Una parola che fa ricordare
Era da tempo che non sentivo pronunciare la parola “disgraito“. Una mia amica avvocato, durante una discussione accesa, nella quale le si è persino gonfiata la vena sul collo (indice di gran fervore), l’ha urlata teatralmente qualche giorno fa.
“Se uno è disgraziato, fannullone e pure disgraito mica può pretendere l’affidamento dei figli?“.
Un aggettivo impregnato di romanità. Colorito e teatrale.
Mi ha catapultato indietro, a un “milione” di anni fa. Quando mia nonna la usava per apostrofare qualche discolo del quartiere. “Ma guarda ’sto disgraito, non se la smette de fa’ casino!“.
Mi ha fatto sorridere e riflettere sul fatto che le parole hanno un potere sconfinato. Anche un termine come “disgraito”, di per sé gergale e prosaico, può nascondere una storia affascinante e dalla trama arzigogolata. La mia parla di infanzia a casa dei nonni, pomeriggi a giocare con i cuginetti, odore di cipolla e sugo in cucina.
Aggiungi un commento Ottobre 14, 2006