Il mostro di Amstetten
Già me lo immagino il film “liberamente ispirato” alla tragica vicenda di Amstetten. La telecamera che indugia sullo sguardo apparentemente mesto dell’anziano pensionato Joseph Fritzl e, una dopo l’altra, le immagini dell’orrore: le ripetute violenze alla figlia Elisabeth, il bunker nel quale la donna è stata rinchiusa per 24 anni, i 7 bambini nati dall’incesto. È una storia talmente spaventosa e impensabile, che ha tutte le prerogative per diventare un thriller di successo: suspense, follia, violenza, imprevedibilità. Con il vantaggio di essere estremamente credibile, perché vera. Niente effetti speciali, nessuna forzatura, solo agghiacciante mostruosità.
Ecco la trama: un piccolo imprenditore esperto di elettronica, con moglie e otto figli decide, a un certo punto della sua vita, che una di loro diventerà la protagonista di un incubo. È Elisabeth, la più vivace e ribelle. Quando compie 19 anni la rapisce e la segrega nella cantina di casa, la violenta ripetutamente, la droga, la ammanetta, la mette incinta svariate volte. Non le fa più vedere la luce, la umilia psicologicamente e fisicamente, l’annienta. La moglie dell’uomo (e madre della ragazza) non si accorge di nulla, dei “vizietti” del marito, delle sue prolungate assenze, delle menzogne, delle brutalità perpetrate. Il film finisce quando Joseph commette un errore fatale, portando all’ospedale una delle sue figlie-nipoti e rendendola visibile al mondo esterno. Il suo castello di menzogne si sgretola, il mostro viene smascherato e i suoi prigionieri liberati.
Ma non si può parlare di happy end, perché Elisabeth e tutti i suoi figli sono macchiati per sempre, hanno lacerazioni impossibili da rimarginare, una bestia nel cuore che non smetterà mai di tormentarli.
Magari si trattasse solo di finzione, dell’opera inventata di una mente contorta…
Aggiungi un commento Maggio 14, 2008