Archivio Febbraio, 2008
Se vi dico “Dead Poets Society” cosa vi viene in mente? E il titolo “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” vi ricorda qualcosa? Scommetto che state brancolando nel buio… Si tratta di film famosi, nella loro titolazione originale: il primo è “L’attimo fuggente”, il capolavoro di Peter Weir del 1989 con Robin Williams, il secondo è “Se mi lasci ti cancello” del 2004 diretto da Michel Gondry, con Jim Carrey e Kate Winslet.
Come potete constatare da soli se masticate un po’ d’inglese, le traduzioni italiane sono del tutto lontane dal significato auentico. E se “L’attimo fuggente” mantiene quantomeno un alone di mistero e pregnanza, “Se mi lasci ti cancello” è del tutto fuorviante… fa pensare a una commedia dozzinale e priva di spessore, mentre in realtà la pellicola di Gondry è così poetica e sofisticata da meritarsi un posto d’onore nella classifica dei migliori film degli ultimi 10 anni.
Mi sono sempre chiesta chi fossero gli autori di certe scellerate traduzioni e perché si volesse a tutti i costi trasformare i film più ricercati in prodotti commerciali, adatti solo al pubblico di massa. Ecco qualche altro esempio di invenzione cinematografica nostrana : “Ti odio, ti lascio, ti…” (titolo originale: “The Break Up”, ovvero “La fine di una relazione”), “Che pasticcio, Bridget Jones!” (titolo originale: “Bridget Jones: the Edge of Reason”, vale a dire “Bridget Jones: l’età della ragione”), “Mamma ho perso l’aereo” (titolo originale: “Home Alone”, cioè “A casa da solo”), “Il tempo delle mele” (titolo originale: “La Boum”, ovvero “La festa da ballo”).
La lista è lunghissima e annovera sia film datati, come “Gioventù Bruciata” (titolo originale: “Rebel Without a Cause”) sia lungometraggi più recenti, come “Il profumo del mosto selvatico”, (titolo originale: “Walking Through the Clouds”, cioè “Camminando sulle nuvole”).
Fortunatamente la pratica di stravolgere il significato dei titoli originali non è in uso solo da noi italiani. Pensate che “La ciociara” di Vittorio De Sica è diventato, per il mercato estero, “Two Women”, “Due donne”. Stavolta è proprio il caso di dire che “tutto il mondo è paese”.
Febbraio 20, 2008

La notte dopo aver visto “Into The Wild” di Sean Penn ho sognato Christopher McCandless (l’attore Emile Hirscht), trasformatosi in Alexander Supertramp (il Supervagabondo) sofferente e solo in Alaska. Non è successo solo a me, anche al mio ragazzo e alla mia amica, che erano seduti al mio fianco al cinema.
Credo che sia inevitabile continuare a pensare, anche dopo le 2 ore del film, alla straordinaria esperienza vissuta da questo ragazzo americano, appena 23enne, avventuratosi nelle terre selvagge per cercare il senso più profondo della vita e inseguire la sua felicità. Ho ancora impressi nella mente i suggestivi paesi attraversati da Chris con lo zaino sulle spalle: Nuovo Messico, Arizona, Sud Dakota, su su fino ai paesaggi ghiacciati dell’Alaska. Porta con sé tanti libri, le parole degli autori che più ama e nelle quali si riconosce (London, Thoreau, Kerouac), qualche conserva di cibo, una tenda, pochi stracci e nessun soldo. Crede che il denaro sia uno dei principali responsabili dei mali della società, della corruzione, del pregiudizio e della falsità. I suoi genitori rappresentano il simbolo di questa decadenza: persone ipocrite, infelici, attente solo a difendere le apparenze, tenacemente conservatrici. Sono loro la causa del suo malessere.
È principalmente da loro che Christopher scappa. Dopo aver conseguito la laurea con ottimi voti per compiacere i suoi, dona in beneficenza i suoi averi e si mette in viaggio, senza lasciare nessuna traccia di sé. Chris ama le cose autentiche, desidera “Chiamare le cose con il loro vero nome”, crede nella verità assoluta, nel contatto primordiale e primitivo con la Natura. Per questo è diretto verso mete lontane, inaccessibili, in cui sarà costretto a fare i conti solo con se stesso.
Durante il suo lungo vagabondare, scopre un’America selvaggia e cruda, incontra persone di ogni specie: da una coppia hippy in crisi, a un contadino coinvolto in traffici illegali, da una ragazza con la chitarra che si invaghisce di lui, a un vecchio vedovo che lo vorrebbe adottare. Ovunque vada, porta una ventata di freschezza ed energia e lascia un segno forte della sua presenza. Ma niente e nessuno riesce a fermarlo: il suo obiettivo è continuare il solitario cammino verso l’Alaska.
Ciò che rende il film particolarmente struggente è la consapevolezza che la vicenda raccontata da Sean Penn sia autentica, tratta dalle pagine del libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Proprio come un manoscritto, anche la pellicola è divisa in 4 capitoli: l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e l’età della saggezza. In ognuno di essi vengono scanditi i momenti più salienti della vita di Chris, prima del viaggio e durante, saltando avanti e indietro nel tempo.
L’ultimo passaggio, che descrive il periodo in Alaska, all’interno del “Magic Bus”, è il più drammatico. Si assiste a una lotta di sopravvivenza disperata, al patimento fisico ed emotivo del ragazzo, che comprende quanto la Bellezza che lo circonda sia anche terribile e nemica. Le toccanti canzoni di Eddie Vedder dei Pearl Jam contribuiscono ad aggiungere fascino e “importanza” all’opera, così come le scritte che passano in sovrimpressione sullo schermo, che aiutano lo spettatore a seguire il filo dei brani e dei pensieri di Chris.
Febbraio 17, 2008
La storia della ragazzina di 13 anni coinvolta in una relazione sessuale con un uomo di 34 mi ha lasciato di stucco. Non solo per la giovane età di lei, ma anche e soprattutto per la decisione del Tribunale di Vicenza di non considerare “stupro” l’atto perpetrato da lui. Era “amore”, hanno sentenziato i giudici, non si è trattato di violenza. Quindi la condanna per Antonio Di Pascale, macellaio con la passione per la “carne” giovane, è di appena un anno e 4 mesi, trattandosi di un reato di “minore gravità” (il sesso con una minorenne).
La bambina, a quanto risulta dalle carte, era “consenziente” perché mandava messaggini d’amore all’uomo e accettava di buon grado le sue attenzioni.
Rabbrividisco al pensiero che una ragazzina non ancora adolescente sappia quello che vuole in fatto di amore e che venga considerata matura abbastanza per scegliere di stare con una persona di 20 anni più grande. Trovo scioccante la sentenza anche perché nel raccontare il primo incontro tra i due, si dice: “la loro storia era cominciata nel 2005 quando l’uomo la convinse a salire in auto e la indusse a un rapporto sessuale”. Un comportamento da maniaco, secondo me, altro che amore…
Non vorrei mai essere nei panni dei genitori della ragazza, beffati persino dalla Giustizia. Mi auguro che in Appello si ribalti la sentenza e che venga applicata una punizione esemplare. Come si fa a criticare il film di Moccia “Scusa, ma ti chiamo amore” in cui una diciassettenne si innamora di un trentasettenne e poi rimanere indifferenti di fronte a una relazione di 5 mesi tra una studentessa della scuola media e un macellaio ultratrentenne?
Febbraio 9, 2008

Una persona molto superstiziosa potrebbe pensare che la barca a vela acquistata dai due fratelli protagonisti all’inizio del film, sia la causa di tutte le loro disgrazie. È lei a comparire nella prima inquadratura, c’è sempre lei nell’immagine di chiusura, testimone e complice di una duplice morte. Io che non lo sono, credo che sia una scelta registica indovinata e furba.
“Sogni e delitti” è il terzo capitolo della trilogia di lungometraggi diretti da Woody Allen con ambientazione a Londra. I precedenti sono il drammatico “Match Point” (2005) e la commedia “Scoop” (2006). Anche in quest’ultimo lavoro prevale il conflitto fra bene e male, la guerra di sentimenti, le pulsioni istintive che spingono gli uomini a compiere azioni scellerate pur di raggiungere il proprio tornaconto personale. C’è il ricatto, la corruzione, il cinismo, l’intrigo.
Terry (Evan McGregor) e Ian (Colin Farrel)sono due fratelli molto uniti. Tanto il primo è razionale, lucido e ambizioso, quanto il secondo è uterino e irrequieto. Terry lavora nel ristorante del padre solo per senso del dovere, ma anela a un futuro di affari e successi in California, dove suo zio Howard (il fratello della madre) ha trovato fortuna grazie ad un indovinato business nel settore alberghiero. Ian fa il meccanico in un’officina e ha il vizio del gioco: scommesse di cani e tavolo da poker, principalmente. Entrambi hanno pochi soldi in tasca e vanno sempre alla ricerca del modo migliore per aumentare le loro entrate. Provengono da una famiglia modesta, di origini umili, solamente a Howard è toccato un destino differente, ricco e prestigioso, per questo rappresenta un mito per i due ragazzi (e per la madre, che passa il tempo a tesserne le lodi e ad augurarsi che i figli seguano il suo esempio).
Un giorno Terry incontra una donna spregiudicata e bellissima, un’attrice di teatro che lo conquista all’istante. Con lei vorrebbe cambiare vita, partire per la California e buttarsi finalmente negli affari. Ma non può permetterselo. Ian, nello stesso periodo, finisce sul lastrico perdendo 90.000 sterline a poker e cadendo vittima degli strozzini. La situazione dei due fratelli si fa critica, fino a quando giunge a salvarli, come tante altre volte in passato, lo zio “americano”.
Howard fornisce loro i soldi necessari, ma a una condizione: i nipoti devono ricambiare il piacere compiendo per lui un lavoro sporco, uccidere un uomo scomodo, che potrebbe comprometterne carriera e reputazione.
Sebbene la richiesta appaia inizialmente pazzesca, a poco a poco i due giovani si convincono che accettare la proposta dello zio sia l’unica scelta possibile… Qui inizia la parte più interessante del film: i dialoghi concitati tra i fratelli, i loro differenti modi di affrontare la faccenda, le paure che li attanagliano. Tra un ripensamento e un incubo, tra un bicchiere di whisky e una dose di pillole per scacciare l’ansia, l’omicidio si compie. Pun-pun. Due colpi di pistola e la vita di un innocente vola via.
Dopo il delitto, però, le cose non vanno per il verso sperato. Ian cade in una profonda crisi depressiva, si sente in colpa e la sua coscienza gli impone di andarsi a costituire. Al contrario, Terry vorrebbe dimenticare la vicenda e guardare avanti, godendosi la ricompensa economica dello zio. Il rapporto tra i due comincia così a incrinarsi e a prendere pieghe impensabili, fino al tragico finale…
Woody Allen conferma il suo felice momento artistico. Gli anni avanzano, ma la sua regia appare più fresca e spumeggiante che mai, in grado di coinvolgere gli spettatori. Degna di nota è anche l’interpretazione di Ewan McGregor e Colin Farrell, con un riconoscimento particolare a quest’ultimo, veramente convincente nei panni del fratello tribolato e annientato dai rimorsi.
Febbraio 6, 2008