L’uomo spezzato

Era da tanto che non vedevo un film del genere. Così mediocre, disarticolato, sgangherato nei dialoghi e nei personaggi. Di fronte alla faccia e alle battute di Stefano Calvagna, che è anche regista e sceneggiatore della pellicola, le reazioni possibili sono due: smascellarsi dalle risate o spegnere di botto il televisore.
L’uomo spezzato prende spunto da un fatto di cronaca, un’accusa di pedofilia nei confronti di un professore innocente, ma è trattato in maniera talmente approssimativa da risultare finto, dall’inizio alla fine (la scena conclusiva rasenta il ridicolo).
Questa la trama: Laura (Federica Sbrenna), una ragazzina di 14 anni spavalda e con gravi problemi familiari cerca di sedurre il suo professore di arte, Stefano Malavasi (Stefano Calvagna). Le sue avances, però, non hanno l’effetto sperato e per vendicarsi la ragazza accusa l’uomo di molestie. Il professore subisce, da quel momento in avanti, ogni sorta di discriminazione, viene lasciato dalla moglie, infamato dalla stampa e cacciato via dalla scuola. Nessuno sembra credergli, fatta eccezione per una sua collega, Anna (Valentina Pace), insegnante di ginnastica dell’istituto. Dopo tante tribolazioni sarà scagionato grazie alla confessione di un’alunna, amica di Laura, che smetterà di tenerle il gioco. Stefano scoprirà però che nella mente della gente comune il suo vergognoso “marchio” non è stato affatto cancellato e che lo sdegno sociale lo accompagnerà sempre.
Calvagna ha voluto affrontare numerose tematiche importanti, senza la preparazione adeguata. Ha esagerato in tutto: troppo drammatiche le sue espressioni, troppo teatrali le battute, troppo macchiettistiche le situazioni. Come quella in cui ricorda il suo passato da manganellatore di poliziotti, o quella in cui la sua sola presenza determina la fuga coatta di ogni persona (e animale!) da un parco giochi. Parodistico risulta poi, nell’ultima scena, l’accostamento del suo grido di dolore al celebre “Urlo” di Munch.
E ancora, l’attrice Federica Sbrenna non risulta mai credibile; la sua interpretazione è alle volte imbarazzante (soprattutto quando si mette le mani tra i capelli e lancia grida disperate). Valentina Pace non convince nemmeno un po’ quando, battagliera, cerca di difendere la verità.
Infine uno scivolone da record: la foto del professore sbattuta su tutte le pagine dei giornali. Lui che è semplicemente accusato ma non ancora considerato colpevole. Calvagna se ne infischia della deontologia professionale, della privacy, delle più basilari norme giornalistiche. O forse non le conosce.
Prima di chiudere, una nota a parte: la colonna sonora. Negli intenti vorrebbe essere struggente e malinconica, nella realtà appare amatoriale e grossolana come il resto del film.
Aggiungi un commento Gennaio 1, 2007