Archivio Novembre, 2007

Quello che i trainer non dicono

…o che a volte dicono, ma farebbero bene a risparmiarsi. Perché la loro predisposizione e professionalità incide enormemente sul morale degli iscritti.

Sono innumerevoli i fattori che incidono sulla soddisfazione di un cliente di una palestra. La pulizia e funzionalità dei macchinari, l’ampiezza dei servizi offerti, prezzi ragionevoli e personalizzati, ambienti curati, la gentilezza e professionalità del personale. Ma forse, più di tutto, conta il rapporto umano che si instaura tra i clienti, tra i clienti e gli istruttori, tra chi va in un centro sportivo per “imparare a stare bene” e che ci lavora per trasferire le sue conoscenze. In parole povere: se il trainer ci accoglie in sala con disponibilità e cortesia, offrendoci la sua piena attenzione e seguendo il nostro allenamento con interesse, allora il tempo trascorso in palestra sarà piacevole e costruttivo, in caso contrario, potrebbe trasformarsi in una sofferenza…

L’istruttore modello
Il sogno di ogni persona che entra in palestra è quella di essere “coccolata” e guidata. È fantastico poter contare su una figura professionale competente e premurosa, pronta a insegnarci i movimenti giusti e a correggerci in caso di errore. È rassicurante sapere che l’istruttore ha a cuore la nostra salute e si prodiga per insegnarci a prenderci cura di noi stessi. Quando abbiamo un dubbio, il trainer modello sa risponderci con cognizione di causa, sa tranquillizzarci e mostrarci la via da seguire. Quando ci sentiamo giù di corda, il preparatore modello non ci costringe ad allenarci al massimo delle nostre forze, ma di rallentare, di non esagerare e recuperare le energie. Inoltre, l’insegnante modello di body building o fitness, ci saluta col sorriso sulle labbra, ci chiede come stiamo, ci mette a nostro agio, sempre.

L’istruttore-beffa
L’incubo di ogni persona che entra in palestra è quello di venire “umiliata” dall’istruttore, di essere trattata con indifferenza, superiorità o freddezza. È avvilente sapere che il trainer non ci considera nemmeno, che ride sotto i baffi dei nostri errori, che sbuffa quando deve correggerci o seguirci nell’allenamento. È demotivante sentirsi inadeguati, incapaci e per nulla incoraggiati a migliorare. Quando non sappiamo quale macchinario utilizzare, il trainer-beffa ci indica con spocchia l’attrezzo, quando eseguiamo un movimento in maniera erronea, l’istruttore-beffa se ne sta zitto, quando chiediamo di poter svolgere un esercizio alternativo, il trainer-beffa ci liquida con poche parole sbrigative. Inoltre, l’insegnante-beffa, non si ricorda il nostro nome e non ci saluta se non siamo noi a farlo per primi.
Esistono differenti tipologie di istruttori-beffa:

1) L’istruttore scontroso
È quello che non ci rivolge parola e risponde in modo brusco. Sembra sempre impegnato in cose più importanti e non intende perdere troppo tempo dietro alle nostre sciocche richieste. Si sente un pesce fuor d’acqua in un ambiente in cui lui è il solo competente, l’unico che ha capito il vero significato della parola “Wellness” e svolge il suo compito controvoglia, sognando di trovarsi altrove, magari in un Centro Sportivo frequentato solamente da addetti ai lavori.

2) L’istruttore menefreghista
È quello non interessato minimamente alle necessità della clientela. La sua presenza è di semplice facciata, perché in realtà la sua testa sta orbitando in un pianeta lontanissimo. Quando spiega un esercizio lo fa meccanicamente, senza approfondire o trasferirlo sul caso specifico dell’iscritto. Si limita a ripetere la lezioncina a memoria, ma non si sofferma a vedere se il messaggio è stato afferrato e anzi, se capisce che il cliente è in difficoltà, ce lo lascia, senza sensi di colpa.

3) L’istruttore fantasma
Quando lo cerchiamo non c’è, quando abbiamo bisogno di una consulenza, sparisce. Perdiamo più tempo a vedere dove si è cacciato che ad allenarci. O sta sorseggiando un caffè con qualcuno, o è impegnato al telefono, o è semplicemente in pausa. In altri casi c’è, ma è impossibile richiamare la sua attenzione perché sembra presissimo in conversazioni con colleghi o clienti-amici. Sarebbe anche simpatico, se solo riuscissimo a richiamarlo all’attenti.

4) L’istruttore fanfarone
Lui sì che è socievole e che si ricorda il nostro nome, ma è tutto fumo e niente arrosto! Chiacchiera amabilmente di tutto tranne che dell’allenamento, commenta i risultati calcistici, racconta aneddoti divertenti legati alle sue esperienze. L’impressione che trasmette è quella di essere un giocherellone immaturo, poco affidabile professionalmente e con scarsa voglia di lavorare sul serio. Sembra più un intrattenitore che un istruttore.

5) L’istruttore timido
L’esatto opposto del fanfarone. Si vergogna a correggerci quando sbagliamo, se ne sta in disparte perché ha paura di offendere chicchessia. Non fa mai la prima mossa e aspetta, seduto nella sua postazione, che qualcuno passi di lì e gli rivolga una domanda. A volte ci accorgiamo che sta controllando da lontano il nostro esercizio, ma quando incrociamo il suo sguardo lui fa l’indifferente e ritorna a fissare il vuoto. Si trova a suo agio solo con i clienti storici, che conosce da una vita.

Come intervenire

L’unico rimedio possibile, nei casi in cui l’istruttore si riveli una beffa, è manifestare la propria insoddisfazione. Prima di tutti a lui, direttamente, sottolineando un concetto importante: noi paghiamo un servizio, e lui è pagato per offrirlo al 100%. Se il nostro monito cade nel vuoto, allora dobbiamo fissare un appuntamento con i consulenti della palestra, o anche con il proprietario. Occorre essere chiari, portare esempi concreti, avvalersi del sostegno di altri clienti insoddisfatti e rivelare la nostra titubanza nel continuare a frequentare la palestra. Molto spesso la direzione non è a conoscenza della metamorfosi dell’istruttore coi clienti. Il suo curriculum è di tutto rispetto e il suo atteggiamento nei confronti di superiori e colleghi è irreprensibile, quindi perché mettere in dubbio la sua professionalità? Sta a noi dimostrare che la sua figura è inadeguata e che mina fortemente l’immagine del centro.

Aggiungi un commento Novembre 13, 2007

Travestimenti e supereroi

È bello lavorare e non accorgersene. Fare qualcosa che non sembra un lavoro, ma piuttosto un divertimento, come partecipare alla Fiera “Lucca Comics and Games 2007” che si è svolta a Lucca dal 1 al 4 novembre scorso. Si tratta di un evento colorato, giocoso, pieno di fantasia e creatività. È rivolto a chi ama balloon e strisce, bozzetti e cartoons, matite e pennarelli.
Le mansioni che ho dovuto svolgere durante l’evento sono state uno spasso: scattare fotografie a ragazzi in maschera, ammirare fumetti e riviste da collezione, passeggiare per il centro storico della cittadina toscana, estrarre i numeri fortunati di una lotteria a premi. E poi rilasciare interviste, osservare in diretta gli schizzi dei disegnatori più in gamba del panorama italiano, rivolgere domande a fan scatenati, acquistare riviste e accessori originali. Ma l’attività che, in assoluto, mi ha entusiasmata di più, è stata la caccia ai cosplayers.
Il CosPlay, (acronimo per costume playing, dove “playing” ha la duplice valenza verbale di gioco e recitazione) è un fenomeno di costume molto popolare tra i “fumettari”, che consiste nel vestire i panni del proprio beniamino della carta stampata. Il cosplayer è colui che interpreta il ruolo del suo idolo, non solo imitandone il look in ogni dettaglio, ma anche le movenze. Il suo obiettivo è stupire, attirare l’attenzione e suscitare simpatia. Qua e là per la fiera si aggiravano tanti miti dei cartoon di ieri e oggi, da Licia e Mirko, a Spider-Man, fino a Naruto e Nana. Ogni travestito posava con orgoglio davanti agli obiettivi delle macchine fotografiche e lanciava grandi sorrisi.
I miei costumi preferiti? Quelli fatti di teschietti, pizzi e merletti, a cavalcare la tendenza in auge della moda gotica, con un debole per le borsette ispirate a “Nightmare before Christmas”.
La Fiera del fumetto di Lucca si svolge da circa 40 anni, e continua a richiamare folle di persone da tutto il mondo. Il prossimo weekend di Ognissanti tenetevi liberi, c’è un mondo di inchiostro e “nuvole parlanti” che vi aspetta.

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Seta


Seta è un film noioso, carente di emozioni, pretenzioso. In certe scene è un vero e proprio sbadiglio. Più che seta morbida e avvolgente, la pellicola sembra una tela ruvida e fastidiosa.
Non così è il libro di Alessandro Baricco dal quale è tratto. Il regista Francois Girard fallisce nel tentativo di adattare un’opera letteraria di successo al grande schermo.
Herve Joncour (Micheal Pitt) è un giovane commerciante di stoffe che si mette in viaggio per il Giappone, alla ricerca dei bachi da seta più preziosi del mondo. Il ragazzo parte per mete lontane lasciando a casa la sua sposa Helene (Keira Knightley), che lo aspetta fiduciosa e innamorata. Ma durante i suoi spostamenti in Oriente, Herve s’imbatte in luoghi, paesaggi e culture totalmente sconosciute, che lo attraggono enormemente. L’incontro con una donna affascinante e misteriosa (Sei Ashina), sarà per lui fatale. Il giovane si lascerà travolgere dalla passione per questa creatura dalla bellezza immateriale e sfuggente. Tornato a casa, Herve non riuscirà a dimenticare la sua esperienza in Oriente e continuerà a trafiggersi il cuore per l’ambivalenza del suo amore. Sarà a causa della sua pena interiore che si rimetterà in viaggio ancora e ancora.
Fatta eccezione per una fotografia suggestiva e una serie di paesaggi da sogno, il film non ha nulla di stimolante da offrire. Risultano poco autentici i dialoghi, scarsamente espressivi i personaggi, latenti gli slanci sentimentali. Gli attori appaiono ingessati, troppo asettici per una storia così travagliata.
In generale il lungometraggio abbozza solo in parte una storia complessa come quella raccontata nel romanzo. Girard non aggiunge nulla alla narrazione, e il pubblico se ne accorge subito… Ecco l’ironico commento lasciato da uno spettatore deluso sul sito di Repubblica dedicato al cinema (www.trovacinema.it): “Noioso e privo di poesia, con un Pitt espressivo come una stampella appendiabiti della lavanderia, la storia è raccontata come un elenco della spesa. Nemmeno nel racconto della tragedia si è riusciti a svegliare lo spettatore dal torpore che lo attanaglia in quasi due ore di vuoto. La fotografia si salva dal disastro generale, ma è troppo poco. Consigliato a chi soffre di insonnia”.

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Che maniere!

Sono contraria ai luoghi comuni. Non mi piace giudicare in base alle apparenze. Vado oltre la prima impressione. Eppure quello che si dice dei francesi (che sono troppo snob, poco accoglienti, molto nazionalisti ecc.), non è così lontano dal vero…
Ho di recente soggiornato a Cannes per una settimana e mi sono imbattuta in persone molto spigolose. La prima sera, in un ristorante, la cameriera voleva a tutti i costi rifilarmi una cotoletta alla milanese al posto di un piatto di cozze. “Lei l’ha ordinata, ora se la mangia!”. Quando il clima si è surriscaldato, è intervenuto il gestore del locale. Ma invece di scusarsi per il comportamento brusco della giovane, ha calcato ancor più la mano: “Ormai la carne è cotta, non possiamo buttarla!”.
In hotel hanno riservato a una mia collega una camera ridicola, con un armadio dalle dimensioni minime, che ricordava il guardaroba di una bambola. Alla sua richiesta di cambiare stanza, pagata una cifra spropositata, è seguita una sequela di proteste e accuse.
Il giorno successivo, trovare un parcheggio adatto alle nostre necessità è stata un’impresa: una serie di informazioni incomplete e approssimative ci hanno costretto a girare in macchina per un’ora e mezza senza meta. Durante un aperitivo tra amici, il ragazzo che ci serviva non ha fatto altro che sbuffare, “scaraventare” i bicchieri sul tavolo, continuare a parlare francese nonostante ci rivolgessimo a lui in inglese.

Poi tanta aria di sufficienza e superiorità, pochissima disponibilità a socializzare, molta maleducazione. Il mio viaggio di lavoro Oltralpe è stato caratterizzato da uno smisurato livello di acidità. Forse è stata solo una questione di sfortuna e di coincidenze negative, ma sarà dura modificare l’idea che mi sono fatta. E in fondo in fondo provo una soddisfazione immensa quando ripenso alla finale dei mondiali dell’estate scorsa.

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Lavoro, dunque esisto

Fate questa prova: chiudete gli occhi e pensate alla prima volta che avete conosciuto una persona per voi importante (un collega, un amico, un amore ecc.). Ritornate con la memoria al primissimo incontro con lei (o lui). Di cosa avete parlato? Quali argomenti vi hanno aiutato a rompere il ghiaccio?
Sono certa che, presto o tardi, siete entrati nel discorso “lavoro”. “Che fai di bello nella vita?” “Di che ti occupi?”, “Che lavoro fai?” sono le classiche domande da porre.
Mi rattrista pensare a quanto il lavoro condizioni la nostra vita. Non solo è indispensabile in termini economici, ma anche relazionali. Chi siamo passa in secondo piano rispetto a cosa facciamo e la nostra professione diventa un biglietto da visita fondamentale nei rapporti interpersonali.

Essere dottori, avvocati, operai, giornalisti, muratori ecc. significa comportarsi in un determinato modo, fuori e dentro l’orario di ufficio. Uno psicologo sarà sempre uno psicologo, anche in privato. Incontrerà qualcuno che gli dirà: “Smettila di analizzarmi, non sono un tuo paziente”. Un ingegnere sarà ritenuto cocciuto, metodico, scarsamente creativo. Un calciatore ignorante e poco loquace. Potrei continuare all’infinito con gli stereotipi legati alle professioni. Dire “non lavoro” è un po’ come ammettere la propria inadeguatezza sociale, la mancanza di un’identità. Il lavoro è un marchio che caratterizza e qualifica più di qualsiasi tratto del nostro essere. Non basta parlare dei propri sogni, raccontare passioni e umori, descriversi per quello che si è veramente. Per avere successo nella società serve prima di tutto una professione di prestigio. Laboro ergo sum.

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