Rosso come il cielo
21 Marzo, 2007

La forza principale del film di Cristiano Bortone è l’emozione regalata dal piccolo protagonista, Luca Capriotti il quale, vedente, ha saputo interpretare con convinzione la parte del bambino divenuto cieco in seguito ad uno sfortunato incidente.
La consapevolezza che la sua storia ricalchi quella di Mirco Mencacci, tra i migliori montatori del suono del cinema italiano, rende la vicenda particolarmente toccante.
Aveva appena 10 anni Mirco quando, per gioco, ha afferrato un fucile e ha sparato il colpo fatale che lo ha costretto ad abbandonare il mondo dei colori. Da allora la sua vita ha preso una piega diversa.
Costretto a frequentare un istituto per non vedenti di Genova, in quanto all’inizio degli anni ’70 la legge non consentiva ai bambini ciechi di frequentare le scuole pubbliche normali, Mirco manifesta da subito una speciale sensibilità verso i suoni e i rumori.
Grazie ad un vecchio registratore a bobine, scopre che tagliando e riattaccando il nastro, riesce a costruire delle favole fatte solo di rumori e coinvolgerà tutti gli altri bambini ciechi nella sua scoperta, facendo riscoprire il loro talento e la loro normalità.
Sebbene la scuola e i dogmi religiosi dell’epoca contrastino aspramente ogni forma di creatività, Mirco porta avanti il suo sogno ostinatamente e la sua fantasia travolge gli ostacoli che si pongono di fronte il suo cammino.
Rosso come il cielo è un film di riscatto e determinazione e, come ha dichiarato lo stesso regista durante la conferenza stampa: “(…) quello di Mirco è un messaggio universale, un messaggio valido per tutti. Ho preferito affrontare l’argomento con una trama romanzata; in questo modo, mi son detto, raggiungerò l’obiettivo di far conoscere il mondo dei ragazzi non vedenti, senza tediare il pubblico”.
E non ci si annoia affatto durante la proiezione della pellicola: si coglie la poesia, si prova commozione, ci si intenerisce. Paolo Sassanelli, che interpreta la parte di Don Giulio, il maestro dei ragazzi non vedenti, ha spiegato così il suo stato d’animo durante le riprese: “È stato come andare sull’otto volante: commozione, stress, preoccupazione… non mi sono mai annoiato”.
Una nota di merito particolare va ai giovani attori non vedenti, tutti terribilmente convincenti.
Il regista ha vinto una scommessa difficile: ha messo insieme ragazzi vedenti e non vedenti, e ha chiesto a questi ultimi di insegnare agli altri come ci si muove in un mondo al buio. Ma non solo: ha creato affiatamento nel gruppo, solidarietà, sintonia, al punto di raggiungere un elevato livello di naturalezza e di improvvisazione.
Affrontando una tematica così delicata, c’era il rischio che la regia cadesse nel patetico o nello scontato. Invece la guida intelligente e misurata di Cristiano Bortone ha garantito un’ora e mezza di attenzione, riflessione e condivisione.
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