Divorzi d’oro Multe buone

Mio fratello è figlio unico

6 Maggio, 2007

Ecco, per una volta, un film in cui Riccardo Scamarcio, seppur bravo nell’interpretare il ruolo del carismatico Manrico, non risplende come unico e adorato protagonista. La stella più brillante, in questo caso, è il giovane Elio Germano, capace di accendere il suo personaggio con lampi di vivacità e carica istintiva.
È lui a farsi ricordare di più. È lui a suscitare maggiore simpatia nel pubblico.

Nel film di Daniele Lucchetti, tratto dal romanzo “Il Fasciocomunista” di Antonio Pennacchi, si percorrono le fasi concitate del ’68 italiano, attraverso il rapporto di amore-rivalità tra due fratelli.
Manrico (Riccardo Scamarcio), il maggiore, è l’affascinante trascinatore del popolo, il bello e dannato con il pugno alzato che lotta per quello in cui crede. Accio (Elio Germano) è il ribelle dal fuoco interiore, provocatorio e irruente, che passa dal seminario, all’MSI, all’adesione al partito della falce e martello senza battere ciglio.
L’unico modo che conosce per farsi accettare dagli altri è lo scontro, la platealità dei gesti e delle parole.
Nella sua versione infantile, Accio è interpretato dalla promessa cinematografica Vittorio Emanuele Propizio, adorabile con la sua faccia furbetta e il piglio strafottente.
A rendere ancora più tesi i rapporti tra i due fratelli, ci si mette pure una storia d’amore contesa. Francesca è la fidanzata di Manrico, ma fa girare la testa pure ad Accio e scoppiano le scintille…

Le lotte politiche, le rivolte degli operai, le botte in piazza fanno da sfondo alle dinamiche private di questa famiglia di proletari, in cui le passioni si fanno sentire, così come le urla, i ceffoni e gli abbracci commossi. La convincente Angela Finocchiaro nel ruolo della mamma dal polso di ferro e la presenza nel cast di altri nomi importanti come Luca Zingaretti e Ascanio Celestini non fa che aggiungere valore e spessore all’opera.

La felicità è inseguita, sospirata, calpestata, ma rimane la meta più alta da raggiungere, quella per cui vale la pena di prendersi a calci, protestare e darsele di santa ragione.

Il secondo tempo è meno scanzonato e più oscuro. Il finale drammatico lascia un po’ di amaro in bocca, anche perché non viene approfondito nella giusta misura. Ma è una pecca che si può perdonare a Lucchetti, che è riuscito a trasmettere la freschezza della gioventù di quegli anni, la sua rabbia incontrollabile e l’ansia di vivere col cuore in gola.

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