Un corso… cento nomi Il grande capo

La guerra dei fiori rossi

15 Gennaio, 2007

Il programma era quello di andare a vedere “La Ricerca della Felicità“, ma la calca formatasi alla biglietteria e i motorini parcheggiati in quarta fila ci hanno fatto desistere. Così abbiamo inforcato lo scooter lasciandoci alle spalle il Warner Village di Piazza Repubblica e ci siamo diretti verso il mitico Mignon a piazza Fiume.
Come già è avvenuto molte volte in passato, questo cinema “alternativo” ci ha salvato da una serata grigia trascorsa a sorseggiare birra (lui) e Bacardi Breezer (io) abbatuffolati in un divanetto di un locale superaffollato del centro.

Il film in programmazione, La Guerra dei fiori rossi, ci aveva incuriosito per il titolo evocativo e per l’espressione del bambino nella locandina. Il trailer ci aveva intenerito perché mostrava le difficoltà di inserimento di un bimbo cinese di 2 anni in un rigoroso asilo statale.

Nonostante le premesse fossero esaltanti, dopo i 92 minuti del film, ho provato rammarico. Ho avvertito, nettissima, la sensazione che la pellicola avrebbe potuto coinvolgere e appassionare molto di più. Avrebbe potuto sorprendere, elevarsi, raggiungere picchi di grande intensità. E invece ha mantenuto una rotta lineare, percorrendo strade consuete e vie già battute.

Quiang è un bambino che ha tanto da ridire e tanto da disfare. Magari ha voglia di stravolgere il sistema, di aizzare i suoi compagni di asilo contro le maestre accentratrici, di scappare, urlare, scalpitare. Ma alla fine la sua ribellione è contenuta, racchiusa a livello intimo, un bisbiglio appena percepito dagli altri.
Il suo disagio è evidente solo quando non riesce a trattenere la pipì, quando fa dispetti agli altri e mette il broncio, ma tutto quello che gli ruota intorno appare impassibile, immutabile.

I fiorellini rossi che le maestre regalano ai bambini più meritevoli rimangono sulla lavagna (dov’è la guerra annunciata nel titolo?), i piccoli alunni continuano a compiere gli stessi, automatici gesti di sempre e le insegnanti a scoraggiare ogni loro impulso creativo.

La vita all’interno dell’asilo, che con l’ingresso di Quiang sembra dover ricevere un brusco scossone, non viene intaccata. Le maestre, in fondo, non sono tremende come all’inizio potrebbero apparire e l’urgenza di trasgredire da parte dei piccoli allievi non si manifesta nella realtà (fatta eccezione per l’unica notte in cui si alleano per sconfiggere quella che credono rappresenti un mostro divoratore di bambini!).

In alcune scene del film l’azione stenta a decollare. Un po’ di noia subentra qua e là, alternandosi ai momenti di tenerezza e complicità suscitati dal piccolo protagonista della storia.

Non dev’essere stata un’impresa semplice, per il regista Yuan Zhang, gestire un cast formato da così tanti bambini. E gli è riuscito piuttosto bene, considerando il sentimento di simpatia e dolcezza che ha generato nel pubblico.
Ma “La guerra dei fiori rossi”, pur se poetico e delicato, non è il capolavoro che avrebbe potuto essere.

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