Ammissioni Mare dentro

La dura legge del giornalismo

15 Novembre, 2006

Pensavo allo sciopero dei giornalisti, al loro impeto. Pensavo ai discorsi sulla precarietà, sullo sfruttamento dei tanti stagisti, alla rabbia di chi scrive, scrive, scrive tutti i giorni, senza ottenere riconoscimenti o compensi. Pensavo a tutto questo quando, a lavoro, arriva una ragazza che mi ci ha fatto pensare ancora di più.
E’ una new entry in redazione. Presentandosi ha sfoggiato un sorriso aperto e speranzoso. Finalmente vede una prospettiva, una possibilità di riscossa.

Mi ha raccontato la sua storia di stagista per 1 anno e mezzo in una nota agenzia di stampa… Lavoro forsennato dalle 9.00 alle 22.00, viaggio disumano per raggiungere la sede, commissioni ingiuste, sopraffazioni ripetute, colleghi raccomandati all’inverosimile…

Lei ha stretto i denti fino a quando ha potuto: 1 anno e mezzo senza un euro, poi la proposta di una retribuzione misera: 250 euro lorde, per chissà quanto altro tempo. Nessuna garanzia tangibile, solo la chimera di un contratto da giornalista, prima o poi, alla fine del tunnel.

Come se diventare giornalisti ripagasse di tutti i sacrifici. Come se entrare in un albo elitario e serratissimo aprisse la via alla fama, alla celebrità, al benessere economico. Come se mostrare quel fatidico tesserino significasse essere riconosciuti o apprezzati maggiormente.
Eppure tutti lo vogliono, tutti lo cercano (me compresa). Per soddisfazione personale, per dire: “Anch’io ce l’ho fatta!”.

La mia nuova collega sa che nell’azienda in cui è arrivata non si diventa giornalisti. O meglio, non sulla carta. Si scrive, si idea, si intervista, si progettano riviste. Ma si rimane redattori. Anzi Editor, che fa più fighi.
Al massimo si può aspirare al bistrattato tesserino da pubblicisti
Eppure l’aria che si respira è lieve. Non ci sono promesse non mantenute, orari di lavoro da caserma, prese per i fondelli… Non esistono esortazioni da parte di superiori odiosi come “Cara, se esci ti dispiace comprarmi un kg di mele al mercato?” o simili.
C’è quello che viene offerto all’inizio, nero su bianco: una busta paga dignitosa, un cartellino da timbrare, 8 ore di impegno costante, una possibilità di ammalarsi o assentarsi senza rischiare il posto.

Non ci sarà la gloria, ma un po’ di civiltà sì.

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