Lavoro, dunque esisto
6 Novembre, 2007
Fate questa prova: chiudete gli occhi e pensate alla prima volta che avete conosciuto una persona per voi importante (un collega, un amico, un amore ecc.). Ritornate con la memoria al primissimo incontro con lei (o lui). Di cosa avete parlato? Quali argomenti vi hanno aiutato a rompere il ghiaccio?
Sono certa che, presto o tardi, siete entrati nel discorso “lavoro”. “Che fai di bello nella vita?” “Di che ti occupi?”, “Che lavoro fai?” sono le classiche domande da porre.
Mi rattrista pensare a quanto il lavoro condizioni la nostra vita. Non solo è indispensabile in termini economici, ma anche relazionali. Chi siamo passa in secondo piano rispetto a cosa facciamo e la nostra professione diventa un biglietto da visita fondamentale nei rapporti interpersonali.
Essere dottori, avvocati, operai, giornalisti, muratori ecc. significa comportarsi in un determinato modo, fuori e dentro l’orario di ufficio. Uno psicologo sarà sempre uno psicologo, anche in privato. Incontrerà qualcuno che gli dirà: “Smettila di analizzarmi, non sono un tuo paziente”. Un ingegnere sarà ritenuto cocciuto, metodico, scarsamente creativo. Un calciatore ignorante e poco loquace. Potrei continuare all’infinito con gli stereotipi legati alle professioni. Dire “non lavoro” è un po’ come ammettere la propria inadeguatezza sociale, la mancanza di un’identità. Il lavoro è un marchio che caratterizza e qualifica più di qualsiasi tratto del nostro essere. Non basta parlare dei propri sogni, raccontare passioni e umori, descriversi per quello che si è veramente. Per avere successo nella società serve prima di tutto una professione di prestigio. Laboro ergo sum.
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