Archivio Gennaio 16, 2007

Il grande capo

E’ vero, qualcuno si è alzato e ha lasciato il cinema a metà film. E qualcun altro ha bofonchiato ininterrottamente, lamentandosi e ridacchiando per la maggior parte del tempo. Ma qualcun altro ancora, me compresa, ha apprezzato l’originalità della storia, la scelta di concentrarsi esclusivamente sulla forza del messaggio, trascurando tutto il resto (ambientazione, effetti speciali, musiche).

Ho amato le gag ricorrenti, le provocazioni del regista, la figura di un Grande Capo fantoccio, pagato per interpretare un ruolo che non conosce ma in cui si immedesima totalmente. E ho riso per i ripetuti fraintendimenti, per le follie di ciascuna persona coinvolta nel meccanismo, per le sfaccettature sorprendenti della vicenda.

Lars Von Trier non lo conoscevo nella veste di commediografo. “Le Onde del destino” era tutt’altro che comico, così come “Dogville” o “Menderlay“. Ma tutte le opere dirette dal regista danese hanno un filo comune che le lega: la volontà di rompere gli schemi, di comunicare col pubblico in modo differente, lontano dai canoni a cui è abituato.

La scelta, nel Grande Capo, di un metodo di ripresa innovativo, l’Automavision, che utilizza una camera fissa senza nessun operatore dietro, comandata da un computer che decide a caso cosa riprendere, è un’altra prova della volontà di sperimentare e distinguersi. E allora non importa che in alcune inquadrature i visi degli attori siano mezzi tagliati, conta il fatto che Von Trier riesca a mantenere alto il ritmo della storia e riempia i buchi di stile con i pieni della sua arte dissacratoria e sferzante.

Il canovaccio dell’opera è tanto semplice quanto geniale: il presidente di un’azienda informatica, che si è sempre finto un semplice dipendente, paga un attore disoccupato per interpretare il ruolo del Grande Capo, colui al quale il vero proprietario ha sempre dato la colpa di tutto, delle ingiustizie perpetrate nei confronti dei lavoratori, delle gite negate, dei reclami mai presi sul serio. L’attore scelto per la parte, entra talmente tanto nel ruolo da dimenticare il suo vero io e finire col modificare pesantemente il corso degli eventi.

L’ambiente lavorativo descritto nel film è spaventosamente veritiero. Al suo interno vige l’ipocrisia, la paura, l’invidia, la necessità di sentirsi considerati, l’insicurezza lacerante. Ma la tristezza di questo ritratto è mascherata dall’allegra rappresentazione portata sullo schermo. Il marcio, alla fine, è filtrato, sdrammatizzato con leggerezza e si riduce a uno spettacolo teatrale vero e proprio, con tanto di finale a effetto.

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