Punti di vista
“Nessuno è nato sotto una cattiva stella; ci sono semmai uomini che guardano male il cielo”.
- Dalai Lama -
Aggiungi un commento Gennaio 24, 2007
“Nessuno è nato sotto una cattiva stella; ci sono semmai uomini che guardano male il cielo”.
- Dalai Lama -
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Il titolo è ambizioso. C’è dentro un proposito che accomuna tutti i popoli e tutte le generazioni, da sempre. Il desiderio di vivere a pieno, di raggiungere quello stato di adrenalina e di euforia che solo la felicità può regalare.
Chris Gardner, interpretato da un emozionante Will Smith, prima di centrare il suo obiettivo, fa i salti mortali.
E’ un venditore che non riesce più a vendere, con una moglie delusa e un figlioletto a carico. Quando le bollette, le multe e l’affitto diventano troppi, e troppo alti, Chris si ritrova in mezzo a una strada, col dovere di proteggere suo figlio, nonostante le immani difficoltà.
Chris è un uomo brillante e capace, con una determinazione incrollabile. La sua motivazione è più forte delle avversità. Così riuscirà ad essere ammesso ad uno stage presso un’importante società di consulenza finanziaria e a sopravvivere dignitosamente pur senza avere un tetto sotto cui dormire.
L’elemento che caratterizza maggiormente Chris, a parte la forza di volontà, è l’urgenza di correre. Corre per andare a lavoro, per tuffarsi sull’autobus in corsa, per accompagnare il figlio all’asilo, per prenotare un posto letto nel ricovero pubblico, per recuperare ciò che gli è stato rubato, per accaparrarsi un cibo caldo, per un appuntamento d’affari. Corre con la valigia, con l’abito e la stampella in spalla, con il figlio che lo segue, con il libro in mano.
Non si ferma mai. E proprio il suo muoversi di continuo, senza arretrare o prendere fiato, rappresenta la sua vittoria più grande. E’ la metafora del non arrendersi, del provarci fino in fondo, del non tirarsi indietro. Perché con il sacrificio, la convinzione e lo spirito d’iniziativa è possibile realizzare qualsiasi obiettivo.
E’ la favola del sogno americano, di una società che premia la meritocrazia, che offre una seconda chance, che apre le porte ai tenaci.
Anche se alcune circostanze ricordano Le mille e una notte, diversi momenti risultano mielosi e il lieto fine appare scontato, la tensione emotiva provocata dal film è vera, e si sente. Will Smith è molto convincente ed espressivo. La sua recitazione ha spessore, lucidità, grinta. Le sfortune e le disgrazie del suo Chris restano sullo stomaco e si dissolvono soltanto alla fine, quando il bene trionfa sul male.
Muccino probabilmente è solo una pedina del Deus ex machina Hollywoodiano, come sostengono in molti, ma il suo compito l’ha svolto bene, con diligenza e misura.
1 commento Gennaio 21, 2007

E’ vero, qualcuno si è alzato e ha lasciato il cinema a metà film. E qualcun altro ha bofonchiato ininterrottamente, lamentandosi e ridacchiando per la maggior parte del tempo. Ma qualcun altro ancora, me compresa, ha apprezzato l’originalità della storia, la scelta di concentrarsi esclusivamente sulla forza del messaggio, trascurando tutto il resto (ambientazione, effetti speciali, musiche).
Ho amato le gag ricorrenti, le provocazioni del regista, la figura di un Grande Capo fantoccio, pagato per interpretare un ruolo che non conosce ma in cui si immedesima totalmente. E ho riso per i ripetuti fraintendimenti, per le follie di ciascuna persona coinvolta nel meccanismo, per le sfaccettature sorprendenti della vicenda.
Lars Von Trier non lo conoscevo nella veste di commediografo. “Le Onde del destino” era tutt’altro che comico, così come “Dogville” o “Menderlay“. Ma tutte le opere dirette dal regista danese hanno un filo comune che le lega: la volontà di rompere gli schemi, di comunicare col pubblico in modo differente, lontano dai canoni a cui è abituato.
La scelta, nel Grande Capo, di un metodo di ripresa innovativo, l’Automavision, che utilizza una camera fissa senza nessun operatore dietro, comandata da un computer che decide a caso cosa riprendere, è un’altra prova della volontà di sperimentare e distinguersi. E allora non importa che in alcune inquadrature i visi degli attori siano mezzi tagliati, conta il fatto che Von Trier riesca a mantenere alto il ritmo della storia e riempia i buchi di stile con i pieni della sua arte dissacratoria e sferzante.
Il canovaccio dell’opera è tanto semplice quanto geniale: il presidente di un’azienda informatica, che si è sempre finto un semplice dipendente, paga un attore disoccupato per interpretare il ruolo del Grande Capo, colui al quale il vero proprietario ha sempre dato la colpa di tutto, delle ingiustizie perpetrate nei confronti dei lavoratori, delle gite negate, dei reclami mai presi sul serio. L’attore scelto per la parte, entra talmente tanto nel ruolo da dimenticare il suo vero io e finire col modificare pesantemente il corso degli eventi.
L’ambiente lavorativo descritto nel film è spaventosamente veritiero. Al suo interno vige l’ipocrisia, la paura, l’invidia, la necessità di sentirsi considerati, l’insicurezza lacerante. Ma la tristezza di questo ritratto è mascherata dall’allegra rappresentazione portata sullo schermo. Il marcio, alla fine, è filtrato, sdrammatizzato con leggerezza e si riduce a uno spettacolo teatrale vero e proprio, con tanto di finale a effetto.
Aggiungi un commento Gennaio 16, 2007

Il programma era quello di andare a vedere “La Ricerca della Felicità“, ma la calca formatasi alla biglietteria e i motorini parcheggiati in quarta fila ci hanno fatto desistere. Così abbiamo inforcato lo scooter lasciandoci alle spalle il Warner Village di Piazza Repubblica e ci siamo diretti verso il mitico Mignon a piazza Fiume.
Come già è avvenuto molte volte in passato, questo cinema “alternativo” ci ha salvato da una serata grigia trascorsa a sorseggiare birra (lui) e Bacardi Breezer (io) abbatuffolati in un divanetto di un locale superaffollato del centro.
Il film in programmazione, La Guerra dei fiori rossi, ci aveva incuriosito per il titolo evocativo e per l’espressione del bambino nella locandina. Il trailer ci aveva intenerito perché mostrava le difficoltà di inserimento di un bimbo cinese di 2 anni in un rigoroso asilo statale.
Nonostante le premesse fossero esaltanti, dopo i 92 minuti del film, ho provato rammarico. Ho avvertito, nettissima, la sensazione che la pellicola avrebbe potuto coinvolgere e appassionare molto di più. Avrebbe potuto sorprendere, elevarsi, raggiungere picchi di grande intensità. E invece ha mantenuto una rotta lineare, percorrendo strade consuete e vie già battute.
Quiang è un bambino che ha tanto da ridire e tanto da disfare. Magari ha voglia di stravolgere il sistema, di aizzare i suoi compagni di asilo contro le maestre accentratrici, di scappare, urlare, scalpitare. Ma alla fine la sua ribellione è contenuta, racchiusa a livello intimo, un bisbiglio appena percepito dagli altri.
Il suo disagio è evidente solo quando non riesce a trattenere la pipì, quando fa dispetti agli altri e mette il broncio, ma tutto quello che gli ruota intorno appare impassibile, immutabile.
I fiorellini rossi che le maestre regalano ai bambini più meritevoli rimangono sulla lavagna (dov’è la guerra annunciata nel titolo?), i piccoli alunni continuano a compiere gli stessi, automatici gesti di sempre e le insegnanti a scoraggiare ogni loro impulso creativo.
La vita all’interno dell’asilo, che con l’ingresso di Quiang sembra dover ricevere un brusco scossone, non viene intaccata. Le maestre, in fondo, non sono tremende come all’inizio potrebbero apparire e l’urgenza di trasgredire da parte dei piccoli allievi non si manifesta nella realtà (fatta eccezione per l’unica notte in cui si alleano per sconfiggere quella che credono rappresenti un mostro divoratore di bambini!).
In alcune scene del film l’azione stenta a decollare. Un po’ di noia subentra qua e là, alternandosi ai momenti di tenerezza e complicità suscitati dal piccolo protagonista della storia.
Non dev’essere stata un’impresa semplice, per il regista Yuan Zhang, gestire un cast formato da così tanti bambini. E gli è riuscito piuttosto bene, considerando il sentimento di simpatia e dolcezza che ha generato nel pubblico.
Ma “La guerra dei fiori rossi”, pur se poetico e delicato, non è il capolavoro che avrebbe potuto essere.
Aggiungi un commento Gennaio 15, 2007
Riporto di seguito il mio articolo pubblicato sul bimestrale La Palestra di gennaio-febbraio.
La scelta, da parte dei gestori, di offrire un programma di corsi all’avanguardia rischia di destabilizzare buona parte degli iscritti.
Ore 10.00 della mattina. Lunedì. La signora Rossi, casalinga sulla cinquantina, esce di casa dopo aver rassettato i letti e provveduto a rifornire il frigorifero. Ha tutta la giornata per sé e tanto tempo a disposizione. Suo marito è a lavoro, tornerà solo nel pomeriggio. I figli, ormai sull’orlo dei 30, rientreranno a casa per cena. Quando chiude la porta di casa, la signora Rossi indossa scarpe da ginnastica e tiene in spalla una sacca sportiva. L’aspetta un’ora e mezza di allenamento in palestra. La sua lezione preferita è “Body Work”, esercizi per tutto il corpo a tempo di musica. Ma oggi riceverà un’amara sorpresa perché il suo corso è stato sospeso. Al suo posto è prevista un’ora di “TBC” (Total Body Condition). Con lo sguardo corrucciato la signora Rossi osserva interdetta il nuovo programma di lezioni settimanali… Per lei si mette male: non capisce il significato delle sigle che riempiono la tabella e si considera un’aliena. Tutti quei termini innovativi la fanno sentire a disagio, inadeguata… Forse la palestra non è più un posto adatto ai cinquantenni come lei. Forse sarebbe il caso di lasciare spazio ai giovani.
Un pubblico variegato
L’esempio della signora Rossi, volutamente provocatorio, mette in luce lo smarrimento e il disorientamento di una persona che non considera l’attività fisica una faccenda di costume e tendenza.
La scelta, da parte dei gestori di club sportivi, di puntare su un programma di lezioni all’avanguardia e in linea con le mode del periodo può rivelarsi molto azzardata. Tra i frequentatori abituali delle palestre ci sono tante signore Rossi, legate a un allenamento tradizionale e spaventate dal nuovo che non conoscono. Il bacino di utenza dei centri fitness si è allargato e comprende non solo i patiti, quelli che si mettono in prima fila e non perdono nessuna lezione, ma anche le persone più mature, le donne che non lavorano, le ragazze poco avvezze all’attività fisica, gli uomini che non attribuiscono alla palestra un’importanza primaria.
L’utente che rientra in queste categorie non chiede l’ultima versione di step coreografico high impact… Preferisce allenarsi in armonia con se stesso e col resto del gruppo, senza apparire impacciato e fuori luogo.
Corsi azzardati
La tendenza prevalente degli ultimi anni è quella di costruire tabelle orarie settimanali innovative e ricche di corsi dai nomi spericolati e avventurosi. Sono moltissime le lezioni in palestra con denominazioni originali e fashion. Le formule straniere si sprecano, così come le abbreviazioni, gli acronimi, le parole tronche, le invenzioni belle e buone. L’obiettivo del titolare o del responsabile è quello di trasmettere un’immagine giovane e dinamica del proprio centro, al passo con i tempi. Tale scelta strategica da un lato ha buone probabilità di successo tra gli sportivi a 360°, quelli che si lanciano a braccia aperte in qualsiasi evento fitness, ma dall’altro tende ad allontanare le persone più scettiche nei confronti dell’allenamento, che hanno bisogno di rassicurazioni e certezze.
Il giusto equilibrio
Occorre mantenere un sano equilibrio, che accontenti il maggior numero di frequentatori. Tra cavalcare le correnti d’oltreoceano e rimanere aggrappati al passato, esiste una via di mezzo. Bisogna differenziare la schedule settimanale se non si vuole rischiare di perdere fette importanti di utenza. I corsi che si svolgono di mattina, e che si rivolgono generalmente a donne che non lavorano, a pensionati e a studenti universitari, dovrebbero prevedere lezioni mirate, immediatamente riconoscibili e identificabili dal target principale. Al contrario, il tardo pomeriggio e la sera la palestra è frequentata soprattutto da giovani e adulti lavoratori, così come da studenti di scuole superiori, ovvero da un pubblico più ricettivo ai cambiamenti e dalla mentalità flessibile. È tale bacino di clientela il più interessato alle novità e pronto a farsi allettare da corsi sconosciuti, dalle definizioni eccentriche. In via generale è importante sempre accontentare tutte le tipologie di utenti e creare una vita di palestra a misura di ognuno.
Il fattore location
La decisione di applicare definizioni suggestive e dal tocco esotico ai corsi di una palestra non può prescindere dalla collocazione geografica di quest’ultima. Se il centro sportivo è un moderno fitness centre sito in una metropoli, allora l’inserimento di lezioni all’avanguardia è coerente e necessaria. Se, all’opposto, la palestra si trova in un piccolo paese di provincia, isolato e scarsamente popolato, allora l’adozione di un linguaggio ipermoderno risulterebbe fuori luogo. Se, in ultimo, il circolo sportivo si trova nella periferia di una città medio/piccola, allora occorre dosare i termini nuovi con quelli vecchi in maniera sapiente e controllata.
Un corso… cento nomi
Molto spesso, chi realizza il programma per la sala corsi, dà libero sfogo alla fantasia. I gestori, o i direttori tecnici, danno prova di grande estro e creatività, cercando di sorprendere il pubblico con classi avveniristiche e all’avanguardia. Invece del classico “Gym Tonic” scrivono sulla tabella degli orari “Tone Up” oppure “Body Definition” o ancora “Total Tonic”, per fare più impressione e sembrare ultramoderni. In realtà, la sostanza della lezione è la stessa, cambia solo il nome che le viene attribuito: si tratta di un allenamento generale per il corpo che mira alla tonificazione e al rassodamento muscolare. Alcune volte, per un’ora di esercizi focalizzati sull’addome si usa l’estrosa definizione “Turbo Abdominal”, giocando con la forza della parola turbo e l’uso del sempre amato inglese. Altri esempi di creatività in sala fitness? La lezione di “Multy Sculpture”non è altro che una lezione di sollevamento pesetti; “Aero Tone” significa aerobica + tonificazione, “Jolly Class” lascia una dose di suspence al pubblico e non rivela il tipo di corso in programma.
Sono numerosi gli stratagemmi a cui si può ricorrere per aumentare l’appeal della palestra e invogliare le persone a iscriversi, ma occorre comprendere se sia realmente conveniente puntare sul fattore modernità a tutti i costi. In molte circostanze la chiarezza e l’immediatezza nella comunicazione si rivelano le uniche armi vincenti su cui vale la pena scommettere.
Aggiungi un commento Gennaio 14, 2007
“Pensare è il lavoro più arduo che ci sia,
ed è probabilmente questo il motivo per cui così pochi ci si dedicano”.
- Henry Ford -
Aggiungi un commento Gennaio 10, 2007
“Se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo”.
- Lupo Alberto-
Aggiungi un commento Gennaio 10, 2007

Tirando le somme, la più “normale” della famiglia Hoover è Olive, la bambina di 7 anni il cui più grande sogno nella vita è vincere il concorso di Piccola Miss California. Tutti gli altri hanno, chi più e chi meno, qualche rotella fuori posto.
Cominciamo dai genitori di Olive: papà Richard e mamma Sheryl; lui è un motivatore da strapazzi, cerca di diffondere il messaggio del sentirsi vincenti attraverso uno strampalato programma in 9 passi, ma lui stesso è un perdente per eccellenza; lei è una donna coi nervi tesi, in balia di una situazione familiare critica e una condizione economica tragica. Poi c’è il nonno di Olive, un arzillo vecchietto dalla voglia matta di trasgredire e con la fissa per sesso e droghe; lo zio della piccola Miss California è un professore di Proust depresso, gay, che non è riuscito nemmeno a suicidarsi ed è tenuto sotto sorveglianza da suo nipote Dwayne, il fratello di Olive, un adolescente a dir poco problematico. Fan di Nietzsche e suo discepolo, ha fatto voto di silenzio e comunica con schizzi feroci e pensieri nichilistici sul suo block notes.
Gli Hoover al completo, con tutte le loro follie a carico, montano su un camioncino sgangherato e si mettono in viaggio per la California, diretti a un concorso di bellezza che si dimostrerà di vitale importanza non solo per Olive. Durante il percorso, costellato di situazioni grottesche e inverosimili, succederanno eventi imprevisti: il nonno non si risveglierà più; il clacson del furgone si incastrerà senza rimedio e la frizione perderà la sua ragion d’essere; Dwayne recupererà la voce ma scoprirà di essere daltonico; Richard si farà promotore di un furto rocambolesco all’ospedale; un poliziotto non si accorgerà di un cadavere ma gongolerà di fronte ad abbondante materiale pornografico, Olive sarà la protagonista di uno streap tease mirabolante.
La parte finale del film, con le riprese del concorso di bellezza per bambine, mette in luce un mondo di piccole donne cotonate e ammiccanti che è sconvolgente. Le mosse suadenti, le labbra dipinte, gli ancheggiamenti da veline in miniatura scandalizzano più di tutte le scelleraggini compiute da questa atipica e simpaticissima famiglia americana.
Aggiungi un commento Gennaio 7, 2007

Grady McNeil sa perfettamente quello che vuole nella vita: non diventare mai come sua madre. A 17 anni la sua esistenza borghese le sta stretta, così come tutte le restrizioni che le vengono imposte.
Le regole ferree da rispettare, gli atteggiamenti troppo cerimoniosi, i rapporti superficiali tra le persone, sono tutte realtà che Grady si è sempre sforzata di accettare, contro la sua indole.
Per questo quando i suoi genitori decidono di partire per le vacanze estive lasciandola sola a casa, in una New York roboante e oppressa dal caldo, si sente euforica. Finalmente potrà frequentare il ragazzo che ama, Clyde, uno squattrinato che lavora in un parcheggio e ha un passato da veterano di guerra.
“Incontro d’estate” è il racconto di questi mesi infuocati di libertà, di queste giornate afose passate a fare l’amore, bisticciare e sognare.
Grady non è una ragazza ribelle in maniera scontata, ha una personalità complessa: si getta senza riserve tra le braccia di Clyde pur dubitando costantemente della sua buona fede, si scandalizza per un silenzio troppo lungo e si offende per una frase pronunciata a mezza bocca.
Clyde è circondato da un alone di mistero, racconta poco o nulla di sé, si atteggia a uomo vissuto, ma la sua apparente freddezza non riesce a mascherare i turbamenti del suo cuore. Grady non è certa del suo amore, anzi, il più delle volte è convinta che lui abbia un’altra ragazza, ma ciò non la fa desistere. Dubbi e ansie si alternano a momenti di felicità.
Un giorno uguale agli altri, all’improvviso, i due giovani prenderanno una decisione scioccante, inaspettata come un fiocco di neve a Roma, che modificherà il corso della loro vita. E non potranno tornare indietro, affronteranno le ire dei genitori, i pregiudizi sociali, le frustrazioni.
Truman Capote non ha mai terminato il libro che, anzi, fu ritrovato in parte e stampato solo dopo vent’anni dalla sua morte.
Che l’opera sia incompleta si sente… Mancano alcuni chiarimenti e sviluppi necessari. La linea che traccia i contorni dei personaggi è sfocata, pur se regolare e pulita nella tecnica.
Le parole riempiono le pagine e la mente di chi legge con maestria e scioltezza narrativa.
“Incontro d’estate” è una storia che sembra banale ma non lo è. I suoi protagonisti sono insieme incoscienti e saggi, scapestrati e pieni di senno.
Aggiungi un commento Gennaio 4, 2007

Era da tanto che non vedevo un film del genere. Così mediocre, disarticolato, sgangherato nei dialoghi e nei personaggi. Di fronte alla faccia e alle battute di Stefano Calvagna, che è anche regista e sceneggiatore della pellicola, le reazioni possibili sono due: smascellarsi dalle risate o spegnere di botto il televisore.
L’uomo spezzato prende spunto da un fatto di cronaca, un’accusa di pedofilia nei confronti di un professore innocente, ma è trattato in maniera talmente approssimativa da risultare finto, dall’inizio alla fine (la scena conclusiva rasenta il ridicolo).
Questa la trama: Laura (Federica Sbrenna), una ragazzina di 14 anni spavalda e con gravi problemi familiari cerca di sedurre il suo professore di arte, Stefano Malavasi (Stefano Calvagna). Le sue avances, però, non hanno l’effetto sperato e per vendicarsi la ragazza accusa l’uomo di molestie. Il professore subisce, da quel momento in avanti, ogni sorta di discriminazione, viene lasciato dalla moglie, infamato dalla stampa e cacciato via dalla scuola. Nessuno sembra credergli, fatta eccezione per una sua collega, Anna (Valentina Pace), insegnante di ginnastica dell’istituto. Dopo tante tribolazioni sarà scagionato grazie alla confessione di un’alunna, amica di Laura, che smetterà di tenerle il gioco. Stefano scoprirà però che nella mente della gente comune il suo vergognoso “marchio” non è stato affatto cancellato e che lo sdegno sociale lo accompagnerà sempre.
Calvagna ha voluto affrontare numerose tematiche importanti, senza la preparazione adeguata. Ha esagerato in tutto: troppo drammatiche le sue espressioni, troppo teatrali le battute, troppo macchiettistiche le situazioni. Come quella in cui ricorda il suo passato da manganellatore di poliziotti, o quella in cui la sua sola presenza determina la fuga coatta di ogni persona (e animale!) da un parco giochi. Parodistico risulta poi, nell’ultima scena, l’accostamento del suo grido di dolore al celebre “Urlo” di Munch.
E ancora, l’attrice Federica Sbrenna non risulta mai credibile; la sua interpretazione è alle volte imbarazzante (soprattutto quando si mette le mani tra i capelli e lancia grida disperate). Valentina Pace non convince nemmeno un po’ quando, battagliera, cerca di difendere la verità.
Infine uno scivolone da record: la foto del professore sbattuta su tutte le pagine dei giornali. Lui che è semplicemente accusato ma non ancora considerato colpevole. Calvagna se ne infischia della deontologia professionale, della privacy, delle più basilari norme giornalistiche. O forse non le conosce.
Prima di chiudere, una nota a parte: la colonna sonora. Negli intenti vorrebbe essere struggente e malinconica, nella realtà appare amatoriale e grossolana come il resto del film.
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