Il cacciatore di aquiloni

Come ho potuto aspettare tanto tempo prima di recensire uno dei libri che mi ha maggiormente commosso negli ultimi anni? Eppure è successo. Ho letto “Il cacciatore di aquiloni” un’estate fa, l’ho amato, consigliato, regalato, lodato sempre e con chiunque. E nonostante tutto, ho dimenticato di parlarne nel mio blog.
Lo faccio oggi, in un orario improbabile, con indosso il pigiama gualcito e gli occhi assonnati, perché sono finita per caso nel sito di una sconosciuta che lo nominava. D’un tratto si è accesa la lampadina e il filo dei ricordi si è ricucito.
L’intensa amicizia tra Amir e Hassan, uno padrone, l’altro servo, in una Kabul dapprima viva e animata, poi succube e prigioniera, esprime sentimenti universali. Il dolore, l’ingiustizia, la fedeltà assoluta, la paura… Nella vicenda raccontata da Khaled Hosseini affiora tutta la bellezza e la debolezza della natura umana. Due bambini dai destini differenti condividono un gioco meraviglioso, la caccia agli aquiloni, ma nel momento di massima gioia e felicità la loro amicizia è scalfita da un fatto traumatico. L’innocenza di colpo finisce, e inizia il tempo delle ferite…
Era agosto, mi trovavo in spiaggia a Ischia, seduta vicino alla riva e tenevo il libro appoggiato sulle ginocchia. Non volevo smettere di leggere. Arrivata a un certo punto del racconto, sono scoppiata a piangere…
Sembrava una situazione ridicola: in piena estate, sotto il sole, mentre tutti facevano il bagno e si rilassavano contenti, io avevo le guance rigate e la schiena ricurva. Ma non ci potevo far nulla: la lettera scritta da Hassan, ormai adulto e lontano, scoppiava di amore, come se non ci fossero mai state angherie, torti, soprusi, rancori.
E’ la parte del romanzo che mi è rimasta più impressa, quella che mi ha fatto più male (o bene).
La trasposizione cinematografica del film non ha nulla a che vedere con l’inchiostro versato da Hosseini.
5 commenti Luglio 16, 2008