Sogni e delitti
6 Febbraio, 2008

Una persona molto superstiziosa potrebbe pensare che la barca a vela acquistata dai due fratelli protagonisti all’inizio del film, sia la causa di tutte le loro disgrazie. È lei a comparire nella prima inquadratura, c’è sempre lei nell’immagine di chiusura, testimone e complice di una duplice morte. Io che non lo sono, credo che sia una scelta registica indovinata e furba.
“Sogni e delitti” è il terzo capitolo della trilogia di lungometraggi diretti da Woody Allen con ambientazione a Londra. I precedenti sono il drammatico “Match Point” (2005) e la commedia “Scoop” (2006). Anche in quest’ultimo lavoro prevale il conflitto fra bene e male, la guerra di sentimenti, le pulsioni istintive che spingono gli uomini a compiere azioni scellerate pur di raggiungere il proprio tornaconto personale. C’è il ricatto, la corruzione, il cinismo, l’intrigo.
Terry (Evan McGregor) e Ian (Colin Farrel)sono due fratelli molto uniti. Tanto il primo è razionale, lucido e ambizioso, quanto il secondo è uterino e irrequieto. Terry lavora nel ristorante del padre solo per senso del dovere, ma anela a un futuro di affari e successi in California, dove suo zio Howard (il fratello della madre) ha trovato fortuna grazie ad un indovinato business nel settore alberghiero. Ian fa il meccanico in un’officina e ha il vizio del gioco: scommesse di cani e tavolo da poker, principalmente. Entrambi hanno pochi soldi in tasca e vanno sempre alla ricerca del modo migliore per aumentare le loro entrate. Provengono da una famiglia modesta, di origini umili, solamente a Howard è toccato un destino differente, ricco e prestigioso, per questo rappresenta un mito per i due ragazzi (e per la madre, che passa il tempo a tesserne le lodi e ad augurarsi che i figli seguano il suo esempio).
Un giorno Terry incontra una donna spregiudicata e bellissima, un’attrice di teatro che lo conquista all’istante. Con lei vorrebbe cambiare vita, partire per la California e buttarsi finalmente negli affari. Ma non può permetterselo. Ian, nello stesso periodo, finisce sul lastrico perdendo 90.000 sterline a poker e cadendo vittima degli strozzini. La situazione dei due fratelli si fa critica, fino a quando giunge a salvarli, come tante altre volte in passato, lo zio “americano”.
Howard fornisce loro i soldi necessari, ma a una condizione: i nipoti devono ricambiare il piacere compiendo per lui un lavoro sporco, uccidere un uomo scomodo, che potrebbe comprometterne carriera e reputazione.
Sebbene la richiesta appaia inizialmente pazzesca, a poco a poco i due giovani si convincono che accettare la proposta dello zio sia l’unica scelta possibile… Qui inizia la parte più interessante del film: i dialoghi concitati tra i fratelli, i loro differenti modi di affrontare la faccenda, le paure che li attanagliano. Tra un ripensamento e un incubo, tra un bicchiere di whisky e una dose di pillole per scacciare l’ansia, l’omicidio si compie. Pun-pun. Due colpi di pistola e la vita di un innocente vola via.
Dopo il delitto, però, le cose non vanno per il verso sperato. Ian cade in una profonda crisi depressiva, si sente in colpa e la sua coscienza gli impone di andarsi a costituire. Al contrario, Terry vorrebbe dimenticare la vicenda e guardare avanti, godendosi la ricompensa economica dello zio. Il rapporto tra i due comincia così a incrinarsi e a prendere pieghe impensabili, fino al tragico finale…
Woody Allen conferma il suo felice momento artistico. Gli anni avanzano, ma la sua regia appare più fresca e spumeggiante che mai, in grado di coinvolgere gli spettatori. Degna di nota è anche l’interpretazione di Ewan McGregor e Colin Farrell, con un riconoscimento particolare a quest’ultimo, veramente convincente nei panni del fratello tribolato e annientato dai rimorsi.
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