Into The Wild

La notte dopo aver visto “Into The Wild” di Sean Penn ho sognato Christopher McCandless (l’attore Emile Hirscht), trasformatosi in Alexander Supertramp (il Supervagabondo) sofferente e solo in Alaska. Non è successo solo a me, anche al mio ragazzo e alla mia amica, che erano seduti al mio fianco al cinema.
Credo che sia inevitabile continuare a pensare, anche dopo le 2 ore del film, alla straordinaria esperienza vissuta da questo ragazzo americano, appena 23enne, avventuratosi nelle terre selvagge per cercare il senso più profondo della vita e inseguire la sua felicità. Ho ancora impressi nella mente i suggestivi paesi attraversati da Chris con lo zaino sulle spalle: Nuovo Messico, Arizona, Sud Dakota, su su fino ai paesaggi ghiacciati dell’Alaska. Porta con sé tanti libri, le parole degli autori che più ama e nelle quali si riconosce (London, Thoreau, Kerouac), qualche conserva di cibo, una tenda, pochi stracci e nessun soldo. Crede che il denaro sia uno dei principali responsabili dei mali della società, della corruzione, del pregiudizio e della falsità. I suoi genitori rappresentano il simbolo di questa decadenza: persone ipocrite, infelici, attente solo a difendere le apparenze, tenacemente conservatrici. Sono loro la causa del suo malessere.
È principalmente da loro che Christopher scappa. Dopo aver conseguito la laurea con ottimi voti per compiacere i suoi, dona in beneficenza i suoi averi e si mette in viaggio, senza lasciare nessuna traccia di sé. Chris ama le cose autentiche, desidera “Chiamare le cose con il loro vero nome”, crede nella verità assoluta, nel contatto primordiale e primitivo con la Natura. Per questo è diretto verso mete lontane, inaccessibili, in cui sarà costretto a fare i conti solo con se stesso.
Durante il suo lungo vagabondare, scopre un’America selvaggia e cruda, incontra persone di ogni specie: da una coppia hippy in crisi, a un contadino coinvolto in traffici illegali, da una ragazza con la chitarra che si invaghisce di lui, a un vecchio vedovo che lo vorrebbe adottare. Ovunque vada, porta una ventata di freschezza ed energia e lascia un segno forte della sua presenza. Ma niente e nessuno riesce a fermarlo: il suo obiettivo è continuare il solitario cammino verso l’Alaska.
Ciò che rende il film particolarmente struggente è la consapevolezza che la vicenda raccontata da Sean Penn sia autentica, tratta dalle pagine del libro “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Proprio come un manoscritto, anche la pellicola è divisa in 4 capitoli: l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e l’età della saggezza. In ognuno di essi vengono scanditi i momenti più salienti della vita di Chris, prima del viaggio e durante, saltando avanti e indietro nel tempo.
L’ultimo passaggio, che descrive il periodo in Alaska, all’interno del “Magic Bus”, è il più drammatico. Si assiste a una lotta di sopravvivenza disperata, al patimento fisico ed emotivo del ragazzo, che comprende quanto la Bellezza che lo circonda sia anche terribile e nemica. Le toccanti canzoni di Eddie Vedder dei Pearl Jam contribuiscono ad aggiungere fascino e “importanza” all’opera, così come le scritte che passano in sovrimpressione sullo schermo, che aiutano lo spettatore a seguire il filo dei brani e dei pensieri di Chris.
1 commento Febbraio 17, 2008