Archivio Marzo, 2007

Case miraggio

Comprare casa è diventata una chimera. Le coppie giovani e la miriade di lavoratori precari italiani si stanno ormai rassegnando all’idea di rimanere con mamma e papà a tempo indeterminato.
Crescono i tassi dei mutui variabili, svettano i prezzi delle abitazioni, s’impenna il costo della vita… Acquistare casa a Roma è un’impresa avventurosa quasi quanto percorrere le mille miglia.
Le uniche possibilità di abbandonare il tetto genitoriale sono: un aiuto economico sostanzioso (per non dire immenso) da parte della famiglia; una vincita al Lotto o ai “pacchi” di Insinna; un acquisto virtuale, “sulla carta”, in attesa che la casa vera e propria sia costruita e la chiave consegnata.
È la nuova moda capitolina, comprare “case su piantina”, qualche anno prima di poterci mettere piede veramente. Si esamina il progetto, si controllano le misure, la metratura, le piastrelle. Ci si fida dei prospetti, delle rassicurazioni delle agenzie, dell’euforia dei costruttori, e si prega che durante i lavori non si verifichino drammatici imprevisti… come fallimenti, intoppi burocratici, ritardi vari.
Per non parlare dei fortunati che riescono, alla fine, ad ottenere il loro appartamento, ma entrandoci si accorgono, con rammarico, che è molto diverso da quello che si aspettavano
I quattrini versati con sudore e sacrificio rischiano di andare a farsi benedire e il proprio investimento si rivela disastroso.

Un’altra possibilità, per coloro che preferiscono vedere prima di comprare, è quella di “accontentarsi” di dimore fuori città. Solo se ci si allontana dal raccordo i prezzi si umanizzano e le case ritornano a metrature accettabili (incredibile ma vero: a Roma città un monolocale di 35 metri quadrati viene venduto a 180-200 mila euro!).
In campagna, in località amene scollegate da qualsiasi mezzo di trasporto pubblico, le abitazioni hanno ancora la finestra dentro il bagno, cucine con la porta, soffitti regolari, persino balconi! E per acquistarle non è necessario organizzare una rapina.

L’aut aut per gli under 35 è: bugigattolo nel cuore della capitale o comoda sistemazione nel far west? Forse la vera via d’uscita è la tanto vituperata casa dei “vecchi”. Al diavolo i sogni d’indipendenza e libertà…

2 commenti Marzo 29, 2007

Chiacchiere da palestra

Riporto di seguito il mio articolo pubblicato sul bimestrale La Palestra di marzo-aprile.

Immaginate di mettere piede in palestra per la prima volta in vita vostra. Immaginate, poi, di sentirvi addosso lo sguardo di tutti i presenti: quello degli istruttori che aspettano solleciti la vostra richiesta di aiuto, quello degli altri avventori che si domandano chi siete abbandonandosi a commenti frivoli e a occhiate più o meno esplicite.
Cercate di visualizzare la scena e di immedesimarvi il più possibile… Be’, a questo punto vi dovreste sentire almeno un po’ imbarazzati, o quanto meno sotto esame.
Vi trovate in un ambiente estraneo, circondati da gente sconosciuta intenta a lanciare scommesse su di voi: Sarà della zona? Quanti anni avrà? Avrà fatto altri sport? Sarà fidanzato/a?
È impossibile salvarsi dal tiro incrociato di sguardi e bisbigli del primissimo ingresso in sala pesi o corsi. Peggio che se aveste appena ottenuto una promozione a lavoro o doveste sostenere un colloquio importantissimo…
La sola vostra presenza in palestra (inaspettata e improvvisa) dà il via a uno sciame di conversazioni sussurrate e a un chiacchiericcio rumoroso.
Ma non tutte le chiacchiere vengono per nuocere!

Esistono le allusioni bonarie, le deduzioni scontate, le conversazioni da salotto. Le persone intorno a noi si trasformano in metal detector della nostra adeguatezza e si divertono ad etichettarci, a fare battute che rimbalzano di bocca in bocca solo per il gusto di allenarsi col sorriso sulle labbra e creare complicità col gruppo degli habitué. Sta a noi difenderci, capire il meccanismo e contrattaccare al momento opportuno.

Chiacchiere per ridere
La maggior parte delle chiacchiere che si alimentano in palestra sono innocue; giri di parole spensierati che servono per tenere alto il morale, ridere in compagnia, trascorrere momenti di ilarità. Di questa categoria fanno parte i complimenti sul piano estetico, tipo: “Hai visto il nuovo arrivato? Che fisico!” oppure “Chi riuscirà ad attaccare bottone con quella per prima?” o ancora “Ora sì che mi allenerò contento”. Commenti di questo genere sono prevedibili e, se non superano i limiti della decenza, in fondo anche lusinghieri.

Poi esistono le battute divertenti, quelle scambiate tra una serie e l’altra, per spezzare la monotonia e mettere un po’ di pepe sulla routine della palestra. Le allusioni ironiche nascono quasi sempre dalla bocca dei frequentatori storici, che si raccolgono in gruppetti affiatati e “bersagliano” bonariamente i nuovi di turno: “Se continua guardarsi allo specchio finirà col consumarlo…” o “Guarda che completino hi-tech ha sfoggiato Wonder Woman!”.
Diversi dai complimenti e senz’altro più spiacevoli, sono i giudizi affrettati e superficiali. In genere riguardano il modo di fare, l’approccio verso il lavoro in palestra, la capacità di allenarsi. Si tratta di insinuazioni del tutto pretestuose e fatte alla leggera, per esempio: “Ma non hai visto quello come suda?” o “Aiuto, ci salvi chi può! Non sa nemmeno come funziona il tapis roulant”. Per quanto fastidiose però, anche queste forme di chiacchiere risultano inoffensive, di poco conto. E non vale la pena prestarci attenzione.

Chiacchiere al vetriolo
Una categoria di esternazioni molto diffusa nelle palestre e profondamente irritante, è quella dei pettegolezzi. Nascono come funghi e si propagano a macchia d’olio perché si basano su supposizioni e credenze del tutto infondate.
La situazione che più spesso dà adito al pettegolezzo si verifica quando un nuovo arrivato stringe amicizia con qualcuno dell’altro sesso. Se il legame diventa intenso, le conversazioni a due si infittiscono e gli occhi si addolciscono, automaticamente nella sala scoppia il gossip: “Quei due hanno una storia” “Lui tradisce la sua ragazza con la new entry” o anche “Hai capito l’ultima arrivata… si dà da fare parecchio”.
La dinamica del pettegolezzo è nota: parte strisciando subdolamente e si gonfia col passaparola.
Come reagire? Ignorandolo, continuando a comportarsi con naturalezza, scambiando due parole con tutti, intrecciando relazioni a 360°. Oltre a far scemare il pettegolezzo con i fatti, si avrà il vantaggio di costruire una rete di contatti più estesa e gratificante.

Ancora più sgradevole del pettegolezzo è la critica. Il più delle volte infondata e basata sull’invidia, lascia uno strascico velenoso nell’aria. Quando qualcuno dice frasi del tipo: “È incapace di alzare un peso” “È ridicolo qui dentro, perché non se ne torna al paese suo?” o peggio “Secondo me è una persona da evitare perché è strana” vuol dire che è rancorosa e maligna.
Una critica mossa con l’intento di ferire e creare terra bruciata è un’arma vera e propria. Se vi accorgete di essere presi di mira con cattiveria, forse è il caso di farvi sentire, lamentarvi con l’istruttore e il resto del personale della palestra.

Niente è eterno
Varcare la soglia dell’area deputata ad allenarsi è un po’ come superare un esame. Tutto ciò che siamo, viene analizzato nel dettaglio: il nostro modo di camminare, ciò che indossiamo, la nostra fisicità, la socievolezza, l’allenamento che scegliamo. Ma, a rifletterci bene, è comprensibile che si inneschi questo meccanismo.
La palestra è il regno dei confronti e dei paragoni, l’altare dell’esibizionismo, il teatro dei narcisi. È un luogo strutturato per osservarsi reciprocamente, con specchi che rimbalzano da un muro all’altro, luci brillanti, vetrate trasparenti.

Ma le battute e le allusioni più o meno taglienti non durano in eterno. Giusto il tempo necessario per far “circolare” la nostra faccia e diventare una presenza nota. Dopo un primo periodo di analisi e commenti pungenti, tutto l’interesse che abbiamo catalizzato si smonterà e, trascorse poche settimane, si sposterà su una nuova, ghiottissima preda.

Aggiungi un commento Marzo 21, 2007

Rosso come il cielo

La forza principale del film di Cristiano Bortone è l’emozione regalata dal piccolo protagonista, Luca Capriotti il quale, vedente, ha saputo interpretare con convinzione la parte del bambino divenuto cieco in seguito ad uno sfortunato incidente.

La consapevolezza che la sua storia ricalchi quella di Mirco Mencacci, tra i migliori montatori del suono del cinema italiano, rende la vicenda particolarmente toccante.

Aveva appena 10 anni Mirco quando, per gioco, ha afferrato un fucile e ha sparato il colpo fatale che lo ha costretto ad abbandonare il mondo dei colori. Da allora la sua vita ha preso una piega diversa.
Costretto a frequentare un istituto per non vedenti di Genova, in quanto all’inizio degli anni ’70 la legge non consentiva ai bambini ciechi di frequentare le scuole pubbliche normali, Mirco manifesta da subito una speciale sensibilità verso i suoni e i rumori.
Grazie ad un vecchio registratore a bobine, scopre che tagliando e riattaccando il nastro, riesce a costruire delle favole fatte solo di rumori e coinvolgerà tutti gli altri bambini ciechi nella sua scoperta, facendo riscoprire il loro talento e la loro normalità.

Sebbene la scuola e i dogmi religiosi dell’epoca contrastino aspramente ogni forma di creatività, Mirco porta avanti il suo sogno ostinatamente e la sua fantasia travolge gli ostacoli che si pongono di fronte il suo cammino.

Rosso come il cielo è un film di riscatto e determinazione e, come ha dichiarato lo stesso regista durante la conferenza stampa: “(…) quello di Mirco è un messaggio universale, un messaggio valido per tutti. Ho preferito affrontare l’argomento con una trama romanzata; in questo modo, mi son detto, raggiungerò l’obiettivo di far conoscere il mondo dei ragazzi non vedenti, senza tediare il pubblico”.

E non ci si annoia affatto durante la proiezione della pellicola: si coglie la poesia, si prova commozione, ci si intenerisce. Paolo Sassanelli, che interpreta la parte di Don Giulio, il maestro dei ragazzi non vedenti, ha spiegato così il suo stato d’animo durante le riprese: “È stato come andare sull’otto volante: commozione, stress, preoccupazione… non mi sono mai annoiato”.
Una nota di merito particolare va ai giovani attori non vedenti, tutti terribilmente convincenti.
Il regista ha vinto una scommessa difficile: ha messo insieme ragazzi vedenti e non vedenti, e ha chiesto a questi ultimi di insegnare agli altri come ci si muove in un mondo al buio. Ma non solo: ha creato affiatamento nel gruppo, solidarietà, sintonia, al punto di raggiungere un elevato livello di naturalezza e di improvvisazione.
Affrontando una tematica così delicata, c’era il rischio che la regia cadesse nel patetico o nello scontato. Invece la guida intelligente e misurata di Cristiano Bortone ha garantito un’ora e mezza di attenzione, riflessione e condivisione.

Aggiungi un commento Marzo 21, 2007

Ho voglia di te

Assistere all’anteprima romana di Ho voglia di te, tenutasi venerdì scorso al Warner Moderno di Roma, è stato un po’ come guardare una partita di calcio, o un concerto rock. Perché da fuori il cinema le urla dei “tifosi” (o meglio, delle “tifose”) si sprecavano, così come gli scatti fotografici incontrollati e i tentativi di assalto al cast da parte delle fan in delirio.

Il fenomeno Tre metri sopra il cielo, scoppiato quattro anni fa, continua evidentemente a mietere le sue vittime… La formula del successo è semplice, ma infallibile: un pizzico di ribellione, una dose massiccia di amore adolescenziale e una spolverata di emozioni turbolente. Tutti ingredienti sapientemente miscelati nel primo libro di Federico Moccia, divenuto cult generazionale, da cui è stato tratto il film, diretto da Luca Lucini, che nel 2004 ha sbancato i botteghini italiani.

Ho voglia di te, il secondo capitolo della storia, che narra le tormentate vicissitudini di Step (interpretato dall’osannato Riccardo Scamarcio), sembra destinato a medesima fortuna.
Ed eccola, la storia: Step ritorna nella sua città, Roma, dopo due anni passati negli Stati Uniti per cercare di dimenticare sconvolgimenti emotivi e ricordi dolorosi. Ma tutto è profondamente cambiato, soprattutto la “sua” dolce Babi (Katy Louise Saunders), divenuta una provocatrice intrigante e maliziosa. Alle tenere memorie del passato si contrappone un presente segnato dall’inganno. Solo l’incontro con la vivace e spregiudicata Gin (Laura Chiatti) permetterà a Step di volare fin sopra il cielo un’altra volta e di impazzire d’amore nuovamente, come non avrebbe mai immaginato.

Nessuna delle giovani spettatrici che hanno assistito alla prima di venerdì pomeriggio era all’oscuro della trama. Erano mesi che attendevano spasmodicamente l’uscita del film. In fondo, la pellicola girata da Luis Prieto si rivolge direttamente a loro, e usa il loro stesso linguaggio.
Parla delle loro speranze, dei desideri chiusi nel cassetto, delle difficoltà che incontrano giorno per giorno, come ha dichiarato lo stesso regista: “HVDT è un film (…) per i giovani perché i protagonisti sono dei ragazzi, che vivono inquietudini e problemi ai quali a volte non riescono a dare soluzione”.

Anche la scelta della colonna sonora non è stata fatta a caso, con l’hit “Ti scatterò una foto” di Tiziano Ferro ad accompagnare le scene più salienti. Ma l’assoluto protagonista del film è ancora una volta il corteggiatissimo Riccardo Scamarcio.
La sua faccia tappezza ormai da tempo le copertine delle riviste per teenager, le sue interviste occupano le prime pagine dei magazine femminili, la sua vita privata è stata gettata in pasto ai paparazzi. La parte del duro dal cuore di burro gli ha spalancato la porta del successo e gli ha regalato la fama del “bello e dannato” che sembra oramai una sua cifra indelebile.

A onor del vero, per chi ha superato l’età delle tempeste adolescenziali, il film e il cast suscitano ben pochi spasmi. Se deve essere la ragione a parlare, più che il cuore smosso dai batticuori di gioventù, allora l’analisi che ne consegue è tutt’altro che esaltante: la trama non spicca per originalità, gli attori non entusiasmano, la regia non convince. Nonostante (o grazie a) ciò, sarà un successo clamoroso.

1 commento Marzo 11, 2007


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