Sogni L’artista dell’Ara Pacis

Una parola che fa ricordare

14 Ottobre, 2006

Era da tempo che non sentivo pronunciare la parola “disgraito“. Una mia amica avvocato, durante una discussione accesa, nella quale le si è persino gonfiata la vena sul collo (indice di gran fervore), l’ha urlata teatralmente qualche giorno fa.
Se uno è disgraziato, fannullone e pure disgraito mica può pretendere l’affidamento dei figli?“.
Un aggettivo impregnato di romanità. Colorito e teatrale.
Mi ha catapultato indietro, a un “milione” di anni fa. Quando mia nonna la usava per apostrofare qualche discolo del quartiere. “Ma guarda ’sto disgraito, non se la smette de fa’ casino!“.
Mi ha fatto sorridere e riflettere sul fatto che le parole hanno un potere sconfinato. Anche un termine come “disgraito”, di per sé gergale e prosaico, può nascondere una storia affascinante e dalla trama arzigogolata. La mia parla di infanzia a casa dei nonni, pomeriggi a giocare con i cuginetti, odore di cipolla e sugo in cucina.

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