Archivio Marzo, 2008
Il lavoro è precario, i salari sono i più bassi di tutto l’Occidente, la tassazione sui redditi dipendenti è pari al 46%, le pensioni che percepiranno i 30enni e 40enni di oggi sarà irrisoria… L’economia italiana è sprofondata in una crisi nera e in TV, sui giornali, alla radio, non si parla d’altro. Le famiglie non riescono ad arrivare a fine mese, il costo della vita è aumentato a dismisura, il prezzo di benzina e gasolio cresce senza soluzione di continuità, la classe media rischia di soccombere, schiacciata dai debiti, dalle rate del mutuo e dalle bollette che salgono alle stelle. Non ci sono i presupposti per una ripresa nel breve-medio periodo e l’angoscia, mista a rabbia, sale. Dappertutto c’è malcontento e disagio, ovunque ci si affligge e si cercano capri espiatori.
Per me e per quelli della mia generazione (classe ’78) non solo il futuro, ma anche il presente è un grosso punto interrogativo. Un moto di ansia ci pervade, un’angoscia dovuta a un senso di impotenza e frustrazione. Non se ne può più dei dibattiti sterili e dello scambio di accuse, delle proposte vane e delle analisi catastrofiche degli economisti. Ogni volta che si discute di “crisi italiana” cambio canale, o volto pagina. Non mi va di deprimermi, né di pensare a tutte le nostre sfortune ed entrare nel tunnel del pessimismo cosmico. Cerco un comico che mi faccia ridere, una lettura “leggera” che mi distragga, una compagnia spensierata. Non essendo una rivoluzionaria scelgo di rivoluzionare solo il mio stato d’animo. E per me è già una grande conquista.
Marzo 20, 2008
Una settimana fa è stata la mia festa e quella di milioni di altre donne. L’8 marzo ha fatto capolino in questo 2008 malinconico e nervoso, per ricordarci che signore tenaci e coraggiose, tanti anni fa, hanno lottato per un’ideale, per ottenere rispetto e uguaglianza sociale. E le lotte continuano ancora oggi, tutti i giorni, in famiglia, in ufficio, in casa e fuori, sempre. A volte vinciamo, a volte (troppe) perdiamo, ma il punto è non arrendersi e affrontare il resto del mondo a testa alta.
Queste e altre considerazioni dovrebbero indurre le donne a festeggiare come si deve la ricorrenza dell’8 marzo. Basterebbe dedicare del tempo a se stesse, magari per riflettere, ricordare, discutere con le amiche, cercare di sciogliere i grovigli della propria esistenza. Oppure trascorrere la serata in allegria, ridere, fare o dire scemate, rivelarsi segreti come si faceva da bambine con le amichette del cuore. L’8 marzo è una scusa per far rilassare le donne almeno un giorno all’anno… Eppure, la maggior parte di loro sembra snobbare questa data. Alla domanda “Che fai l’8 marzo?” le risposte più ricorrenti sono: “Niente di che”, “Nulla di speciale” o “Che c’è da festeggiare?”… Domina un misto di scetticismo e sospetto, perché il pensiero va alle serate pruriginose organizzate in numerosi locali: spogliarelli, spettacoli in cui gli uomini fanno a gara per sedersi sulle ginocchia delle clienti, riunioni di donne “assatanate” che sembrano vere e proprie oche giulive. Ma io credo che sia un peccato rinunciare a un’occasione di confronto e complicità femminile a causa di qualche repressa. Non c’è niente di meglio che condividere una manciata di emozioni con qualcuno che può comprenderti fino in fondo e parla la tua stessa lingua.
Marzo 15, 2008

Tre episodi che raccontano tre Italie, dal punto di vista di Carlo Verdone. Tre personaggi che conosciamo, che hanno segnato gli esordi della carriera cinematografica dell’attore romano, e che ritornano con qualche chilo di troppo, un po’ di capelli in meno e molti anni in più…
L’ingenuo e timidissimo Mimmo affezionato alla nonna, è oggi Leo, sposato con una compagna di scout (Geppi Cucciaro) e con due figli paciocconi che parlano come lui (lo stesso Verdone si è divertito a doppiarli). Nella prima parte del film li vediamo alle prese con una morte inaspettata e con gli imbranati tentativi di offrire una degna sepoltura alla salma. Le situazioni sono spassose: l’arrivo di un becchino coatto che sniffa e che guida il carro funebre come se fosse una macchina da rally, la scelta del cimitero sbagliato, il pastrocchio con la cremazione, i battibecchi con il fratello lontano venuto dall’Australia. Non si ride a crepapelle, ma il buonumore è assicurato.
Il secondo episodio di “Grande, grosso e Verdone” è incentrato sulla figura di Callisto, terribile evoluzione del cacofonico e snervante Furio di “Bianco rosso e Verdone”. Lo ritroviamo con un figlio adolescente, Severiano, disperato, che coltiva il segreto desiderio di scappare e veder morto il padre.
In effetti sopportare un uomo tremendamente antipatico, maschilista, ossessivo, logorroico e vizioso come Callisto è un’impresa ardua per chiunque. Professore di Storia dell’Arte e appassionato di musica classica, vive rinchiuso in una casa che sembra un museo e il suo passatempo preferito è andare a prostitute di nascosto. Quando Severiano conosce Lucilla, studentessa universitaria dolce e intelligente, per lui si apre finalmente uno spiraglio di libertà. I due ragazzi si alleano e mettono in atto un piano perfetto per fuggire insieme. Purtroppo le cose prendono una piega diversa da quella che avevano sperato…
Verdone utilizza la figura di Callisto per rappresentare la piena decadenza della borghesia, una commistione di ipocrisia, corruzione, ristrettezza mentale. Vederlo all’opera è deprimente, per nulla divertente.
Il terzo e ultimo racconto è quello più simpatico e riuscito (non a caso dura di più, un intero tempo). La coppia di romani in crisi, Moreno (Carlo Verdone) ed Ezia (Claudia Gerini), è il ritratto perfetto della cafoneria arricchita. I due appaiono eccessivi, grossolani, fuori posto in qualunque momento e in qualsiasi situazione. Nel film viene descritto un momento difficile nella loro relazione e nel rapporto con il giovane figlio Steven. Per ritrovare la serenità e “ricompattarsi” organizzano una vacanza a Taormina, in un prestigioso albergo dell’isola. Ma quell’ambiente raffinato ed esclusivo non è disposto ad accogliere una famiglia di maleducati rumorosi e invadenti. Cellulari con suonerie assurde, look esagerati, modi rozzi e volgari… Moreno ed Ezia fanno disperare il personale e gli ospiti dell’hotel senza rendersene conto. Per loro è naturale dare la mancia quando non serve, urlare a squarciagola e buttarsi in piscina sollevando un’ondata di schizzi.
Verdone e Claudia Gerini si dimostrano perfetti in questa parte, del tutto “naturali” e convincenti come ai tempi di Ivano e Jessica di “Viaggi di nozze”. C’è poi da aggiungere l’incredibile forma fisica di lei, un valore aggiunto di non poco conto (le reazioni dei “maschi” in sala lo confermano).
Il regista e attore della capitale ha dichiarato che con “Grande, grosso e Verdone” saluta definitivamente i suoi cavalli di battaglia e che non vestirà più i panni dei suoi personaggi storici. Forse fa bene, ma sono certa che un tuffo nel passato sarà sempre gradito ai suoi fan.
Marzo 9, 2008
Provate a immaginare di vivere un giorno da uomo (se siete donne) o da donna (se siete uomini). Vi svegliate domani mattina e non siete più voi, perché avete cambiato sesso. Come vi sentite? Quali sensazioni provate?
E’ il tema lanciato qualche giorno fa da una nota emittente radiofonica che ha scelto di “stuzzicare” il suo pubblico così. Le reazioni degli ascoltatori non si sono fatte attendere. Ve ne riporto alcune, cominciando da quelle delle donne: “Se fossi un uomo, mi darebbe fastidio avere quell’attributo lì, sarebbe scomodo” o “Che scocciatura farmi la barba!”. Meno concentrati sull’aspetto fisico, e più “impegnati” gli interventi del tipo: “Se fossi un uomo mi sentirei sicuro di me, forte e tutelato” e “Avrei meno paura”.
D’altro canto, gli uomini hanno puntato molto su un punto di forza indiscutibile delle donne…“Se fossi una donna mi prostituirei tutto il giorno e cercherei di sfilare soldi a palate agli uomini…” o “Starei tutto il giorno a toccarmi il seno”. Oltre al genere “donna = strumento di sesso”, molto in voga anche l’equazione “donna = mamma”: “Vorrei vivere l’esperienza della gravidanza e capire cosa si prova”.
Un’altra categoria di risposta che è andata per la maggiore è quella delle “donne = sanguisughe”: “Se fossi una donna vivrei alle spalle del mio uomo tutta la vita”.
Nello stesso periodo in cui la trasmissione radiofonica mandava in onda questi commenti, alcuni studenti italiani delle medie superiori svolgevano un tema sullo stesso argomento. Ma a differenza degli adulti, la maggior parte dei ragazzini ha scritto: “Le donne hanno una forza incredibile e sanno ottenere ciò che vogliono!” e “Essere donna è meglio, molto meglio!” e infine “C’è poco da fare, hanno una marcia in più!”.
Bisogna ammettere che gli adolescenti, quando vogliono, sanno trovare le parole giuste…
Marzo 2, 2008

Grazie alla sua palpebra sinistra Jean-Dominique Bauby, intrappolato in un corpo paralizzato, riesce a comunicare con il mondo. Il suo occhio funge un po’ da vocabolario, gli basta chiuderlo tante volte quante sono le lettere che ha intenzione di usare. È un esercizio complicato e faticoso, ma lui si allena con costanza e dedizione, perché il suo alfabeto speciale gli consente di interagire con gli altri.
Il metodo del battito delle ciglia è l’invenzione di una giovane e tenace ortofonista, che ogni giorno lo va a trovare in ospedale e lo aiuta a tradurre i suoi ferventi pensieri in parole.
La pellicola di Julian Schnabel, vincitore del Premio come miglior regia al festival di Cannes del 2007 e dei Golden Globes per il miglior film straniero e per la regia, racconta l’esperienza vera e drammatica di Jean-Dominique Bauby (direttore del magazine femminile Elle in Francia) stroncato da un fulminante ictus nel dicembre ‘95, all’età di 43 anni. Bauby è caduto in uno stato di coma dal quale si è risvegliato, dopo qualche mese, paralizzato dalla testa ai piedi. La locked-in syndrome, questo il nome della rara malattia che lo ha colpito, ha stretto il suo corpo in una trappola, come se fosse chiuso dentro se stesso.
Ma tanto il fisico di Bauby è immobile e pesante come un insopportabile scafandro, quanto la sua immaginazione è libera e leggera come una farfalla. E la farfalla lo fa volare nel suo passato, per rivivere i momenti di felicità ormai perduti, per rivedere i tanti amori della sua vita e i numerosi successi che ha ottenuto. Immobile nel letto dell’Hospitale Maritime di Berck-Sur-Mer, Jean-Do vede scorrere davanti al suo lucidissimo occhio le persone che gli vogliono bene, la sua ex moglie, i figli, il padre. Li osserva e cerca di parlare con loro, ma vorrebbe accarezzarli, stringerli a sé, eliminare dal loro sguardo la sofferenza per la sua condizione e l’imbarazzo per ciò che è diventato. Lui, che un tempo era forte, brillante e spregiudicato, adesso si sente disarmato e del tutto dipendente. Ma nonostante la crudeltà del destino che gli è capitato, Bauby non si arrende e impiega le sue ore per comporre il libro che racconta la sua esperienza. Forma le parole nella sua mente, le memorizza e poi le comunica alla logopedista strizzando l’occhio in corrispondenza delle lettere che lei recita ad alta voce. Il libro, edito dalle Edizioni Robert Laffont nel 1997, è stato pubblicato dieci giorni prima della sua morte ed ha ottenuto un grande successo.
La performance di Mathieu Amalric è autentica e appassionata, piena di vitalità e inespressività insieme. L’attore è riuscito a sintetizzare perfettamente la duplice esistenza di Jean-Dominique. Un applauso va rivolto anche al cast di supporto che vede Max von Sydow nel ruolo del padre, Emmanuelle Seigner come ex e madre dei suoi figli, la dolcissima Marie-José Croze nel ruolo della logopedista e, in un brevissimo ruolo, anche Jean-Pierre Cassel, recentemente scomparso.
Marzo 2, 2008