimenti (”Sei un genio!!!” oppure “Sei grande!”) firmati da studenti e visitatori.

Quando l’ho incontrato, mi sono domandata da quanto tempo fosse lì questo signore (giorni? mesi? anni?), se fosse un personaggio noto, se “vivesse” nel parco, se si spostasse qua e là per la città, se il suo obiettivo fosse semplicemente incuriosire, se la sua arte fosse il suo vero lavoro, se facesse altro nella vita e se sì cosa…
Un po’ come succede quando si va a vedere una mostra o una rappresentazione teatrale e ci si informa sul pittore, sugli attori, sugli artisti protagonisti, per capire di più.
Ma quando ho cercato informazioni sull’uomo dell’Ara Pacis, non ho trovato nulla su Internet, nemmeno un cenno…
Per questo ho deciso di dedicargli io qualche riga, per dirgli “bravo” e… “continua a far brillare gli angoli più suggestivi di Roma con i tuoi guizzi“. “Non se ne vedono mai opere d’arte come le tue“.

5 commenti Ottobre 15, 2006

Una parola che fa ricordare

Era da tempo che non sentivo pronunciare la parola “disgraito“. Una mia amica avvocato, durante una discussione accesa, nella quale le si è persino gonfiata la vena sul collo (indice di gran fervore), l’ha urlata teatralmente qualche giorno fa.
Se uno è disgraziato, fannullone e pure disgraito mica può pretendere l’affidamento dei figli?“.
Un aggettivo impregnato di romanità. Colorito e teatrale.
Mi ha catapultato indietro, a un “milione” di anni fa. Quando mia nonna la usava per apostrofare qualche discolo del quartiere. “Ma guarda ’sto disgraito, non se la smette de fa’ casino!“.
Mi ha fatto sorridere e riflettere sul fatto che le parole hanno un potere sconfinato. Anche un termine come “disgraito”, di per sé gergale e prosaico, può nascondere una storia affascinante e dalla trama arzigogolata. La mia parla di infanzia a casa dei nonni, pomeriggi a giocare con i cuginetti, odore di cipolla e sugo in cucina.

Aggiungi un commento Ottobre 14, 2006

Sogni

Ale: “Hai letto Un posto nel mondo?”.
Io: “…no. Mi sono persa qualcosa?”.
Ale: “Leggilo, poi dimmi cosa ne pensi. A me ha fatto riflettere e preoccupare… Molto!”.
Io: “Scusa, ma non è il libro di Fabio Volo? E Fabio Volo ti fa preoccupare?”.
Ale: “Sì, mi sono immedesimata molto”.
Io: “Perché?”.
Ale: “Dice che i sogni sono il motore della vita. Se non hai un sogno non sei niente, vali meno di zero”.
Io: “Ah”.
Ste: “A me non ha fatto nessun effetto il libro…”.
Ale: “Io che sogno ho? Io non ce l’ho un sogno vero…”.
Io: “Ma come? Pensaci bene, ce l’avrai un sogno…”.
Ale: “Avere una famiglia? Boh, ma non è un sogno questo…”.
Io: “Per molti sì”.
Ale: “Una cosa che vorrei è non vivere per lavorare. Lavorare per vivere sì, ma non il contrario. Può essere un sogno questo? Io voglio lavorare per potermi godere i soldi che guadagno!”.
Io: “Allora misà che non ne guadagnerai mai tanti…”.
Ale: “E tu, qual è il tuo sogno?”.
Io, titubante: “Mah… scrivere un libro“.
Ale: “Oh, questo sì che è un bel sogno. Brava!”.
Io: “Grazie”.
Ale: “Fabio Volo dice che se una persona non realizza il suo sogno non può essere felice. Mai”.
Io: “Mica è il Dalai Lama“.
Ale: “Io però, a pensarci bene, un sogno in realtà ce l’ho!”.
Io: “Visto? Te lo dicevo…”.
Ale: “Il mio sogno è vincere al Superenalotto!”.
Io: “…”

Aggiungi un commento Ottobre 13, 2006

Nuovomondo

Mi succede sempre così. Quando un film di un regista che non conosco mi piace, desidero fortissimamente vedere anche tutti gli altri suoi lavori.
Stasera, non appena sono comparsi i titoli di coda di “Nuovomondo“e il pubblico in sala ha accennato un timido applauso, io ho cominciato a fantasticare sulle prossime visioni: “Respiro“, “Once we were strangers” e non so che altro.
Emanuele Crialese è un emerito sconosciuto per me, e me ne dispiace. Avrei potuto avvicinarmi prima al suo cinema e assaporarlo pian piano, con più gusto. Invece, adesso, mi aspetta una scorpacciata, con il rischio da indigestione che ne potrebbe derivare…
Riguardo Nuovomondo, è la carica emotiva dei personaggi l’aspetto che mi ha più incantato. Mi sono affezionata all’istante a papà Salvatore e ai suoi figli. Mi ha intenerito e divertito senza eguali Donna Fortunata, la mamma superstiziosa e invadente.

Il ritratto di una Sicilia di altri tempi, altri linguaggi, altri sapori, è un intenso richiamo al nostro passato. Quando uomini e donne senza scarpe e con due stracci addosso si imbarcavano su una nave sconosciuta e attraversavano speranzosi il “Grande Luciano” (vale a dire il Grande Oceano).
L’America era la nuova Terra, quella con le “scatole che portano in cielo la gente” (gli ascensori), con gli ortaggi dalle dimensioni pantagrueliche e il latte in abbondanza. Quella che offriva una possibilità di salvezza e di una vita meno misera.

La decisione di partire, il viaggio in mare, l’arrivo ad Ellis Island, gli esami clinici e psicologici affrontati, tutto il percorso dei protagonisti è segnato dalla sofferenza. Ma il dolore che attraversa il film si alterna alla tenerezza, alla sorpresa, alla speranza.

La regia di Crialese è allo stesso tempo “leggera” e profonda, suadente e avventurosa. Una scena per tutte: la nave che si allontana dal porto siciliano, con la gente a bordo che si confonde con quella rimasta a terra.
Poi ci sono i sogni di Salvatore che saltano fuori quando meno te l’aspetti. E l’inizio di un amore. C’è anche un muto che riesce a parlare…
C’è la storia e la poesia. La verità. Il passato e il presente.

Aggiungi un commento Ottobre 8, 2006

Sky, TV a pagamento?

I miei sono abbonati a Sky e vanno pazzi per Lost. Da qualche settimana a questa parte il loro lunedì sera è diventato sacro: se ne stanno in religioso silenzio e attonita contemplazione davanti alla TV.
Gli aitanti dispersi in mezzo all’oceano potrebbero dormire sonni tranquilli se tutti i loro fan fossero accaniti e imparziali quanto i miei genitori. Mentre i vertici di Sky farebbero meglio a guardarsi le spalle…
Una TV a pagamento non dovrebbe garantire una visione “pulita” delle trasmissioni? Non dovrebbe offrire un palinsesto libero dai condizionamenti pubblicitari e scevro dalle ripetute interruzioni degli spot?

Stasera ero presente quando mamma e papà hanno pigiato il canale 110, Fox, per sintonizzarsi sull’isola dei sopravvissuti, e sono rimasta sbalordita. Mi aspettavo uno scorrere fluido e continuo del telefilm, una messa in onda lineare, e invece…
Dopo pochi minuti dall’inizio della puntata è partita, come un fulmine, la prima sequenza pubblicitaria. Esattamente come accade nella tv generalista.
Ma fanno tutta questa reclame?” ho domandato stupita a mia madre e lei, concisa “Aivoglia! Attacca ogni 15-20 minuti e dura pure parecchio!”.
Calcolando che una puntata, al netto dalle pause, è di 60 minuti circa, con tutti i break arriva sicuramente a sfiorare i 90. Non è incredibile?
Papà dice che i film su Sky, al contrario dei serial, non vengono spezzettati dall’advertising e proseguono integri fino alla fine (al massimo c’è uno stacco tra i due tempi).
Immagino che Lost sia una perla preziosa nella programmazione del satellite, ma infarcirlo di spot non è controproducente? Il pubblico potrebbe iniziare a sbuffare, a cambiare canale, a rimpiangere Mediaset (che almeno non ti fa aprire il portafoglio). E, soprattutto quello più giovane, stizzirsi a tal punto da abbandonarsi alla tentazione di passare alle vie meno ufficiali. Su Internet le puntate vengono diffuse con un giorno di ritardo, ma si possono seguire tutte d’un fiato.
E’ vero, anche l’ADSL si paga, ma almeno le trasmissioni siamo noi a interromperle, se vogliamo, e non siamo costretti a buttare al vento minuti e minuti della nostra vita.

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